lunedì, 16 settembre 2019
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RUBINO PORTA CORAGGIOSAMENTE IN SCENA IONESCO

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“E…. la cantatrice calva?….. Si pettina sempre allo stesso modo!”. Già, sempre allo stesso modo, così non affronta la realtà del suo problema, così slitta e galleggia.

Anche a volere prendere alla lettera l’espressione del testo del drammaturgo Ionèsco, spogliandola dall’assurdo nonsenso che la frase infarcisce, “sempre allo stesso modo” dice di una stereotipia, di una fissazione, di una cristallizzazione, evidenzia la convenzione sterile, cioè l’agire, anzi il dire per non agire, per non fare la fatica di andare al cuore del problema.

Lo spettatore ascoltando l’assurda espressione viene logicamente urtato, viene investito, riceve un pugno nello stomaco, si trova spiazzato, indeciso se ridere o irritarsi, sospeso tra la voglia di alzarsi e sospendere la visione della piésse teatrale o interrogarsi se, a volte, succeda anche a lui di porsi nel medesimo modo di fronte a ciò che lo interroga.

Ecco, il teatro di Eugène Ionesco fa questo, pone lo spettatore davanti allo specchio e lo interroga con la tecnica dello sconcerto, tramite lo spiazzamento, usa una comicità velata nell’espressione letterale contorta e assurda, lo fa per scuotere.

Assistere alla rappresentazione di questo lavoro drammaturgico non è il massimo del piacere, non è certamente rilassante, non è certo incontrare il bello, non è consolatorio, anzi è davvero dura resistere perché ci si sente punti mentre si tenta di sentirsi estranei.

Nella realtà odierna, nella società contemporanea, con lo stato d’animo diffuso, con l’imperativo culturale del narcisismo spalmato su ogni aspetto dell’esistenza, ci vuole una certa dose di coraggio a portarlo sulle scene, si rischia l’incomprensione. Ecco perché riteniamo lodevole l’impegno assunto dalla compagnia teatrale In-Scena diretta da Vittorio Rubino per avere osato di portarlo sul palcoscenico (sabato 17 e domenica 18) al Teatro Garibaldi.

Affrontare la messa in scena de “La Cantatrice Calva” è una bella scommessa, non solo perché, come dicevamo, si sfida lo spettatore nel suo intimo, ma anche per l’aspetto tecnico della realizzazione, un testo così ostico e così assurdo sul piano della comunicazione letterale, se non controbilanciato da perizia interpretativa, da abilità scenica degli attori, da energia di movimento per controbilanciare l’immobilismo psicologico dei personaggi, se non supportato da sapiente gioco di luci e da appropriato allestimento scenico rischia di naufragare.

Rubino e la sua compagnia (Carmelo Gugliotta, Laura Scifo, Salvo Giorgio, Carmen Frasca, Emanuele Sipione, Giovanni Peligra, Salvo Nicita) sono stati decisamente all’altezza della sfida, oso dire che hanno realizzato una performance da professionisti della comunicazione e dello spettacolo.

Belle anche le musiche composte da Salvo Giorgio. Efficace la scena tutta giocata sull’effetto del contrasto tra il bianco e nero in un gioco di rincorsa grafica speculare come a sottolineare la contiguità e la specularità tra il vero e l’apparente. Geniale la trovata di fare interpretare la governante ad un uomo, geniale perché saputa giocare sull’abbigliamento femminile in un soggetto che ha mantenuto i baffi, assolutamente mirabile il gioco ambiguo ed eloquente con la modulazione della voce ora in falsetto ora normale. Una governante maschio insomma, un uomo che non scimmiotta una donna, solo ne svolge la funzione secondo le convenzioni, cioè con gonna e grembiule, assurda ma verosimile, integrata nella funzione ma assurda nella comunicazione d’immagine, una provocazione in armonia col messaggio e col contesto. Bravo Rubino per averla concepita così.

Dicevamo della funzione di specchio cui tutto il lavoro rimanda “è così strano, è così curioso” ripetono in continuazione i personaggi perché sono smarriti, estranei a se stessi, rapiti dalla loro stessa alienazione, estranei e dubbiosi sulla personale identità perché privi di affettività e di autenticità.

Ionesco infatti parte dal fatto che l’uomo parla ma non comunica,  usa il linguaggio per chiudersi nelle convenzioni, etero diretto, inconsapevolmente, ora da ideologie, ora dai dettami dell’inconscio, ora dall’egoismo, ora dalla schiavitù dei bisogni indotti, dal “falso se” che ammorba una società che ha smarrito il senso dell’umano, del sacro, dell’essenziale.

Come non vedere in questo vortice il genitore dei nostri tempi che, alienato e incapace di incarnare il faticoso ruolo di educatore responsabile del processo di crescita del figlio, piuttosto che dedicare tempo ad ascoltare le angosce adolescenziali, gli regala qualche superficiale battuta e il motorino.

Come non ravvisarvi il politico che per mantenere il facile consenso dice sempre e a tutti si piuttosto che assumere la responsabilità della soluzione ai problemi e, “ come è strano, come è curioso” lascia le cose come stanno,  rinvia giustificandosi con locuzioni vuote di senso che gli consentono di slittare.

Come non vederci il funzionario burocrate che nell’immobilismo verbalmente giustificato dalle previste procedure favorisce le caste da cui trae benefici, oppure il gruppo sociale che nega di essere razzista ma isola il prossimo, il religioso che predica le sacre scritture ma agisce da narcisista.

Come non vedere noi stessi, rinchiusi nel privato, concentrati nella difesa dei privilegi, dimentichi del messaggio della storia e dell’essenza del sacro, alienati, supini alle convenzioni, ipocriti e meschini, pronti solo ad esplodere di rabbia mossa dal non senso del nostro porci di fronte al senso autentico dell’esistenza. Potremmo continuare con gli esempi, ma ci siamo capiti, nell’ipocrisia e nella finzione siamo immersi.

Lo sforzo mirabile effettuato dalla compagnia che ha profuso tanto impegno per farci riflettere purtroppo non ha avuto le ricadute dovute in termini di numero di spettatori, vi hanno giocato contro le coincidenze di altri eventi che hanno attirato l’attenzione di molti, la sfortuna ha infatti voluto che la programmazione della messa in scena abbia coinciso con la proiezione del film  “Italo” che, essendo realizzato da una giovane regista modicana, ha catalizzato l’attenzione verso questo evento facendo passare in secondo piano un lavoro che meritava davvero molto.

Carmela Giannì

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