lunedì, 16 settembre 2019
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INIQUITALIA

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Viviamo da tempo immemorabile nello stress da votazioni imminenti che non arrivano mai. Se finalmente arrivano, i risultati annunciati epocali-da-fine-del-mondo si dissolvono come bolle di sapone in un ultimo spruzzo di chiacchiere da talk-show. Poi, il nulla di nuovo.

Montagne di parole fumose, orge di menzogne e grida manzoniane hanno spinto i cittadini ad andare a esprimere la propria volontà sui temi più disparati per abrogare norme, leggi o istituzioni ritenute inutili o dannose. Troppo spesso il parere del popolo “sovrano” è stato manipolato e reso inefficace: ministeri aboliti che rinascono con altro nome, finanziamenti pubblici ai partiti eliminati che ricompaiono diventando micidiali “rimborsi spese elettorali”, criminali inviti a disertare i referendum più indigesti ai padroni del vapore.

La gente si è stufata di essere presa in giro e in tanti non vanno più a votare. Così i furboni hanno elaborato leggi elettorali dove si confrontano liste di candidati scelti dai partiti e che danno un premio di maggioranza tale da garantire solidità al governo: in realtà, se i votanti sono pochi, la maggioranza di essi è comunque una minoranza del corpo elettorale, che viene artificialmente gonfiata dal premio di maggioranza. Quindi il governo è formato da persone non scelte dagli elettori, ed è rappresentativo di una minoranza che esercita il potere sulla maggioranza! Alla faccia della democrazia.

Dovremo ancora patire per un mese il bombardamento mediatico di una campagna referendaria caricata di pesantissime probabili conseguenze sia che vinca il SI o che vinca il NO, in un’atmosfera del tutto impropria e destabilizzante. La Costituzione è una cosa seria, e non può essere usata come un grimaldello. Ma non temete: sarà la solita perdita di tempo, la classica melina a centro campo per non affrontare con coraggio e determinazione i veri temi che interessano i cittadini: il diritto al lavoro, alla salute, all’educazione, alla giustizia.

La gente vuole poter lavorare percependo una giusta mercede, vuole poter essere curata bene nello stesso modo a Caltanissetta come a Vicenza, vuole buona scuola uguale per tutti i giovani, vuole una giustizia veloce ed ineccepibile: al momento, della riforma costituzionale non gliene importa granchè.

In odor di elezioni si promette la cancellazione di Equitalia, ente pubblico di riscossione che si è rivelato vampiro e usuraio oltre che persecutorio. La cosa, in sé apprezzabile, se frettolosamente gestita può rivelarsi come un’ennesima sanatoria che premia fondamentalmente gli evasori fiscali, e in seconda battuta i poveri cristi che per una svista o una dimenticanza si sono visti accollare sanzioni e interessi mostruosi. Se il provvedimento riguarda solo Equitalia e non anche i tanti riscossori privati ai quali fanno capo enti e comuni di mezz’Italia, si viene a creare una differenza tra i cittadini del tutto anticostituzionale. Come la mettiamo?

D’altro canto è sotto gli occhi di tutti, e non da ora, che l’Italia è una repubblica non più fondata sul lavoro, ma sulla prevaricazione dei diritti e sulla truffa sistematica. Purtroppo ci siamo abituati, e restiamo ormai inerti davanti a fatti gravi, come la reintroduzione dell’anatocismo bancario, fatto aumma aumma, o come il rialzo dei prezzi dei carburanti in prossimità della stagione invernale, del tutto ingiustificato dal minimo incremento del prezzo del barile di petrolio.

L’assoluzione di decine di consiglieri regionali che, dicono i giudici, a loro insaputa hanno dilapidato soldi pubblici destinati a spese istituzionali, in viaggi, vacanze, cene e acquisti fantasiosi per sé e per la propria famiglia ci indigna, ma di fatto restiamo impotenti davanti alla realtà che ad un cittadino comune non è permesso ignorare la legge, ma ad altri invece è ampiamente concesso. Costoro avranno pure riconquistato il candore verginale, ma noi poveracci non dimenticheremo mai le mutande verdi, i gratta-e-vinci e le cozze pelose!

Mentre i parlamentari si guardano bene dall’autoriduzione di stipendi e prebende, i lavoratori prossimi alla pensione vengono spinti con allettanti slogan a scelte autolesionistiche. La proposta di percepire a rate anticipate il TFR per poter spendere di più subito ed incrementare così i consumi, si è rivelata un flop. In pochi hanno deciso di rinunciare a quel piccolo capitale che aiuta poi a sopravvivere di pensione: siamo un popolo di risparmiatori! Adesso, come goffo tentativo di riparare i danni della sciagurata Legge Fornero, si propone ai lavoratori di andare in pensione due o tre anni prima del previsto per godersi i nipotini e le panchine ai giardini pubblici, col modesto sacrificio di una decurtazione del 20% sull’importo mensile e con l’obbligo di stipulare un mutuo bancario ventennale di sapore fidejussorio… ancora favori alle banche?

Piccola notazione pettegola: per indicare questo anticipo pensionistico è stato scelto l’acronimo APE. Per carità, siamo ancora molto lontani dall’involontaria (?) comicità del MinCulPop, ma visto che al nostro giovane ed espressivo Premier piace assai l’inglese, è possibile che non si sia accorto che ape vuol dire scimmia? O forse si trova in perfetta consonanza con le nostre sorelle quadrumani?

lavinia de naro papa

 

 

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