lunedì, 16 settembre 2019
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E IO PAGO!

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Se nel corso dei millenni l’uomo non avesse mai osato sfidare i propri limiti, probabilmente a quest’ora staremmo ancora a spenzolare dagli alberi. Dobbiamo di sicuro ringraziare tutti coloro che hanno affrontato l’ignoto e i suoi pericoli con un’audacia che Dante esalta nei celebri versi di Ulisse: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza…

I grandi navigatori che affrontavano oceani sconosciuti, i medici che sperimentavano su se stessi cure e vaccini, gli scienziati che rischiavano i rigori della Santa Inquisizione… tutta gente spinta all’azione da un’insopprimibile voglia di conoscenza e pronta a pagare anche con la vita il prezzo delle proprie scelte.

Ecco il punto: pagare il prezzo delle proprie scelte, ovvero operare assumendosene in toto la responsabilità. Sembrerebbe un principio logico e sano, ma basta scorrere la cronaca quotidiana per capire che in realtà tale principio è totalmente misconosciuto. Come i mali di stagione, arrivano periodicamente ondate di notizie su gente che rimane vittima dell’incoscienza, dell’ignoranza o della stupidità. Ora che è inverno, la mania dello sci estremo o quello del fuoripista provoca slavine e valanghe. In tempo di ferie, chi si ostina a voler fare turismo-fai-da-te in paesi “pericolosi” non può non sapere che rischia di venire rapinato, violentato, rapito o ucciso. Anche chi desidera fare azioni meritorie come cooperante o volontario deve muoversi con cautela, affidandosi ad organizzazioni conosciute e di provata esperienza. A parte le posizioni di chi è costretto per lavoro ad assumere comportamenti rischiosi, come i giornalisti in zone di guerra o i medici mobilitati contro malattie epidemiche, chi si muove autonomamente per il proprio gusto deve essere libero di farlo, ma deve farlo in condizioni di, almeno, relativa sicurezza e non senza aver stipulato un’assicurazione in grado di coprire le spese derivanti da incidenti, malanni e, corna facendo, morte.

Un discorso analogo si può fare anche per chi causa a se stesso o ad altri danni prevedibili per scelte comportamentali discutibili: se ci si mette alla guida dopo una happy hour alcoolica o  facendosi una canna, magari chattando pure su whatsapp, ove dovesse capitare l’incidente, il danno deve ricadere esclusivamente su chi lo ha causato. Certamente questa posizione è dura e controcorrente in tempi di buonismo a tutti i costi, ma non pensate che non sia più eticamente tollerabile la ricaduta della colpa grave di qualcuno su tutta la comunità? Quanto costa mandare pattuglie di soccorritori, cani da valanga ed elicotteri per recuperare vacanzieri incauti? Quanto grava sul Servizio Sanitario Nazionale un giovane idiota resosi paraplegico da una impennata in moto senza casco?

Non è lecito infierire sulle due giovanissime volontarie appena recuperate in Siria. Sui social network sono state letteralmente fatte a pezzi, coperte di insulti disgustosi: chissà perché in questo caso di rapimento da parte di estremisti islamici si è scatenata questa reazione abnorme, mentre altri casi analoghi hanno goduto di simpatia e fiaccolate, come per le due Simone o per la Sgrena. La notizia – che non sarà mai né smentita né confermata ufficialmente con chiarezza – del pagamento di un cospicuo riscatto, in tempo di crisi economica grave come quella attuale, può essere la chiave dell’enigma, soprattutto considerando il bombardamento quotidiano di ruberie e corruzioni a livelli inimmaginabili, di stragi terroristiche efferate oltre ogni limite, di azioni delittuose perpetrate sotto l’ala protettrice della famiglia e degli affetti più cari. E’ intollerabile che le libertà personali possano venire coartate dall’altrui violenza, ma certi comportamenti, che possono essere fraintesi o essere considerati deliberatamente offensivi, vanno evitati. Fatta salva la liceità di voler portare soccorso a chi soffre, due ragazze appena ventenni non dovevano essere lasciate libere di crearsi una loro ONLUS privata e di partire per un paese preda della più torbida delle guerre fratricide: in primo luogo dalle famiglie e poi da chi ha rilasciato i visti senza che il Ministero degli Esteri fosse adeguatamente informato della missione che intendevano svolgere, prive dell’appoggio di alcuna organizzazione riconosciuta in grado di sapersela cavare in contesti così difficili.

Anche la satira deve avere la capacità di autoregolarsi, specie se intende colpire il sentire religioso. Chi mette in burletta il Padreterno, Jahvé, Allah, la Trimurti, Bhudda o Manitù è quasi certamente laico o agnostico: perché insultare i sentimenti di chi, piaccia o no, è credente? Anche se si è stati vittima di educatori cattolici maneschi o di puritani dall’inflessibile rigore, se ci si è resi conto sulla propria pelle di quanto abbia gravato l’ipocrisia e l’amoralità di certi cosiddetti padri spirituali, guru, imam, rabbi e compagnia bella, se non si è credenti, come si fa a ridere del nulla? La satira, per essere efficace, deve colpire con arguzia, con finezza il potere: quando diventa becero insulto non solo non fa ridere, ma istiga e fomenta sentimenti di vendetta che certamente non sono cosa giusta, né santa, né fonte di saggezza.

Per chiudere, due belle frasi fatte  e ben conosciute:

“la mia libertà finisce dove comincia la tua” e “chi è causa del suo mal, pianga se stesso”.

 Pace e bene.

lpdnp

 

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