sabato, 26 maggio 2018
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UN INNESTO D’AUTORE EFFETTUATO CON MAESTRIA

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L’ha chiamata “STAZIONE esterno notte”, definendo e racchiudendo nel titolo il luogo dove possono verificarsi gli incontri più disparati, il luogo dove per antonomasia si incrocia la vita nelle più svariate espressioni, la vita col suo carico di problematiche. In stazione si va tutti, si va per partire, per ritornare, per accogliere il parente che arriva. Ha selezionato uno spazio, l’esterno, dove si sosta senza dover rendere conto; ha individuato il tempo, la notte, ovvero il lasso temporale in cui l’anima sofferente non riesce ad abbandonarsi al sonno e vaga per fare i conti con l’irrisolto.

In questo crogiolo capace di accogliere l’impersonale e l’intimo, l’esplicito e il taciuto, ha messo gli ingredienti perturbanti, quelli che costituiscono il fardello umano: angoscia, dolore, nostalgia, rabbia, incomunicabilità, sbadataggine.

Il resto è stata un’operazione di tessitura, di intreccio tra trama e ordito, operazione dove Alessandro Sparacino è geniale, quando si cimenta nel dare forma al disordine, all’informe, alla composizione del frammento, quando si cimenta per riconnettere pezzi, dimostra di possedere doti sorprendenti, dimostra di possedere autentico talento.

Il testo realizzato e portato un scena qualche anno fa, “U COME USTICA”, costruito su uno dei tanti misteri irrisolti, sul tema dell’aereo caduto su Ustica, ne è precedente illuminante.

Per la piece portata in scena sabato 28 aprile al “Piccolo Palcoscenico”, oltre alla composizione di frammenti di storie, ha realizzato anche un innesto, scegliendo un ceppo esemplare affinché l’attecchimento fosse sicuro ed il germoglio di qualità eccellente. Ha innestato l’inedito sul ceppo con profonde radici piantato da Pirandello.

Praticamente, al materiale da lui tessuto e assemblato, ha affiancato “l’uomo dal fiore in bocca” a guisa di tassello, una storia come le altre da lui sviluppate per narrare ora la solitudine, ora la nostalgia, ora il fallimento, ora la rabbia, ora l’incomunicabilità.

La nota novella di Pirandello è servita per ampliare il ventaglio dei problemi esplorati, ovvero l’angoscia della morte e l’abilità umana di esorcizzarla tramite l’espediente dell’immaginazione.

Ha ideato la trama, ne ha curato la regia, ha realizzato la sceneggiatura, ha ben distribuito le parti con la perizia di chi conosce il gruppo di attori con cui lavora, ma ha anche affidato a giovani esordienti (gli allievi della scuola di recitazione che stanno frequentando il corso presso il Piccolo Palcoscenico) una sorta di riflessione, di monologo interiore, una specie di filo conduttore giocato sulla corda filosofica.

Ha ritagliato per sé una parte, quella di un padre assente perché assorbito dal lavoro che cova sensi di colpa che cerca di colmare con regali per ogni ritorno a casa, regali che risultano fonte di frustrazione perché la figlia (la brava e disinvolta Mariella Frasca) traduce nel gesto banale di comprare l’affetto non vissuto, il solo che lei vorrebbe, la cui assenza genera un tale vuoto che la blocca dall’effettuare le azioni di autonomia che la sua fase di età dovrebbe produrre.

Le altre parti le ha distribuito con oculata perizia: a Gaetano Abela quella del soggetto distratto, un po’ imbranato ma buono, apparentemente privo di qualità, ma capace di riuscire propizio in ogni circostanza. Abela è un professionista versatile perciò capace di spaziare sul pentagramma dei vari ruoli con grande abilità, ma nella parte dell’uomo qualunque sa fare da spalla alle varie situazioni con vera maestria; deliziosa la parte recitata da Giada Lasagna Liuzzo, un quadro di grande valore pedagogico perché capace di mettere in risalto come l’assenza di falsi, se può rendere interessante anche una mansione lavorativa modesta, evidenzia come l’equilibrio interiore è il fondamento della serenità, sottolinea come la felicità può essere a portata di mano, illustra come basta poco per avere la consapevolezza di avere ciò che davvero conta. Notevole l’interpretazione di questa parte, grande misura, padronanza del gesto, del movimento, del porgere ciò che parte da dentro basta dirlo con la forza della convinzione, davvero brava.

Brave ormai tutte le ragazze che fanno parte della compagnia, brava Cinzia Minardo, bravissima Annamaria Abbate. Diciamolo pure, il giorno 28 è stata una gara di bravura.

Poi c’era lui, come si usa dire, il pezzo da novanta. Lui, Giorgio Sparacino, tutto bianco, d’abito e di barba e capelli, sulla scena fin dall’inizio, immobile, muto, seduto a leggere il giornale, una sorta di elemento scenico, una funzione quasi da convitato di pietra che, dopo avere ascoltato pene e affanni di tutti, alla fine si lascia andare, inizia a dare parole al suo dramma, prima lentamente, con parole evasive, quasi fosse un anziano affetto da stramberia senile, partendo da lontano,  con modi felpati e gesti misurati, parole soppesate, piano, ma con intensità crescente, a guisa di un rigagnolo che dal colle scende a valle e durante la discesa prende linfa dalla pendenza. Eccolo quindi giungere con lirica intensità e passione rabbiosa al nocciolo della tragedia: la morte imminente e quindi la spiegazione del bisogno di fuggire la realtà, la quotidianità, l’affettività, insomma tutto ciò che lo farebbe stare al contatto con l’imminente fine; eccolo quindi accalorarsi nel rivendicare il bisogno di rifugio nell’immaginazione, una sorta di strategia psichica per poter fronteggiare l’angoscia, una strategia che fa adagiare la psiche altrove, nella morbidezza di una stoffa che, trasfigurando con l’immaginazione l’oggetto, percepisce lievi e morbide carezze come fosse la sua pelle,  carezze voluttuose dalle mani e dai gesti sapienti, pieni di perizia, di un commesso che la ripiega con garbo e con eccellente bravura la racchiude in un pacchetto confezionato alla perfezione come fosse un oggetto prezioso.

Una fuga dalla realtà per resistere dunque, rivendicata con la forza della disperazione, detta con la tensione muscolare portata allo spasimo, dove ogni singolo muscolo dà rappresentazione dello stato d’animo, dove ogni elemento del non verbale, sia esso gestuale o mimico o alterazione del ritmo respiratorio, esprime ciò che il verbale da solo potrebbe appena balbettare.

Giorgio padroneggia tutto del ventaglio espressivo, padroneggia e lo dirige con l’abilità d’un ballerino classico che tende ogni muscolo allo spasimo rendendo verbo ogni gesto, rendendo plastico ogni stato d’animo.

L’invito alla partecipazione recitava: signori si viaggia, da non perdere! Non mentiva!

Lo spettatore ha viaggiato infatti, non per il mondo, ma attraverso la propria vita, attraverso i nodi nei quali si è impigliato durante il tragitto, attraversando le varie fasi di quel percorso inedito che è l’esistenza individuale.

Carmela Giannì

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