lunedì, 17 dicembre 2018
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L’INVIDIA, IL VIZIO CAPITALE DEI MODICANI

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L’invidia è quel sentimento che nasce nell’istante in cui ciascuno assume la consapevolezza di essere un fallito (Oscar Wilde)

Lo scorso 14 febbraio è deceduto il Sig. Michele Ferrero, proprietario della nota fabbrica di cioccolato. A corredo della notizia i media hanno riportato delle interviste da cui emergeva il sentire dei cittadini di Alba, sede della fabbrica. Da ciascuna intervista emergeva (non solo dalle parole, ma dal tono, dalla mimica e dalla postura) un sentire di profonda gratitudine verso il Ferrero.

Certo Michele Ferrero è stato un individuo con molti meriti umani e imprenditoriali, uno d’altri tempi, uno che considerava la fabbrica per i cittadini e non viceversa.

Certo ha dato lavoro a una moltitudine d’individui e la gratitudine è, come dire, dovuta; certo esprimendosi a ridosso della scomparsa è naturale soffermarsi sul positivo, inoltre non è stato testato il sentire di tutta la cittadinanza per poter cogliere l’eventuale posizione critica, tuttavia, lo confesso, il tono delle interviste mi ha destato ammirazione per la cittadinanza di Alba, mi ha rievocato un’umanità d’altri tempi, un’umanità ricca di un sentire che diventa sempre più raro.

Non succede infatti spesso di veder manifestare riconoscimento per ciò che si è ricevuto, al contrario, è sempre più frequente ascoltare critiche, delazioni, calunnie, ingiurie e altre manifestazioni intonate sul negativo verso chi ha più di noi, verso chi possiede doti che noi non possediamo, doti che, pur se possedute da altri, hanno su di noi una ricaduta benefica.

Non succede spesso di ascoltare giudizi ponderati e oggettivi, piuttosto, verso chi ha un di più si scatena l’invidia, uno dei vizi capitali più miseri, cioè quello che è emblema della nostra miseria e del nostro fallimento.

Diciamo che l’ingratitudine trionfa perché l’invidia appanna la nostra lucidità mentale, blocca la nostra intelligenza, mobilita meccanismi arcaici che deviano il razionale.

Ascoltando questo senso di gratitudine verso il Ferrero mi sono trovata a riflettere: un riconoscimento verso un “padrone”, un capitalista, un signore ricco, un uomo che ha vissuto al comando. Chissà, mi sono detta, forse questo sentire scaturisce dal fatto che oggi i posti di lavoro scarseggiano e quindi se ne valuta più oggettivamente la preziosità.

Riflettendo però emergeva dentro di me, in contemporanea all’ammirazione per i cittadini di Alba, una certa amarezza, perché mi saltava agli occhi il paragone con l’atteggiamento opposto dei miei concittadini verso chi ha successo.

I modicani in questi casi sono feroci, sanno praticare con perseveranza l’insinuazione, la menzogna, la delazione, la calunnia, sanno perdere anche la dignità, umiliare la loro intelligenza pur di abbassare il livello di chi sta due passi davanti a loro, sono pronti a tagliargli le gambe, a vendere la di lui carne sul banco del macellaio senza pietà.

Il contesto di cultura “provinciale” nel quale viviamo è intriso di un deleterio sentire piccolo borghese che alimenta in ciascuno un “falso se”, una percezione di se stessi che porta a considerarci migliori di quello che siamo, sentire che, quando inciampa nella realtà, innesca l’invidia, creando gli effetti deleteri tipici.

Certo c’è qualche eccezione, ma l’andazzo è questo, il modicano è essenzialmente invidioso e questo lo rende crudele.

A Modica guai ad agire doti o caratteristiche che la moltitudine non possiede, si cade nella fossa dei leoni senza scampo.

A Modica bisogna essere mediocri, bisogna lamentarsi, non bisogna agire coraggio né autenticità, bisogna essere ipocriti, pavidi, ma soprattutto, bisogna essere gregari, fare come tutti e come si è sempre fatto, altrimenti la vita diventa un inferno.

In un tempo dove la globalizzazione è una realtà data non si può fare come si è fatto né come fanno tutti, anzi bisogna fare il contrario, specialmente se l’ambito d’azione è l’impresa.

In un tempo come quello che viviamo bisogna differenziarsi, agire eccellenza, intelligenza, cultura umanistica ed economica, bisogna avere conoscenza del contesto normativo e del contesto strutturale, bisogna agire audacia basata sulla ricerca del prodotto e del mercato.

