martedì, 22 ottobre 2019
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Fabulas (di Sascia Coron)

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Padre Padrone e Padrino

A qualcuno capita di non essere inteso quando dica pane al pane e vino al vino e, per essere più chiaro, ricorre a parabole che sono le stesse “parole”, “buttate avanti” diversamente. Avendo constatato di essere risultato oscuro usando termini precisi, mi proverò ad esprimere concetti con parabole (favole).

Una famiglia, composta di padre, madre e numerosi figli, coltivava il fondo di un padrone, inviso quest’ultimo, poiché pretendeva la decima sul raccolto e soprattutto perché voleva metter bocca sulle coltivazioni.

Vero è che, se decideva di far coltivare lupini, se poi i lupini andavano a male, il padrone si assumeva le spese del danno, ma la famiglia non riusciva a tollerare che un ignorante in materia dovesse avere il potere di condizionare la conduzione del fondo, con il trascurabile pretesto di esserne il proprietario.

Il padre conobbe alla fiera un Padrino, tanto caro e gentile che quello fu indotto a raccontargli per filo e per segno la sua insopportabile condizione.

Il Padrino, con la pacatezza derivatagli dall’autorità che gli riconoscevano tutti gratuitamente, suggerì i sistemi per far disgustare il padrone, senza che la famiglia si mettesse dalla parte del torto.

In breve tempo, in effetti, il padrone dovette rendersi conto che la conduzione del fondo non era più redditizia e che gli conveniva venderlo. Il Padrino suggerì al padrone che il caso più vantaggioso per lui era di venderlo all’affittuario e così avvenne.

La famiglia contrasse un mutuo con una banca suggerita dal Padrino ed acquistò il podere per un prezzo veramente ottimo.

Il padrone si trasferì a Roma e, con i soldi ricavati dalla vendita, aprì una fabbrica di preservativi, che vanno sempre di moda, perché sono una medicina che non rovina lo stomaco.

La famiglia restò eternamente riconoscente al Padrino per i suoi buoni uffici e per non avere preteso neanche una lira a compenso della sua mediazione.

Il podere andava che era una bellezza, anche se il mutuo bancario era maggiore della decima pretesa dal padrone. Nell’euforia del momento, padre e madre si lasciarono andare ed arricchirono felicemente la prole, incrementando il numero dei figli.

Il Padrino persuase i membri della famiglia che, essendo cambiato il loro ruolo in seno alla comunità, dovevano cambiare anche il loro tenore di vita.

Gli scellerati gli diedero ascolto e contrassero un altro mutuo per costruire una villetta moderna al posto del casale che li aveva protetti confortevolmente fino a quel momento. La banca concessionaria era sempre la stessa suggerita dal Padrino. Dopo quello della casa, i genitori stipularono altri mutui, per l’automobile (in realtà un pulmino, vista la numerosa prole), un trattore e tutte le attrezzature moderne per coltivare il fondo. Comprarono a rate un’enorme quantità di elettrodomestici e di oggetti che perlopiù sfasciavano, non sapendoli usare, o che i figli rovinavano per sbadataggine.

Per pagare la banca, tutti lavoravano come forsennati, persino i bambini che non avevano più tempo per giocare, ma le spese erano sempre maggiori dei guadagni. Il podere veniva sfruttato in maniera intensiva tanto che i raccolti diminuivano per il mancato riposo del terreno.

In breve tempo la famiglia si ritrovò in guai seri e tutti i suoi membri cominciarono a soffrire le conseguenze di una vita frenetica. I genitori non mandarono più i figli a scuola, facendoli schiavi ignoranti di quel maledetto pezzo di terra.

Quando ormai stavano per precipitare nel baratro e il padre aveva preso in seria considerazione la necessità d’appendersi per il collo ad un robusto trave del vecchio casale, si fece vivo il Padrino. Con modi melliflui costui indicò un metodo per uscire dalla crisi. La banca avrebbe azzerato i loro debiti, essendone lui il padrone. In cambio, la famiglia gli avrebbe ceduto tutti i propri beni, ricevendone in compenso il comodato gratuito di un basso fornito di servizi, con luce e gas pagati.

