mercoledì, 13 dicembre 2017
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QUANTO CI COSTA IL DEBITO

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I dati Istat (Istituto nazionale di statistica fondato nel 1926) pubblicati nelle ultime settimane hanno evidenziato una crescita tendenziale, per quest’anno, del Pil intorno all’1,5%.

E sempre l’Istat rivede al rialzo il nostro Pil come segue: nel primo trimestre  il dato congiunturale passa da più 0,4 a più 0,5%, mentre il secondo trimestre viene corretto al ribasso, da +0,4%  a +0,3%. Quindi a conti fatti il Pil tendenziale per l’anno in corso viene confermato al più 1,5%.

I dati di cui sopra, che hanno rimarcato una crescita inaspettata del nostro Pil, vanno accolti, a mio modesto avviso, con ottimismo per alimentare quella scarsa fiducia che frena non solo i consumi ma anche la voglia degli imprenditori a investire e rischiare. Allo stesso tempo è bene ricordare che per dare seguito alla crescita occorre provvedere ad attuare quelle tante riforme che per un atavico male (tutto italiano) il più delle volte rimangono in gestazione per poi abortire.

Purtroppo il costo del grande debito (il terzo nel mondo) consuma più di quel Pil che faticosamente comincia a crescere.

In altri miei contributi, pubblicati anche su questa testata che mi ospita (diretta con equilibrio e competenza da Luisa Montù) ho analizzato e puntualizzato come il debito pubblico (2300 miliardi di euro) sia il vero “ Dracula” italiano  capace di succhiare il sangue prodotto da qualsiasi crescita affossando, quindi, le velleità di una nazione che potrebbe avere, invece, un ruolo in Europa, alla pari con nazioni come la Germania e la Francia.

Il fenomeno DEBITO a livello internazionale mostra da una parte  la sostenibilità di un Paese e dall’altra la sua appetibilità nei confronti dei mercati interni ed esterni.

Da noi il debito cresce in continuazione, il che crea una continua esigenza di rinnovo (alla scadenza il debito viene finanziato con altro debito) che genera nel contempo una sempre crescente spesa di interessi che distrugge quelle risorse utilizzabili  per altri fini. Inoltre il suo continuo crescere va a scapito della affidabilità del Paese e da freno nei confronti di possibili investitori.

Detto ciò, dati del 2016 alla mano, siamo il Paese europeo che spende la cifra più elevata per interessi: circa 66,5 miliardi di euro ogni anno, mentre Germania e Francia spendono rispettivamente 43,3 e 41,9 miliardi di euro.

Ciò vuol dire che il nostro Paese deve produrre un avanzo di bilancio di almeno 66,5 miliardi di euro per non ricorrere a ulteriore debito per pagare gli interessi, mentre di contro Germania e Francia registrano circa 20 miliardi di euro in più rispetto all’Italia da spendere per altri esigenze.

Il macigno di questi interessi evidenzia in rapporto al Pil per l’Italia un valore del 3,98%, ben lontano dal 1,4 della Germania e dal 1,9 della Francia.

La parola SPREAD, che tanto ci ha fatto tremare in un recente passato, è legata all’aumento del debito, che a sua volta spinge in alto gli interessi da pagare. Infine il tutto si traduce nei confronti dei mercati internazionali in una perdita di credibilità.

Il mio augurio è che il governo che verrà dalla prossima tornata elettorale si impegnerà su questo tema per scegliere gli strumenti adeguati per ridurre il debito pubblico evitando così pericolose spinte depressive.

Nel frattempo per il 2018 la manovra (Def – documento di economia e finanze) approvata dal governo Gentiloni (non senza fibrillazioni) sarà di quasi 20 miliardi (19,58 per la precisione) pari a circa l’1,1% del Pil.

Ed ecco la prima stortura di politica economica: la copertura dei circa 20 miliardi sarà coperta per 10,9 miliardi in deficit (cioè a debito).

Questo dimostra che il governo è sordo a capire che se non si abbatte il debito pubblico con una riduzione della spesa il nostro Paese rimarrà sempre in una posizione precaria.

Il debito pubblico è scambiato dalla nostra politica per un bancomat. Questo crea e creerà ancora di più in avvenire – se non ci sarà un’inversione di tendenza – danni irreparabili per le generazioni future.

Ribadisco: i numeri e le varie statistiche (colonna dorsale della scienza economica) non sono mai un dettaglio ma un modo efficace per analizzare e confrontare diversi fenomeni economico-finanziari. In Italia purtroppo – ribadisco ancora – non hanno cittadinanza soprattutto nel dibattito economico e politico.

Il mio augurio è quello che il prossimo governo possa dare un segnale forte sulla nostra capacità di ristrutturazione del debito e rendere così il nostro Paese comparabile con gli altri.

Chiudo con un sillogismo: “cu si leva di la minna di la vacca more di fami”.

Salvatore G. Blasco

 

 

 

 

 

 

 

 

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