mercoledì, 13 dicembre 2017
l'editoriale di Luisa Montù

ANCORA UNA VOLTA ABBIAMO PERSO LA FACCIA

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Molti hanno ironizzato sulla reazione degli italiani all’eliminazione della Nazionale di calcio dall’avventura dei prossimi Mondiali, sullo scalpore che ha destato nei media, sui social, tra la gente.

Che il tifoso sia sanguigno per natura, quindi reagisca in maniera eccessiva nell’esaltazione per le vittorie come nella disperazione per le sconfitte fa parte proprio dell’essere tifoso, ma che su tutte le testate giornalistiche se ne sia parlato come di una sciagura nazionale è parso decisamente eccessivo. Però vi chiedo: in un paese in cui le istituzioni non intendono più garantire il cittadino, in cui la politica si è completamente liberata dalle idee per trasformarsi nell’accaparramento di una poltrona da parte di persone che mirano unicamente al bene di se stesse, in cui persino la giustizia è diventata capricciosa, in cui la sanità annaspa e la scuola ha perduto qualsiasi significato e utilità, cosa resta se non il calcio, l’unico settore in cui il povero italiano può sognare di vincere e qualche volta ci riesce pure?

Adesso anche l’ultimo elemento identificativo se n’è andato, restano le divisioni, le singole squadre che dividono ma anche identificano. Avete mai pensato che, conoscendo una persona, si può capire da come ragiona, da come agisce, per quale squadra tifa? Perché le squadre hanno una loro personalità e aggregano a sé chi in quella personalità si riconosce, chi quella personalità condivide. Che la nostra Nazionale non possa partecipare ai Mondiali in Russia è, in pratica, un ulteriore elemento di disgregazione per la nostra gente già tanto tormentata da conflitti culturali, politici, generazionali. Dovremmo riflettere sul fatto che piccoli Stati formatisi da poco siano stati capaci di portare la loro squadra in una competizione internazionale tanto importante accanto a quelle ben più blasonate che ne avevano fatto una tradizione e la cui presenza diamo ogni volta per scontata. Come davamo per scontata quella dell’Italia.

Oggi paghiamo un progressivo disinteresse da parte dei vertici delle istituzioni (proprio quelle sportive!) per lo sport in quanto tale a favore del business che questo ormai rappresenta. Se, come non ci stanchiamo di ricordare, si è ritenuto necessario far accendere una lampadina rossa nel momento in cui uno schermidore viene colpito anziché fidarsi della sua dichiarazione di touché che dovrebbe caratterizzare lo spirito di ogni sport, della sua stessa esistenza, vuol dire che il concetto di sport è morto insieme a quello di lealtà. Allora davvero ci meravigliamo se i vertici del calcio sono pervasi da razzismo e omofobia, se vincere non ha significato se non arricchisce, se perdere una poltrona è molto più grave che perdere la faccia?

L’inutile pareggio con la Svezia è stato per l’Italia un’ulteriore umiliazione determinata da dirigenti incapaci, eppure altro danno non ha causato loro se non qualche borbottio. Una sola persona ha avuto la dignità di dissociarsi con forza da scelte scellerate, Tommasi, quel giocatore che ai tempi in cui calcava i campi di calcio veniva chiamato “anima candida”, ma anche allora era molto di più che un’anima candida: era un Uomo, uno dei pochi rimasti.

In quanto a noi, continueremo a sognare per le nostre squadre, a ridere e a piangere per loro, facendo finta che in campo queste portino ogni volta lealtà e coraggio, facendo finta insomma che lo sport esista ancora.

 

                                                                     

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