Dopo un breve consulto di moglie e figli, il padre si convinse che non c’era altro modo d’uscirne se non quello di accettare la proposta del Padrino.

Insediatisi nel basso, che era un monolocale con vano cucina e cesso, sorse il primo problema di come farci entrare tutti i figli che avevano. Per fortuna la questione si poneva solo di notte. Infatti, di giorno i figli sarebbero andati a zonzo per il quartiere e, al momento di dormire, una parte si sarebbe sistemata nel monocamera e una parte avrebbe dormito nel pulmino che erano riusciti fortunosamente a salvare durante le trattative per la cessione dei beni.

Il vero problema era però la fame: come sfamare ogni giorno tutta la truppa? Loro sapevano solo coltivare i campi e non erano ancora abbastanza abili per rubare. Anche a questo il Padrino trovò conveniente soluzione.

I figli, soprattutto i bambini, girovagando affamati, avevano sollecitato la pietà popolare e non sarebbero stati sospettati di far male se avessero consegnato certi pacchetti, facendosi pagare in contanti i soldi che i destinatari avevano già pronti. Il padre e la madre avrebbero raccolto i proventi del giro, consegnandoli al Padrino che avrebbe dato da mangiare a tutti.

Per un po’ andò tutto a gonfie vele, sino a quando la figlia più grande, ormai maggiorenne, non venne messa in galera per spaccio.

Schiantato dalla vergogna e dal dolore, il padre finalmente capì che la libertà è sempre condizionata, che l’autonomia ha un costo altissimo e che, fra un padrone vero e un Padrino falso, il primo fa meno male.

La storia parrebbe finita qui e, invece, ha un tragico seguito. La figlia del contadino uscì di prigione incattivita e dopo aver appreso tutte le astuzie del mestiere di delinquere. Divenne così brava che il Padrino ne rimase incantato e la mise a parte del suo giro. Ben presto ella divenne una criminale di razza, suscitando l’invidia dei fratelli più grandi.

La famiglia si spaccò fra quelli che scelsero un rischioso benessere e quelli che preferirono una dignitosa povertà. Infatti, il Padrino aveva smesso di mandare il cibo ai componenti della famiglia contadina credendo che la figlia a lui associata provvedesse ai loro bisogni alimentari.

Rieducata dalla criminalità, la pregiudicata pensava a ben altro che al benessere della sua famiglia, che anzi malediva per averle fatto passare una giovinezza di sacrifici e di stenti.

Odiava il padre e la madre e quei fratelli che non la seguivano nelle sue imprese malavitose. Ora che sapeva quali erano le furbizie per sfuggire alla giustizia e le contromisure da adottare in caso d’arresto, giudicava pusillanimi tutti coloro che non derubavano gli altri di quello di cui erano stati derubati.

Questa morale non faceva una piega, ma venne il giorno in cui la donna, seguendola, si sentì così forte da sfidare il Padrino facendogli uno sgarbo.

Adesso, nel giorno del due novembre, i parenti rimastigli appoggiano mazzi di fiori a un pilastro portante dell’autostrada Catania Palermo dentro il quale, per carità cristiana, il Padrino li aveva informati che la loro congiunta era stata incorporata con una colata di cemento.

Eppure, nella sventura furono fortunati. Atri non seppero dove deporre fiori. Infatti, per eccesso di sgarbi, un intero viadotto farcito di spoglie, cedette, con ulteriore vantaggio del Padrino che lo aveva fatto costruire. Con le sue imprese fittizie e fedeli prestanome, vinse l’ulteriore appalto della ricostruzione procurando consensi di elettori e cospicue mazzette a generazioni di politici.

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