mercoledì, 24 ottobre 2018
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MENO MALE CHE C’E’ IL TEATRO

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Ogni anno a gennaio, al verificarsi della ricorrenza della giornata della memoria, d’impulso, cioè ancora prima di attivare la ragione, verrebbe da dire: a che serve rievocare il passato? Non sappiamo ormai tutto di quella tragedia? Perché piuttosto di questo ripasso su cose lontane e note non si mettono in atto azioni per evitare il genocidio in atto riguardante migranti e profughi? Perché ci si sofferma sugli orrori del passato e non si fa altrettanto per quelli in atto?  Perché postare sui social o come immagine televisiva il frontespizio del lager di Auschwitz piuttosto di soffermarsi sulle centinaia di creature chiuse nei lager della Libia?

Tutto questo, d’impulso, si sussegue nel cervello, ancora prima di ragionare, generando un sentimento di stanchezza sulla ricorrenza.

Poi si attiva il cervello razionale e appare evidente il legame non solo fra i due massacri, ma anche su tutte quelle espressioni che quotidianamente udiamo su chi deve venire prima o dopo, su tanti comportamenti sociali che cataloghiamo come rabbia male indirizzata, guerra tra poveri. Non procedo sulle connessioni tra fatti perché la ragnatela è molto fitta ed il problema è che siamo bloccati, che non elaboriamo, che non riusciamo a fare i conti col passato e quindi vi inciampiamo e non riusciamo a guardare con occhi esperienti il presente.

Fare esperienza, provare emozionalmente, immedesimarsi fino al punto del coinvolgimento psichico, questo è il punto, per autodifesa rimaniamo alla superficie delle cose o rimuoviamo, cioè rinunciamo a fare esperienza.

Per fortuna che c’è il teatro, non la recitazione davanti allo spettatore passivo, ma il teatro come lo sa utilizzare Alessandro Sparacino che per l’occasione ha trasformato il suo “Piccolo Palcoscenico” in una sorta di museo vivo, trasformando gli spettatori in testimoni che percorrono il labirinto infernale, in piedi tutto il tempo, con soste ad ogni tappa del calvario animato, metaforicamente saliti sui carri bestiame, insomma parte dello spettacolo (anche se è una parola che stona) dentro i suoni stridenti, i latrati dei cani, le urla degli aguzzini e gli spari.

Un viaggio all’interno di inferni chiamati Ausmerzen, Auschwitz, coinvolti e sconvolti dai mostri generati dal sonno della ragione. Testimonianze espresse con le parole di Primo Levi, da Marco Paolini, parole recitate dai componenti la compagnia del “Piccolo Palcoscenico” che hanno raccontato testimonianze dei sopravvissuti alla Shoa.

La Pietà ci ha avvolti, ci si sarebbe voluti inginocchiare e piangere, non c’era lo spazio fisico e abbiamo dovuto resistere fino alla fine. Appena fuori, a rappresentazione completata, quasi in un’esplosione abbiamo avuto bisogno di commentare: l’inumano abbiamo visto, l’indicibile abbiamo toccato, l’inconcepito abbiamo afferrato. Ciascuno ha avuto bisogno di dire parole per alleggerire l’animo dall’orrore in cui da spettatori partecipi ci eravamo immedesimati.

No, non si deve dimenticare, non si deve fino a quando ognuno con se stesso non avrà fatto i conti con quegli aspetti oscuri che l’uomo si porta dentro, aspetti che rendono indegna la vita sia delle vittime che dei carnefici.

Meno male che c’è il teatro, meno male che c’è chi ha l’abilità di intrecciale le tessere di testimonianze in un mosaico originale, di concepirle nella forma che richiede il coinvolgimento corporeo, ora forzatamente statico, ora errante, ma sempre immerso nel tunnel di una rappresentazione dove attore e spettatore sono partecipi a pari titolo sotto l’aspetto del coinvolgimento emotivo.

Che dire, bravo Alessandro Sparacino (non è una novità, ma sapere trasportare nell’inferno senza cadere nell’orrido non era scontato, riuscire ad attivare non la superficiale commozione, ma la profonda  e complessa pietà dello spettatore non era facile) per l’ideazione e la regia; bravi tutti (Alessandro Sparacino, Angelo Abela, Annamaria Abbate, Antonello Iemmolo, Cinzia Minardo, Giada Lasagna Liuzzo, Maria Luisa Alfano, Mariella Frasca, Ornella Fratantonio) per l’assenza di strumentale enfasi recitativa, per la misura dei gesti e la compostezza delle posture.

Se si gioca mettendo in atto artifici (professionali, per carità) non si raggiunge l’obiettivo dell’identificazione dello spettatore, passa il falso e l’emozione si ritrae, se invece, in maniera spoglia, ci si fa strumento della cruda testimonianza, il messaggio raggiunge, la pietà si affaccia ed invade la psiche.

Grazie per questo senso della misura, grazie per esservi posti come umili servitori. Bravo anche Mario Lo Bianco che con sapienza ha curato la direzione tecnica, un compito delicato ed essenziale affinché la complessità di una costruzione possa andare in scena con fluidità.

Carmela Giannì

 

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