domenica, 18 novembre 2018
piccolo palcoscenico

IL RISPETTO DEL RITO

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Il Natale, al di là della posizione religiosa di ciascuno, è la festa principale dell’anno. E’ la più ricca in termini di riti religiosi ma anche civili. E’ la più ricca in termini di coreografie, ogni città si veste a festa con luminarie spettacolari, in ogni casa vengono allestiti addobbi sul tema.

Il Natale è una delle festività che prevede, tranne che per i servizi essenziali, pause dal lavoro, è insomma la festività per eccellenza e in un paese cattolico a trionfare è il presepe che plasticamente ci richiama al senso intrinseco.

Tuttavia, siccome la natura umana tende a non fare sforzi, a rimane, nonostante i richiami iconografici, alla superficie delle cose, finiamo con lo sciupare la festa distraendoci con le numerose pietanze fino a mettere ko la facoltà riflessiva.

Dato che riusciamo ad essere così stupidi, è necessario che qualcuno ci faccia qualche predica, per scuoterci, per richiamarci all’essenziale del significato festivo. Per questo dovrebbe bastare la Chiesa, dovrebbe, ma, siccome la frequenza del tempio non è praticata a tappeto, è bene che anche il tempio laico per eccellenza, il teatro,  metta a tema il vero significato della ricorrenza.

In quest’ultimo Natale lo ha fatto il “Piccolo Palcoscenico” portando in scena “Canto di Natale”. Il lavoro è stato tratto dall’omonimo romanzo di Charles Dickens, una narrazione fantastica con cui l’autore nel 1843 affrontava una critica alla società e si schierava a favore della lotta alla povertà, allo sfruttamento del lavoro minorile e all’analfabetismo.

Da allora sono passati quasi due secoli, la società attuale è molto differente da allora, ma i problemi della diseguaglianza sociale sono presenti allora come ora perché le ragioni del capitale sono sempre le stesse e la natura dell’uomo è sempre schiava della cupidigia.

Allora come ora lo sfruttamento degli ultimi è intatto davanti a noi, come quello della miseria, almeno per un numero considerevole di persone.  Non si sfrutta più il lavoro minorile, ma i giovani per trovare lavoro sono costretti ad emigrare. Non c’è l’analfabetismo a tappeto, ma le opportunità allo studio non sono assicurate a tutti, insomma non abbiamo fatto molta strada, ora come allora c’è bisogno di riflettere sul senso dell’accumulo,  sulle insultanti diseguaglianze, sullo sfruttamento della natura, insomma urge riflettere sul senso dell’esistenza.

Oggi come allora il momento della festa cristiana che richiama alla fratellanza va colto come occasione per cercare di diventare più umani, cioè compiutamente umani e non infantili umani come siamo in questa epoca.

Dickens si è servito di messaggeri onirici (lo spirito del presente, il fantasma del passato, lo spettro del socio)  che visitando il protagonista lo scuotono dalla schiavitù dell’avarizia che lo rendevano cinico; oggi quei fantasmi hanno cambiato nome e modalità di comunicazione.

Oggi siamo insediati (chi più e chi meno) da nevrosi e da psicopatologie con varie manifestazioni, ma ugualmente capaci di turbare, e a volte sconvolgere la serenità interiore, trasformando l’esistenza in un inferno.

Li ascoltiamo poco questi segnali, cioè li imputiamo all’esterno, li proiettiamo sul prossimo, sulle circostanze, sul contesto, facciamo di tutto in modo da non raccoglierli e affrontarli per quello che vogliono dirci.

Insomma occultiamo il sintomo con qualche farmaco in modo da ignorare la causa. Rimaniamo sordi al richiamo liquidandolo con l’appellativo generico di stress, e, come stupide mosche, continuiamo a sbattere ostinatamente sul vetro che non riusciamo a vedere.

Queste forme di malessere interiore che variano dall’inquietudine al panico, dal disagio al disadattamento fino a giungere a forme cliniche invalidanti, a guisa dei fantasmi di Dickens, non fanno altro che chiederci un ravvedimento per ritrovare pace interiore, l’armonia quotidiana cui in fondo ciascuno anela in questo breve passaggio che è la vita.

La rappresentazione teatrale, quanto mai riuscita sul piano artistico (quelli del Piccolo Palcoscenico sono sempre una garanzia), ha saputo ben bussare al cuore degli spettatori, perché ciascuno di noi ha nel proprio agire atteggiamenti che fanno a pugni con la fratellanza e con lo spirito cristiano.

La messa in scena ha avuto la regia, l’adattamento e le scene curate da Alessandro Sparacino che è stato anche interprete come Ebenize Scrooge, ovvero il protagonista del romanzo di Dickens, il titolare della fabbrica che negava al suo segretario anche la festività di S. Stefano perché considerava le feste solo una perdita di tempo che danneggiavano il lavoro e assottigliavano il profitto. Scrooge, che scacciava in malo modo chi gli chiedeva un contributo di beneficenza in favore dei poveri, che respingeva il nipote che affettuosamente lo invitava ad unirsi alla sua famiglia per il pranzo natalizio, quest’uomo schiavo del denaro, cinico e burbero visitato dai tre fantasmi notturni alfine si ravvede, cambia atteggiamento.

Gli incubi notturni sulla scena sono stato portati da Angelo Abela (spettro di Marley, spirito del presente) e da Anna Maria Abbate (fantasma del passato). Il Nipote di Scrooge Fred è stato interpretato da Adriano Gurrieri, il segretario di Scrooge, Bob, è stato interpretato da Antonello Iemmolo, mentre Maria Luisa Alfano ha vestito i panni della moglie di Bob.

Il ruolo del narratore è stato svolto da Ornella Fratantonio. Laura Frasca e Mario Lo Bianco hanno gestito audio e luci.

L’insieme della messa in scena è stato efficace come stimolo alla meditazione su se stessi senza sacrificare il godimento della rappresentazione, fatta con notevoli doti di professionalità da parte di tutti gli attori. Nella squadra che attornia Alessandro Sparacino sanno essere mattatori, affabulatori e comunicatori fantastici, non sbagliano un colpo, anzi, sorprendono sempre per il livello che riescono a raggiungere.

Canto di Natale è stato ben affrontato sotto tutti i punti di vista: ben tenuto il ruolo del narratore da parte di Ornella Fratantonio; bello il gioco di luci, efficace la realizzazione scenica che nonostante il notevole movimento richiesto ha incasellato tutti i cambiamenti in un incastro perfetto, pertinenti al messaggio da comunicare i costumi scelti, insomma una regia sapiente che ha saputo fare un regalo di natale a chi ha assistito.

Carmela Giannì  

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