lunedì, 16 settembre 2019
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IL COLEOTTERO DEL CARRUBO

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Di recente su facebook è apparsa una notizia riguardante un nuovo ospite del carrubo, un coleottero extracomunitario di nome “xylosandrus compactus”. Spesso le notizie, trattate da persone non bene informate sulle scienze naturali, vengono raccontate con toni allarmistici.

Io chiamo “ospiti” e non parassiti tutti gli esseri viventi che, naturalmente, attuano una convivenza con altri esseri. La catena alimentare del nostro pianeta deve essere rispettata e bisogna smetterla di pretendere anche le briciole da aggiungere alle ricchezze che già si posseggono. Ogni essere vivente, che nasce in questo pianeta, ha diritto a vivere e nessuno ha diritto a uccidere per motivi irrilevanti. Del resto il loro consumo alimentare non interferisce con le ricchezze del genere umano. Le osservazioni sulla convivenza perfetta mettono in evidenza che le piante dispongo di capacità di autodifesa, che spesso vengono taciute per suggerire il semplice e antico rimedio della guerra, con l’eliminazione fisica del nemico, ma ad alto costo e a tornaconti incredibili per i fabbricanti di armi. Non dobbiamo dimenticare che la storia dell’uomo comincia con la simbolica uccisione di un fratello, e le cose non sono cambiate.

Questo nuovo immigrato viene indicato pericoloso dal lato economico e antiestetico nel paesaggistico.

Da quanto osservato nel territorio, sembra che l’ospite viva bene in piante che manifestano già difficoltà vegetative e che vivano in particolari fasce collinari iblee, in cui la piovosità e le altre condizioni trofiche siano in difetto. In terreni più fertili non si presentano casi o situazioni allarmanti. Come tutti gli ospiti fitofagi, questo insetto vive a spese dei tessuti non ricchi di acqua, quindi in rami già in crisi, rami che in una ordinaria coltura sarebbero stati eliminati con le potature, quindi possono, con gratuità di opinione, essere considerati utili regolatori di vegetazione.

Da circa sessant’anni, a mio ricordo, il carrubo non viene assoggettato a potature periodiche e non viene assistito come pianta da reddito, è una pianta abbandonata a se stessa.

A ciò si aggiunge anche l’incipiente fenomeno di desertificazione dei terreni, dovuto alla mancanza di sostanza organica nei programmi di fertilizzazione delle colture. Quasi tutti i terreni alberati a carrubi vengono lasciati a riposo pascolativo o incolti, per cui la produttività viene elemosinata. Mortificante è pure la valutazione mercantile del prodotto, mentre, dall’altro lato, si vanta il grande valore paesaggistico.

Una volta erano i topi e gli equini al pascolo a creare queste immagini, oggi si aggiunge questo nuovo responsabile e già si suggeriscono i soli rimedi consistenti nei pesticidi e nelle potature, cioè nel dare veleni e nel togliere qualcosa. Nessuno propone di dare qualcosa sia alla pianta che a tutto l’ecosistema territoriale. Qualcuno, nella soluzione dei problemi della società degli uomini di città, già propone di trasformare la fase organica dei residui urbani in compost, un prodotto esausto, senza alcun contenuto biologico nutrizionale, solo perché conviene a qualcuno. Questi prodotti sono vuoti di energia e di contenuti trofici, perché il carbonio digeribile è stato distrutto durante i processi di compostaggio e, se distribuito come fertilizzante, non dà sostegno alimentare per tutte le biomasse terricole.

Per far comprendere questo fenomeno biologico è necessario osservare i micro- ecosistemi in due vasi sul davanzale di una finestra.

Il primo vaso contiene del terreno vecchio e delle piantine. Il secondo vaso contiene un terriccio di foglia dolce e le stesse piantine. Quando inizia la vegetazione primaverile, si attiva la vita della biomassa microbica e quella delle piantine. Nel vaso con terra vecchia, l’unico sostegno nutritivo per la biomassa sono le radici in espansione, mentre nel secondo vaso sono i residui vegetali delle foglie in decomposizione a fornire nutrienti alla biomassa, per cui le radici sono libere da interferenze negative. L’immagine delle due piantine è emblematica. Del resto le piante, nella loro intelligenza naturale, regalano le foglie al terreno per attuare un modo di vivere insieme, facendosi amici i vicini di casa. Ma è opinione diffusa fra gli uomini di città, che le foglie siano sporcizia e debbano essere spazzate via.

L’uomo di campagna, nei terreni sabbiosi sterili dei territori semiaridi, limitrofi al mare, coltivati a vigneto, usava creare delle affossature longitudinali, i casciola, cioè i cassetti, che riempiva di residui di potatura, erbacce estirpate e quel poco letame che poteva raccattare, creando così un supermercato per i vermi di terra. Una soluzione quasi gratuita di coltivazione intelligente.

Oggi invece l’unica soluzione è quella della guerra, suggerita dai soliti promotori di disastri umani, per i loro loschi tornaconti, con la complicità di alti traditori della cultura scientifica. Ormai se in una guerra muoiono bambini innocenti non fa notizia, si rimane in un’accettazione disumanamente inspiegabile. Se per un trattamento pesticida diffuso in un territorio, muoiono insetti innocenti, ma utili come le api, si rimane in un’indifferenza carica di ignoranza. Molti non sanno che se scompariranno le api molti fiori non daranno frutta e si innescherà una reazione a catena. Necessita quindi rivedere con saggezza ogni azione umana.

Dopo questo lungo e monotono preambolo vorrei rassicurare gli amici che questo nuovo ospite è il benvenuto, perché ci dà l’occasione per parlare di soluzioni alternative alle azioni sconsiderate di personaggi squallidi, che continuano a fare affari d’oro a danno della sopravvivenza degli ospiti di questo pianeta Terra.

L’allarmismo lanciato con molta ingenuità spesso crea condizioni favorevoli a grandi affari per i soliti speculatori. Speriamo che si prenda coscienza e si maturi gradatamente verso le conoscenze scientifiche utili al benessere dei cittadini, nella speranza che si cominci a cercare le soluzioni più umane per convivere con tutti i nostri compagni di viaggio.

Abel

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