lunedì, 16 settembre 2019
l'editoriale di Luisa Montù

LE PAROLE PERDUTE

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I social hanno enormemente allargato la nostra possibilità di comunicazione, questo è indiscutibile, ma, stranamente, hanno ristretto la nostra capacità di dialogare. Siamo diventati sempre più categorici, abbarbicati alle nostre idee, intolleranti nei confronti del prossimo. Se quando si discuteva di politica o di calcio al bar con gli amici anche con toni accessi, accalorandoci in modo appassionato, pure litigando, lo si faceva sempre ascoltando in qualche modo le parole e le ragioni degli altri, controbattendole ma anche comprendendole, oggi, dialogando (si fa per dire!) su facebook o su twitter ci chiudiamo nella nostra visione delle cose che in tal modo, anziché ampliarsi, va diventando sempre più ristretta.

Non si riesce a capire perché questo accada. I limiti sconfinati di questa agorà virtuale, insieme a quella di riflettere, visto che si ha tutto il tempo di ragionare prima di formulare un pensiero, una risposta, dovrebbero consentire al nostro cervello di elaborare qualsiasi argomento dentro di noi in maniera ben più approfondita e ragionata che discutendo fra un caffè e l’altro, fra un bicchiere di birra e l’altro. Invece no. Tutto dentro di noi si cristallizza, quasi che quelle celluline grigie vantate da Poirot si stancassero di girare, rallentassero, fino a consentire alla ruggine di formarsi su di loro e bloccarle.

Qualcuno dice che tutto questo avviene perché ci si trincera dietro l’anonimato, visto che i social ci consentono di usare un nome di fantasia, insomma è quella viltà che cova troppo spesso in un angolino dell’essere umano che in questo caso acquista forza. Questa spiegazione non ci convince, perché lo stesso comportamento, lo stesso atteggiamento, la stessa chiusura insomma alle idee altrui si riscontra anche in chi usa il proprio nome risultando perfettamente identificabile da chi lo conosce nella realtà e in quella virtuale semplicemente lo ritrova.

Noi vorremmo azzardare un’ipotesi. Quello che accade non dipende tanto dall’essere noi divenuti più presuntuosi e intolleranti che in passato, ma dal disporre di un vocabolario sempre più limitato e quindi da una reale difficoltà di trovare i termini adeguati a esprimere nel modo più corretto pensieri e atteggiamenti che ci caratterizzano. Purtroppo nel nostro linguaggio è rimasto un lessico categorico, intollerante, spesso offensivo. Ci piace sfoggiare termini di lingue che non conosciamo, ma se dobbiamo trovare un sinonimo di una parola che usiamo abitualmente boccheggiamo come pesci. Persino gli articoli di noi giornalisti abbondano di ripetizioni come non accadeva mai in passato. Colpa della fretta impostaci dal web? Forse. Eppure anche in passato, quando per una cert’ora si doveva essere pronti a passare il pezzo in stampa e quel pezzo, per forza di cose, doveva raccontare una notizia arrivata un momento prima, anche allora la fretta era la nostra costante compagna, eppure il sinonimo si proponeva da solo, senza nemmeno doverci riflettere.

Oggi non succede più. Dopo aver perso i congiuntivi, gli apostrofi, dopo aver trasformato in un mistero gaudioso la consecutio temporum, abbiamo smarrito anche le parole. Diciamo “smarrito” perché speriamo fortemente di non averle abbandonate per sempre, cancellate, annullate, irrimediabilmente dimenticate. Solo ritrovandole riusciremo di nuovo a parlare, a comunicare, a dialogare, a capirci. Chissà, magari diventerà anche possibile ritrovare la nostra umanità.

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