giovedì, 16 agosto 2018
scrittura elegante

IL RISPETTO DEL GENERE NELL’USO DELLA LINGUA

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Con una certa dose di noia, unita a fastidio, torno su un argomento, su cui non mi soffermavo da anni: l’uso della lingua declinata nel rispetto dei due generi.

In passato sono stata divulgatrice convinta della necessità di questa declinazione, ma non per dare pari opportunità alle donne, né perché convinta che ciò contribuisse all’emancipazione o alla libertà delle donne, niente di tutto questo, l’ho fatto per praticare il vero, per aderire all’autentico che le parole veicolano.

L’ho fatto per rispetto di me e degli altri con cui tramite il dire o tramite la parola scritta si entra in comunicazione.

L’ho fatto anche per comodità, trovavo infatti fastidioso e dispendioso dire “l’avvocato signora Rossi”, “l’architetto signora Bianchi”, non volendo occultare il fatto che l’avvocato e l’architetto erano delle donne, in questi casi preferivo l’uso più immediato di avvocata e architetta che mi consentivano di risparmiare “signora tizia”.

Torno sull’argomento, dopo molti anni, perché constato da parte di alcuni soggetti, fra cui alcuni miei amici e collaboratori de La Pagina, un esagerato fastidio nell’uso della declinazione femminile di certe professioni e cariche pubbliche.

Costoro affermano di trovare queste declinazioni decisamente cacofoniche, fin qui niente da dire, ognuno ha sensibilità proprie e gusti personali sui quali non è opportuno disquisire. Non tutte le consuetudini sono gradite e fa parte delle libertà personali adeguarvisi o meno.

La cosa che mi colpisce è la veemenza con cui questa consuetudine viene attaccata, e soprattutto, mi colpiscono le argomentazioni con cui la si sbeffeggia e denigra, tutte, secondo me, fuori fuoco, decentrate dal campo linguistico (a parte la cacofonia su cui non entro nel merito).

Le argomentazioni apportate a sostegno della (secondo loro) aberrazione linguistica sono tangenti alla questione e scivolano sul campo politico e del costume.

Sono argomentazioni che si scagliano contro l’innovazione della denominazione “ministra”, “sindaca” e “avvocata” per affermare che il desiderio di emancipazione e di libertà femminile sono state saldate (dalla linguistica e dalla politica) con questa concessione di cattivo gusto e di nessun valore sul piano concreto, e accettate dalle donne, che come allocche ci sono cascate, prendendole come medaglia al merito da appendere al petto in modo da avere l’alibi per rinunciare alla lotta per un reale cambiamento.

Insomma, per affermare un fastidio del loro udito, una squisita esigenza della psicoacustica, mirano pesantemente sul femminismo che si è calato le brache e sulla politica che svilisce le vere esigenze tramutandole in maschere di facciata.

Liberissimi tutti di pensare l’una e l’altra cosa, liberissimi di appigliarsi a qualsiasi cosa per esternare malcontento verso la politica per esprimere misoginia viscerale, ma la declinazione della lingua verso i due generi è fuori da queste questioni, essa nasce dall’esigenza di rispettare l’identità dei due generi e di dirla senza mascherarsi col genere neutro che è una costruzione culturale (durata secoli) ma comunque una costruzione, effettuata da uno dei due generi previsti dalla natura, per dirsi, per nominarsi, per affermarsi.

Il fatto che per secoli sia andata così non significa che fosse una verità inviolabile, significa piuttosto che era consona al costume e all’unico soggetto, quello maschile, detentore di potere e quindi necessitante di dirsi e affermarsi.

Il fatto che a un certo punto della storia, i soggetti umani detentori di potere e necessitanti di affermazione fossero diventati due (uomini e donne) fatto derivante dalla cosiddetta “emancipazione”, ha richiesto alla lingua di adeguarsi per evitare di occultare il reale, per evitare, insistendo col genere neutro di ingannare l’interlocutore, insomma, si è ricorsi alla declinazione per evitare di dire il falso. Niente di più e niente di meno, semplicemente un rispetto della realtà!

Si può essere conservatori, chiusi verso le novità, ipersensibili sul piano estetico-acustico, si può essere tutto, ma per favore lasciamo stare i santi e prendiamocela solo con i fanti.

Piaccia o meno, la lingua non è una funzione umana cristallizzata, non è un assioma, la lingua è una funzione mobile al servizio della comunicazione umana, una funzione duttile che segue il cambiamento della società in cui viene utilizzata.

La lingua è cambiata nei secoli così come è mutata la società, oggi non si parla più alla maniera di Dante e neanche alla maniera del Manzoni, oggi si parla come udiamo e vediamo, rispetto al passato la lingua si è certo impoverita sul piano estetico, sul piano della forma, sul piano della musicalità, pazienza! Ce ne possiamo rammaricare, ma chiuderci a riccio verso la novità che svela l’identità del soggetto non riporta il linguaggio alla perfezione, lo riporta a quel maledetto neutro che ha avuto ed ha la pretesa di essere universale quando invece è parziale ed escludente l’identità femminile.

I linguisti che hanno adeguato la lingua al nuovo della soggettività femminile hanno solamente registrato la realtà, non erano certo in simpatia di femminismo, del resto il femminismo con questa novità linguistica c’entra come i cavoli a merenda, si tratta di un’evoluzione d’uso, si tratta di una flessibilità comoda, si tratta di onestà comunicativa, si tratta di avere a disposizione termini che riportano la veridicità dei soggetti in causa.

Possiamo rifiutare di adeguarci ai cambiamenti, ma anche nominare la cacofonia del termine ministra e sorvolare sulla consuetudine delle parolacce e delle sconcezze è certamente bizzarro, tuttavia si può tranquillamente restare ancorati alla dicitura di sindaco anche quando la carica è ricoperta da una donna, si può, si nega in questo modo l’identità di una donna che ricopre una carica istituzionale mettendo l’accento e la rilevanza sulla funzione e non sul soggetto, certamente si può, ciascuno è libero di parlare come vuole, resta il fatto che prendersela con la piaggeria dell’intellettualità,  con la stupidità dei linguisti, con la velleità del femminismo realizza quel magnifico detto popolare che recita: “spara a cù vitti ma cogghi a cù nù nvitti”.

Carmela Giannì

 

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