martedì, 23 ottobre 2018
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VARIE ED EVENTUALI D’INIZIO ANNO

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L’anno vecchio se n’è andato lasciandosi dietro uno strascico, modesto ma fastidioso, di cose non fatte, di cose fatte male e di scemenze di cui avremmo tutti fatto volentieri a meno.

Una legge elettorale macchinosa e pasticciata, uno jus soli rimandato alle calende greche, la penosa storia delle magistrate ipertruccate in minigonna e tacco 12 obbligatorio, la spavalda e arrogante presa di potere all’Assemblea Regionale Siciliana di un noto tossicodipendente e, per la legge del contrappasso, l’inerte e imbelle comportamento del proboviro eletto Governatore.

Mentre Spelacchio moriva, all’apertura della stagione dell’Opera di Roma, Virginia Raggi è apparsa sfavillante in uno stupendo abito di Gattinoni corredato dalla storica cappa di velluto nero indossata da Anna Magnani nel 1957 a Hollywood per la presentazione di “Bellissima” di Visconti; la BellaBoschi invece, reduce dall’analoga inaugurazione ambrosiana alla quale ha partecipato entrando da una porta di servizio, sfoggiava sul red carpet romano un abito verdebluastro spento, perfettamente in linea col suo essere ormai alla frutta dopo aver dichiarato che, per la faccenda del conflitto d’interessi sulle banche, è stata vittima di una campagna denigratoria sessista!

Il povero anno nuovo si trova a gattonare in un mondo preda della pazzia degli idioti che, per vendetta, Madre Natura ha fatto scegliere alla gente per esserne governati. Tra tante faccende indubbiamente serie e preoccupanti – guerre in atto e guerre atomiche minacciate, rivolte popolari, attentati terroristici, etc. –  c’è anche una piccola cosa tutta italiana, che, tuttavia, è esemplificativa della bipolarità che pare essere ormai diventata caratteristica degli italici comportamenti.

Dal I° di gennaio i sacchetti di plastica trasparente che tutti coloro che acquistano frutta e verdura nei supermercati sono costretti ad usare, debbono essere totalmente biodegradabili e a pagamento. Nulla da eccepire, ovviamente, su un provvedimento teso a limitare drasticamente l’uso delle materie plastiche tradizionali che stanno ammorbando tutto il pianeta. Quello che sconcerta è il fatto che è obbligatorio portare gli ortaggi chiusi nel sacchetto per motivi di igiene alla cassa, che ormai funge da bilancia, ma che è severamente proibito il riuso di tali contenitori, tranne che per, eventualmente, contenere rifiuti umidi. Sempre che si riesca a portarli a casa interi, visto che sono estremamente sottili e fragilissimi!

Sorprende poi il fatto che, a tutt’oggi, non sia stato fissato un prezzo unico nazionale, ma sia ancora lasciato tutto nella nebbia del “si dice” con oscillazioni tra i 2 e i 10 centesimi a sacchetto: cifre piccole, ma che nel bilancio di un pensionato al minimo si fanno sentire.

Non ci si illuda che i sacchetti prima ce li regalassero: il costo degli imballaggi ha sempre gravato sul prezzo del prodotto finito. Tuttavia, troppo spesso i gestori degli esercizi commerciali si sono trovati letteralmente derubati di interi rotoli di sacchetti da parte di gente maleducata e profittatrice che, per non pagare il sacchetto grande alla cassa, ributtava tutta la spesa alla rinfusa nel carrello. dopo averla pagata, e la imbustava nei sacchetti piccoli appena fuori dal negozio.

Il pagamento del sacchetto limiterà certamente tali abusi, ed ha una funzione educativa, così come il recupero della moneta usata per prelevare il carrello ha eliminato completamente il disordine ed il caos dai parcheggi dei supermercati.

Una volta per fare la spesa si usavano la sporta o le borse di rete in cui riporre tutte insieme le cibarie comprate, avvolte in sacchetti di carta-paglia o anche in fogli di giornale: non sarà stato il massimo dell’igiene ma, a memoria di casalinga, nessuna epidemia di tifo, di colera o di peste bubbonica è mai scoppiata per colpa del modo di portare a casa la spesa.

Chi ne ha la possibilità e il tempo potrà andare a rifornirsi direttamente dall’ortolano di fiducia e portarsi a casa frutta e verdura in cassette di legno o di plastica, riusabili decine di volte. Da tempo esistono gruppi di acquisto collettivi che settimanalmente riforniscono gli aderenti con prodotti freschi a chilometro zero, e certamente non usano i maledetti sacchetti.

Perché non obbligare i produttori a limitare gli imballaggi e a renderli facilmente riciclabili oppure smaltibili stampandoci sopra chiaramente dove e come gettarli correttamente?  Perché usare in salumeria e in macelleria tonnellate di vassoietti di polistirolo involtati in pellicola trasparente anche per prodotti che non sgocciolano?

L’Europa, sempre pronta a sfornare regolamenti capestro cretini, tipo la curvatura delle banane o il diametro dei pomodori, potrebbe per una volta fare una buona cosa dettando a livello continentale norme semplici e precise, uguali per tutti, circa la produzione ottimale e lo smaltimento corretto degli imballaggi, invece di scaricare sempre sul consumatore finale le inefficienze del sistema. Purtroppo è cosa nota che la monnezza è fonte di enormi guadagni, così come l’obbligo dell’uso non riciclabile dei sacchetti biodegradabili assicurerà lauti guadagni alla Novamont di Novara, che ne detiene l’80% del mercato, la cui amministratrice delegata, a detta di testate non sempre affidabili quali Libero.it e Il Giornale.it, è una sodale di Renzi fin dalla prima Leopolda… chi ha una certa età ricorderà che l’obbligo di avere a bordo dell’auto il triangolo catarifrangente fu posto per dare sviluppo all’industria del figlio di un politico DC.

Niente di nuovo sotto il sole.

Lavinia P.  de Naro Papa

 

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