mercoledì, 18 ottobre 2017
stupro arte

STUPRO. I PIÙ DEBOLI NON SONO TUTELATI

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Non passa giorno che la cronaca non grondi di fatti di violenza sulle donne. L’inutile neologismo, anche bruttino, di femminicidio, ha sostituito l’antico uxoricidio di origine latina. Vero è che quest’ultimo termine viene adesso usato anche per indicare l’uccisione del marito da parte della moglie, ma la sua vetustà e la discendenza da un reato consumato sulla pelle delle donne la dice lunga sulla millenaria condizione di subordinazione al maschio.

L’orrore che suscitano le vendette, i raptus, le gelosie di soggetti violenti e immaturi è grande. Dalle persecuzioni ossessive degli stalkers agli sfregi a base di acido muriatico, fino alle coltellate e agli spari, magari davanti agli occhi terrorizzati dei bambini, non ci facciamo mancare nulla.

Ma c’è un altro reato che viene consumato quotidianamente a spese delle donne, e che frequentemente ricade anche sulle gracili spalle di soggetti deboli – minori, disabili, transgender – ed è la violenza sessuale, lo stupro. Chi subisce questo tipo di ributtante reato ne rimane segnato per tutta la vita.

Fortunatamente da qualche tempo le vittime, vincendo vergogna e paura, trovano il coraggio di denunciare questi crimini, anche se avvengono in ambienti che dovrebbero essere protettivi, come la famiglia o la parrocchia: padri-padroni, zii e fratelli, amici insospettabili e preti vengono smascherati e consegnati alla giustizia. E qui viene il bello! A parte i tempi mostruosamente lunghi dei processi, quand’anche si arrivi alla condanna dei colpevoli, i magistrati tendono troppo spesso a sottovalutare l’entità del reato, continuando a ritenere in parte responsabili le vittime stesse, e concedono con larghezza arresti domiciliari e sconti di pena ad assassini rei confessi!

Si è arrivati al limite della decenza pochi giorni fa, quando lo stupro subito dalla dottoressa in servizio alla Guardia Medica di Trecastagni è stato derubricato a “infortunio sul lavoro”!

Vergognatevi, parrucconi!

Una responsabilità seria però le donne ce l’hanno, almeno nella nostra società.

Sono le donne che ancor oggi si trovano a sostenere il ruolo di educatrici primarie dei figli, e l’insegnamento più importante lo danno con l’esempio.

Il comportamento dei maschi nei confronti delle donne è in gran parte frutto dell’esempio che hanno avuto in famiglia.

Se la mamma, stanca dal lavoro fuori casa e da quello di cura in casa, subisce senza reagire insulti, rimproveri e sberle da un marito che rientra stressato dal lavoro o ubriaco, è una donna che non sa farsi rispettare dal proprio compagno, e rischia di generare due tipologie diverse di figli maschi: i mammoni e i machos.

Il figlio mammone dipende strettamente dalla madre, alla quale riconosce il ruolo di guida in gran parte delle proprie scelte ed azioni. Alla mamma obbedisce e a lei delega spesso compiti o decisioni scomode, divenendone succube. La sofferenza che prova nel vederla maltrattata dal padre-rivale può portare, in casi estremi, al parricidio.

Per contro, il figlio macho è quello che si è convinto che è giusto che la madre chini il capo davanti a qualunque sopraffazione del padre, perché le femmine sono fatte per stare al servizio del maschio in ogni circostanza. Costoro non riconoscono alla donna altro merito che quello di essere sempre e comunque disponibili, prive del diritto di scelta e di opposizione. Tra i machos è facile trovare personalità deboli ed insicure che si rivelano tali quando si trovano a confrontarsi con donne forti e certe del proprio valore. In alcuni casi, per riaffermare i valori cosiddetti maschili, diventano ossessivamente possessivi, gelosi e violenti, ad un passo dal diventare stalker, stupratori, uxoricidi.

In attesa che le donne imparino tutte ad avere stima di se stesse e che riescano così a gestire con equilibrio e saggezza il rapporto col partner – cosa che determinerà una sana educazione dei figli – coi tempi che corrono, è inevitabile che le categorie a rischio debbano prendere qualche precauzione, anche a costo di dover limitare la propria libertà.

Se sono una ragazzina di quindici anni, non esco da sola dalla discoteca in piena notte e non accetto passaggi in auto da nessuno, neanche da un poliziotto. Potrei iscrivermi ad un corso di difesa personale, procurarmi dello spray urticante e scaricare l’app che mi tiene costantemente collegata agli amici in grado di intervenire in caso di pericolo. Non indosserò mai il burqa o il niqab per difendermi dalle voglie dei bruti, ma, per rispetto di me stessa e per darmi valore come persona e non come oggetto sessuale, mi vestirò con buon gusto, evitando stupidi esibizionismi.

In attesa di tempi migliori.

ldnp

 

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