mercoledì, 18 ottobre 2017
l'editoriale di Luisa Montù

È URGENTE RIPENSARE L’EUROPA

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Erano gli anni Sessanta/Settanta e i giovani sognavano l’Europa. Si riunivano. Discutevano. Parlavano con la gente spiegando una scelta che ritenevano inevitabile se i paesi del Vecchio Mondo non volevano rischiare l’isolamento con conseguente disfacimento di fronte a quei colossi che erano America, Russia e, ben presto (l’avevano ben capito), Cina. Facevano manifestazioni. Distribuivano volantini per spiegare alla gente l’importanza della strada da percorrere.

Non proponevano un’Europa che rappresentasse un nuovo Stato annullando o comunque mortificando la storia, le radici, le caratteristiche, la personalità di quegli Stati che per centinaia d’anni avevano rappresentato il centro del mondo e della civiltà, ma piuttosto una sorta di compattamento di quelle popolazioni che proprio la loro storia, proprio l’essere state per tanto tempo al centro del mondo e della civiltà, aveva reso stanche, deboli, esponendole al rischio di perdere quella dignità e quell’importanza che avevano sempre rivestito sul nostro pianeta.

Quei giovani avevano le idee molto chiare sul tipo di Stati Uniti d’Europa che intendevano costruire: un’unione in cui nessun paese prevalesse sull’altro, ma dove tutti crescessero e operassero in collaborazione l’uno con l’altro, per consentire a tutti i cittadini dell’Europa sanità, giustizia, istruzione e sicurezza. In questo modo anche l’economia sarebbe inevitabilmente cresciuta in modo equo e uniforme.

Purtroppo chi decise questa coalizione non era più giovane e quindi aveva perduto i sogni, così si preoccupò solo dell’economia. Giustissimo darle importanza, perché senza soldi nel mondo moderno non si va da nessuna parte, ma lo fece caricando gli Stati dell’onere di produrre ricchezza senza dar loro gli strumenti per farlo in proporzione e privilegiando le proprie risorse, i propri mezzi, che, per la loro posizione, il loro clima, le loro capacità erano totalmente diversi da paese a paese. Fu una visione molto miope dell’Europa, che, anziché portare benessere all’intera comunità europea, impoverì la maggior parte dei paesi per arricchirne solo alcuni. Come sempre, un’idea, un sogno, un ideale per il quale i tanti che ci credevano erano disposti a sacrificarsi, a lottare, si traduceva nel trionfo del più furbo che aveva saputo agire senza scrupoli più degli altri.

Oggi l’Europa va ripensata, perché, così com’è, ha riportato il nostro continente indietro di settant’anni. Il G7 ce l’ha confermato. Ce lo conferma quello che accade ogni giorno nell’economia, nella giustizia, nella sicurezza, nella sanità. Una nuova divisione in tanti piccoli Stati, come si auspica da parte di chi è comprensibilmente stanco, disgustato, da una politica che non ci porta da nessuna parte, non risolverebbe nulla, ci vedrebbe tutti più poveri, più fragili, più indifesi di oggi. Nel momento in cui emergono sempre più forti i grandi Stati come America, Russia e Cina l’unica soluzione possibile è diventare grandi e forti anche noi, unendoci davvero, aiutandoci davvero, proteggendoci davvero come se si fosse un paese solo. Oggi ci siamo dimenticati, o più probabilmente non l’abbiamo mai capito, quanto l’Europa abbia bisogno di tutti. Ci torna in mente l’apologo di Menenio Agrippa, che spiegò come Roma avesse bisogno dei romani, ma di tutti i romani, come un corpo ha bisogno della testa ma anche delle braccia, delle gambe, perché senza di esse la testa non è in grado di operare, così come le membra non sarebbero in grado di sopravvivere se non fosse la testa a dirigerle.

Se, a suo tempo, non siamo stati capaci di creare gli Stati Uniti d’Europa così com’erano nei sogni dei giovani d’allora, è stato perché ogni Stato aveva paura di perdere la propria sovranità. Non avevamo capito quello che i giovani in tutti i modi avevano cercato di spigare, e cioè che in questo modo quella sovranità molti Stati l’hanno persa totalmente nei fatti, mentre altri hanno rafforzato la loro e l’Europa, nel suo complesso, conta molto meno di prima.

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