venerdì, 23 febbraio 2018
l'editoriale di Luisa Montù

LA GLORIA NON È PER GLI ITALIANI, NEMMENO UNA PICCOLA PICCOLA

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Crediamo che sul fatto che in Italia il calcio sia lo specchio della società siano tutti d’accordo, esaminare dunque le vicende della Federazione in questo particolare momento della vita italiana potrebbe essere illuminante.

Quale Presidente era stato eletto un personaggio del quale tutto si poteva dire tranne che potesse in qualche modo incarnare anche uno solo dei principi che dovrebbero animare lo sport in generale. Che cosa hanno potuto dedurre gli italiani? Che la scelta rispondeva al soddisfacimento di interessi di qualche uomo di potere che navigava nell’ambiente calcistico. Che fosse razzista e misogino era apparso subito chiaramente, ma gli italiani brava gente avrebbero potuto pure passarci sopra se fosse stato capace di dare alla Nazionale quella forza e quella bellezza che avrebbero potuto sollevarli almeno nello spirito dalla miseria nella quale da tempo erano sprofondati, invece, arrivati a disputare i Campionati Mondiali, fu scelto un commissario tecnico molto bravo per far galleggiare una squadra modesta nella mezza classifica del nostro campionato, ma non certo per guidare la squadra del Paese all’arrembaggio in una competizione tanto importante. Infatti questa non solo ha fatto una figura modesta, ma addirittura è naufragata appena uscita dal porto. Orrore, chi se l’aspettava? Tutti, a dire il vero. Le dimissioni di Tavecchio non hanno stupito nessuno se non per il fatto che sono state stentate e poco convinte.

Si arriva così a dover eleggere il nuovo Presidente. Alla carica si presentano tre personaggi: Gabriele Gravina, Cosimo Sibilia e Damiano Tommasi. Per gli italiani, fra questi, quello che incarna perfettamente la lealtà, la pulizia, l’onestà, la chiarezza che dovrebbero caratterizzare lo sport rispetto a tutte le altre attività umane non può che essere uno: Damiano Tommasi. Nonostante l’alleanza fra Gravina e Sibilia, non si raggiunge il numero sufficiente a scegliere un presidente. Eppure, volendo ripulire il calcio dalle troppe scorie del passato, sarebbe bastato eleggere Tommasi. E’ chiaro dunque che non era questa l’intenzione. Tommasi abbinava in sé qualità come l’onestà, la preparazione e l’intelligenza, tre caratteristiche che in Italia, nelle posizioni dirigenziali, non solo sono considerate scomode, ma addirittura dannose e finanche pericolose.

Adesso è stato nominato un Commissario, Roberto Fabbricini, segretario generale del CONI, che sarà coadiuvato da due ex calciatori, Alessandro Costacurta e Bernardo Corradi, oggi opinionisti, guarda caso, uno di Sky e uno di Mediaset, nel rispetto della migliore tradizione italiana.

Tutto questo che cosa ci dice? Che il solo interesse di chi guida le sorti del calcio in Italia è quello di mantenere saldo il proprio ruolo di potere, al di là dei risultati, al di là dei possibili successi. Perché l’immagine del Paese nulla conta. Fare una figuraccia cosa mai importa se non al povero tifoso che sogna di essere illuminato almeno di una luce riflessa, di una vittoria per procura, di un momento di gioia fanciullesca che alleggerisca le ambasce giornaliere? Torna alla mente l’immagine di Nino Manfredi nel ruolo di un emigrato italiano in Germania che esplode di felicità al gol che segna la vittoria dell’Italia sulla ben più titolata Germania in quella partita in Messico che resta ancora nei nostri cuori più gloriosa dell’impresa dei Mille. Quei Mondiali nemmeno li vincemmo, ma allo stadio Azteca esiste ancora la targa celebrativa di quell’impresa. E tutti si uscì di notte per la strada e tutti ci abbracciavamo, sconosciuti ma fratelli in quel momento di felicità. Una felicità piccola piccola ma così importante per noi! Perché per un momento avevamo potuto essere fieri del nostro paese. Solo su un campo di pallone, d’accordo, ma almeno lì, visto che in tutto il resto ci è negato.

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