mercoledì, 18 ottobre 2017
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LE ECCELLENZE DEL “PICCOLO PALCOSCENICO”

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Lo avevamo annunciato nel numero precedente che non ci saremmo persi la rappresentazione dell’Edipo Re di Sofocle, portato in scena a Musebbi, al “Piccolo Palcoscenico”, per l’occasione non volevamo mancare.

Eravamo curiosi di verificare come in un piccolo spazio si potesse rappresentare una tragedia greca con tutto ciò che questo comporta in termini di rappresentazione di contesto ambientale e di atmosfere riguardanti il costume dell’epoca, cioè di 2.500 anni fa.

Siamo abituati ad assistere a questi spettacoli all’interno del Teatro Greco, dove gli spazi sono notevoli, e Dio sa quanto questo, in termini di rappresentazione scenica, faciliti le cose.

Siamo quindi andati con curiosità, ma pensando di trovare un allestimento scenico ridotto a simboli.

Siamo rimasti davvero sorpresi nel constatare che anche in un piccolo spazio, si possono fare grandi cose, anzi magnifiche cose.

Se si mette in campo esperienza, talento e quel genere di ambizione sana che mira a fare le cose “bene” i risultati possono essere davvero sorprendenti.

Giorgio Sparacino, padre e maestro di Alessandro, già trenta anni fa, a proposito della sua attività teatrale la definiva “teatro amatoriale ma con ambizione professionale”.

Alessandro ne è degno figlio, è cresciuto in questo laboratorio e ne ha assorbito tutta l’esperienza, il buon gusto e la medesima ambizione, ecco che quando si cimenta il risultato eccellente è assicurato.

Stavolta l’esito è stato superiore ad ogni aspettativa, la realizzazione nel suo complesso è paragonabile ai migliori prodotti dell’I.N.D.A. di Siracusa, eccellente sotto ogni aspetto: ambientazione scenica, costumi, trucco, suoni, recitazione, regia, performance del coro, insomma impeccabile. Prodigioso, se si considerano gli spazi disponibili.

La famiglia Sparacino sicuramente aveva ingaggiato una scommessa su questa rappresentazione, puntando in alto come suo loro costume, l’ha vinta! Del resto loro puntano solo quando sono sicuri di poter vincere, prima studiano, lavorano sodo, sudano sulle cose, spremono le meningi, mobilitano la fantasia e l’immaginazione, insomma si appropriano delle possibili combinazioni offerte dalla situazione, e, al momento giusto, con scatto felino danno la zampata, et voilà, vittoria!

In questa ultima scommessa hanno dimostrato di non essere secondi alle grandi imprese che producono ricorrentemente questo genere di spettacoli.

Certo, a chi legge e non ha assistito alla rappresentazione queste affermazioni possono sembrare esagerate vorrei replicare che purtroppo la tessitura narrativa non può fare giustizia alla sostanza, provare per credere. Spero, e mi auguro, che la messa in scena venga replicata, darebbe l’opportunità ai tanti che non hanno trovato posto stavolta di poterla godere e apprezzare, darebbe modo ai tanti che hanno difficoltà a recarsi al Teatro Greco di Siracusa di assistere alla rappresentazione della tragedia con uguale soddisfazione.

Su questo allestimento si è impegnata la famiglia Sparacino al completo, il padre Giorgio ha impersonato Tiresia, la mamma Natalina ha realizzato i costumi, mentre Alessandro ha interpretato il ruolo di Edipo e ha curato l’adattamento e la regia.

Va detto che non sono stati da soli, una simile impresa è un lavoro corale perché la complessità da curare è davvero enorme. Audaci accompagnatori di questa scommessa sono stati un gruppo di giovani professionisti che con Alessandro hanno lavorato nei vari spettacoli della stagione: Rita Abela che ha interpretato Giocasta e ha diretto il coro; Angelo Abela (assistente alla regia e direttore artistico insieme ad Alessandro, ma anche interprete della parte del sacerdote  e del pastore di Laio); Maurizio Battista (messaggero di Corinto);  Adriano Guerrieri (Nunzio); Tony Castobello (Creonte).