Insomma la dimensione di bottega in termini culturali non ha futuro, ed è inutile aggredire chi da questa dimensione cerca di uscire con sacrificio e con rischio.

E’ assolutamente miope cercare di frenare i passi di chi rischiando e lavorando sodo cerca di tenere il timone nel mare in tempesta nel quale tutti ci troviamo. E’ assurdo dire che la barca è truccata semplicemente perché non affonda per azioni mirate e virtuose da parte del timoniere.

E’ una magra consolazione, utile a consolare solo gli invidiosi, credere nell’azione cieca della fortuna solo perché qualcuno riesce dove altri falliscono.

La verità è che non siamo tutti uguali, bisogna riconoscerlo e accettarlo, piuttosto di denigrare, indebolire, infangare chi ha ciò che io non ho, ma che vorrei avere. Occorrerebbe piuttosto valorizzare ciò che ha l’altro e ciò che ho io, occorrerebbe farlo con umiltà, con animo sereno, senza stilare graduatorie, occorrerebbe piuttosto fare alleanze sulla problematica da affrontare volta per volta, al di fuori dello spirito di primeggiamento individuale, che sgorga dalle frustrazioni ma non conduce ad esiti felici.

Questi attacchi viscerali, malevoli, insinuanti, denigratori dettati dall’invidia aggressiva li ho conosciuti sul piano personale per la sola ragione di avere una struttura caratteriale che mi porta a non essere irreggimentata nell’essere e nell’agire, credo provochi invidia la libertà interiore che il mio modo di essere mi fa godere. L’invidia è così, vorrebbe riuscire a distruggere il bene altrui semplicemente perché l’invidioso, non possedendolo lui, non sopporta che altri ne godano. Figuriamoci la forza e il livore dell’invidia quando di mezzo ci sono interessi e affari.

Quando di mezzo ci sono i soldi la ferocia raggiunge il parossismo e mostra anche il ridicolo. Potrei citare tanti casi in ambiti diversi, fare tanti esempi, ma uno basta per tutti: lo faccio in analogia con la Ferrero come la gratitudine dei cittadini di Alba (un fiume in piena presenti al funerale) mi ha sollecitato.

Fra i produttori di cioccolata locale, settore che meno di altri è colpito dalla crisi, dove per questa ragione dovrebbe regnare complicità d’azione per espandere il settore, emulazione su pratiche e saperi per rafforzare l’azione, invece si pratica il gioco a ribasso, si combatte una miserabile guerra sotterranea affidata al venticello della calunnia, circola e ricircola la delazione dell’uno contro l’altro, una contrapposizione tra la Bonajuto e il consorzio, un supposto antagonismo d’interessi che avvelena il clima, che inonda di fetore l’ambito dove dovrebbero evaporare solo spezie e zucchero.

Ho udito insinuazioni sulla fornitura di materia prima da parte della Bonajuto dalle multinazionali, ovviamente per adombrare la genuinità del prodotto, quando risulta che l’acquisto avviene per tutti i produttori attraverso il medesimo intermediario; ho udito insinuazioni su sofisticazioni ed adulterazioni al prodotto, di contro poi chiarite dalle analisi effettuate, ho udito, mentre prendevo un caffè al bar, l’insinuazione che Bonajuto si sia adoperato per rallentare il riconoscimento I.G.P. Poiché avevo seguito l’iter del processo di riconoscimento mi sono potuta rendere conto di quanto queste insinuazioni siano frutto d’invidia oltre che d’ignoranza dei tempi della burocrazia e perfino delle reali tappe dei processi di riconoscimento.

Insomma un chiacchiericcio basato su una miscela fatta d’ignoranza, pochezza culturale e invidia cieca, un miscuglio che avvelena un campo dove potrebbe vegetare la speranza.

Piuttosto che un’alleanza serena per riuscire a promuovere e valorizzare il prodotto facendo sì che il settore cresca e che l’economia si ampli in modo da creare posti di lavoro, vedo agire divisioni faziose accecate dall’abbagliante invidia, cui si contrappone la testardaggine di barricarsi sulle proprie posizioni ostinandosi a ignorare quel semplice elemento che ha consentito l’evoluzione della razza umana: la collaborazione.

Ad Alba non doveva esserci questo clima, perché è vero che Michele Ferrero era un grande uomo, ma è anche vero che il contesto potenzia o depotenzia.

Carmela Giannì

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