giovedì, 19 luglio 2018
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L’AGRICOLTURA DELL’ODIO

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L’albero della foto mi dà l’occasione di parlare dell’agricoltura dell’odio generalizzata in molti comportamenti del cittadino.

È una pianta appartenente alla nostra Macchia mediterranea, a cui i nostri antenati diedero l’ appellativo di milicuccu di etimologia greca melikokos, significante “pallina dolce” se meli deriva da melas: dolce o pallina nera, se deriva da melan: nero. Per meritare un appellativo di origini antichissime, certamente avrà avuto dei meriti e non solo alimentari. Infatti l’artigianato locale, fino a poco tempo fa, usava il suo legno pregiato nella costruzione di alcune parti dei carri agricoli, come le ruote e le pareti e il fondo del carro. I ragazzacci del mio tempo usavano lanciare i semi spolpati con una cerbottana sui sederi delle ragazze, in segno di segnale convenzionale, anche se poco civile.

Oggi, molte piante come questa sono vittime di un comportamento, certamente dettato da ignoranza nel senso offensivo del termine, perché nasconde quello che io sempre chiamo cattiveria atavica, non cancellata dall’educazione scolastica.

Si ritorna a fare legna da ardere riducendo alcune piante a sagome certamente non belle, in periodi stagionali non adatti e incapaci di riformare un equilibrio di forme armoniche o almeno naturali. Dietro ogni azione non esiste un riscontro razionale o di evoluzione culturale e civile.

Ora, se ci trasferiamo nel tempo o andiamo a rivivere i ricordi di bambini, per quelli che appartengono all’altro secolo, è facile avere idee nuove, suffragate dall’esperienza antica, da mettere a confronto.

La famiglia, contadina o semi contadina, intesa come modulo di società più semplice e meno esigente, aveva scoperto il modo di  utilizzare tutto e di riciclare i rifiuti in un modo esemplare  degno di un esame attento.

La “città giardino” consentiva a molti cittadini di possedere un orticello, annesso alla casa, che rappresentava il frammento della terra a cui erano grati e riconoscenti per aver loro dato la possibilità di vita, e che ora consentiva di coltivare le verdurine utili assieme alle piante dei ricordi. Si distinguevano da questa categoria quelli che erano fuggiti dalla campagna e che, non solo rinnegavano anche i genitori che continuavano le loro attività agricole, ma desideravano  distruggere i ricordi della loro provenienza agricola, considerando il verde urbano scomodo, se presentava piante da frutto o quanto potesse richiamare un ricordo della campagna. Il verde pubblico doveva essere solo ornamentale. Nacque così la nuova classe sociale degli imborghesiti, “gli uomini di città”, e con questi la mentalità di un tipo di asocialità esasperata fino all’odio per tutto ciò che occupava uno spazio non dovuto.

Il piacere di far del male, di poter decidere, anche nel piccolo, della vita degli altri, si è consolidato sempre più, nell’uomo. La distruzione fisica dell’avversario, e di quanti possono creare molestia, si è estesa a tutto l’ambiente che ci circonda.

Se si osserva il comportamento della donna di casa, si possono intravedere comportamenti ostili per tutti i malcapitati esseri che invadono incautamente il territorio familiare. Sarà uno scarafaggio, una farfalla, un calabrone e perfino una mosca, che ora è diventata rara. Si corre subito al rimedio drastico: l’insetticida. Tutto diventa intollerabile. Tutto disturba un equilibrio di esasperato fatto di minuzie, di stupide costruzioni mentali poggianti fondamentalmente su una forma esasperata di egoismo.

Quando si cammina in città, rimasta asettica, ormai, per quell’eccesso d’igiene. Si cammina a testa alta, e non si guarda a terra, perché si è certi di non inciampare in qualcosa di pericoloso, mentre quando si cammina in campagna, ci si preoccupa di non avere fra i piedi dei corpi estranei, ma non ci si accorge di calpestare delle vite di piante e di animali, inermi e innocenti. Anzi talvolta si va proprio a cercare quell’animale, e si schiaccia, per il semplice piacere di farlo, giustificando il gesto con lo schifo, con la paura, il presunto pericolo, o con il piacere di farlo, per cattiveria inconscia.

Quando si vive in campagna, insieme agli animali, il comportamento assume toni di gravità maggiori, per le maggiori occasioni di incontri spiacevoli. Ma, anche se esistono casi rari di convivenza, spesso il rapporto di ostilità si manifesta col mondo invisibile. In precedenza si è parlato del comportamento della donna, ma è bene coinvolgere anche l’uomo che, per scarsa cultura o per creduloneria, assume comportamenti di ostilità ingiustificata nei confronti di forme di vita ritenuta estranea all’ambiente in cui vive. Purtroppo, non potendo intervenire direttamente sul singolo, esprime la sua semplicioneria estendendo le forme di distruzione a tutto il territorio, coinvolgendo nella distruzione anche quegli animali che sono innocenti.

Per quarant’anni sono vissuto insieme a molte piante, considerandole esseri viventi da rispettare e non come polli in batteria, così ho avuto l’occasione di conoscere i loro desideri. Non è giusto imporre delle soluzione calpestando le leggi naturali.

Bisogna tener conto che tutti gli esseri viventi, in equilibrio naturale, convivono e solo i deboli soccombono; cerchiamo di diventare forti, anche se dobbiamo rinunciare a certe comodità.

Abel

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