A comporre il coro Mariella Frasca, Luisa Gennaro, Giada Lasagna Liuzzo, Cinzia Minardo. La direzione tecnica affidata a Laura Frasca.

Un’opera mirabile è stata la scenografia: è stato raffigurato uno sfondo arcaico-agreste frutto di uno studio sul contesto profondo, una ricostruzione che nonostante le dimensioni del palco riusciva a dare l’idea di uno spazio grande come si addice ai dintorni di una dimora regale, certamente si è saputo lavorare in maniera mirabile agli effetti di prospettiva.

Un’altra maestria sono stati i costumi, semplici e regali, austeri, rigorosi ma capaci di rendere il clima del contesto storico. Natalina Lotta, che ne è stata l’artefice, ha scelto il panneggio adatto, ma anche i modelli pertinenti, bravissima! Bravissima anche nel vestire il coro, nello scegliere il trucco, nell’indovinare le tinte, insomma una vera maestra di coreografia.

Il coro, anche se formato da pochi elementi, ha svolto con grande professionalità il suo ruolo, anche qui il dosaggio sapiente del tono, l’armonia della gestualità, l’andamento del ritmo, tutto ha regalato elementi essenziali del testo e del contesto; brave le ragazze e brava Rita Abela nel dirigerlo.

Una nota strameritata di plauso va data all’interpretazione di Giorgio Sparacino nei panni del vecchio indovino Tiresia. Una recita ferma, calda nella pronuncia delle vibranti parole della verità; un uso sapiente dei toni, cadenza del dire sobria, essenziale, ma capace di fare risaltare la lucidità della veggenza; movenze dell’incedere studiatamente lente, utili a sottolineare la vecchiezza del corpo dell’indovino. Trucco, costumi e pettinatura capaci di trasfigurare l’uomo che conosciamo per presentarci l’attore navigato, capace e pronto a dispensare emozioni col tono, con le pause, con il timbro caldo della sua voce, con la passione con cui ha accarezzato e interiorizzato il personaggio tanto da renderlo palpitante, reale.

Grandioso l’impatto spettacolare dello scambio scontro tra Tiresia (Giorgio) ed Edipo (Alessandro), l’uno, raffigurante la modestia, sia fisica per età che di posizione psicologica, nonostante la conoscenza della verità, anzi proprio per questo; l’altro, la possanza della gioventù, la maestà della regalità e l’arroganza del potere mista all’aggressività del dubbio sul piano psicologico.

Un duettare come un duello, ma anche come una danza dove ciascuno interpreta un ruolo differente, uno scontro dove nessuno dei due contendenti arretra dalla propria posizione; un diverbio dove uno affonda la spada cercando di raggiungere il cuore dell’altro per finirlo, ma non riesce, un duello che sancisce la parità perché in fondo entrambi vogliono il trionfo della verità.

Bravissima la performance della regina Giocasta (Rita Abela), bravissima perché possiede l’arte dell’interprete e la agisce con grande agilità. In questo ruolo, che sembrava tagliato su misura per lei, la sua robustezza fisica ha conferito autorevolezza e possanza al personaggio regale. La recitazione scaturita da un’interiorizzazione perfetta dello stato d’animo della regina ha restituito un personaggio tormentato dalla dissimulazione di fatti crudeli del suo vissuto, memoria da cui si difende con la rimozione e la negazione, tanto che al momento in cui tutto viene smascherato non le rimane che il suicidio.

Di grande intensità lirica il momento della catarsi, quando Edipo (Alessandro) con umiltà chiede scusa a Creonte della sua condotta arrogante di prima, e con dolore lo implora di agire la pietà verso la defunta. Una grande interpretazione, un cambio totale di registro psicologico come vuole la sopraggiunta consapevolezza della verità dei fatti e l’assunzione personale di responsabilità.

Carmela Giannì

 

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