domenica, 18 novembre 2018
l'editoriale di Luisa Montù

L’EUROPA DEI SOGNI E L’EUROPA DEI POTENTI

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E c’era un’Europa dei sogni. Era quella degli studenti che, alzando il naso dai loro libri di storia, ripensavano alle guerre appena studiate fra la miriade di Stati che componevano l’Europa e guardavano l’immensità dell’America, unico grande Stato, nessuna guerra all’interno, prosperità. Inevitabile dunque per dei sognatori quali si è sempre a quell’età immaginare un’Europa in cui i vari Stati, grandi e piccoli, ricchi e meno ricchi, forti e fragili, si aggregassero per creare un grande paese, senza più guerre, senza più barriere. La definivano “federazione a maglie sciolte”, intendendo con questo indicare un’unione in cui nessuno dei paesi dovesse rinunciare (non solo sulla carta ma nei fatti) alla propria sovranità, ma tutti collaborassero per il bene comune, il bene cioè del paese più ricco esattamente quanto di quello più povero. In questo modo tutti avrebbero ottenuto pari dignità non solo per la storia, la cultura, le tradizioni, ma anche per l’economia, perché questa si sarebbe sviluppata in maniera armonica fra tutti i componenti.

Era l’Europa degli studenti e in fondo gli studenti si sentono sempre (o almeno si sentivano negli anni Settanta) cittadini del mondo, la razza, per loro, era quella dei giovani, di qualsiasi colore, di qualsiasi credo, di qualsiasi lingua, che si contrapponeva a quella degli anziani, coi loro egoismi, le loro avidità, il loro mondo troppo chiuso, limitato. Allargare, per cominciare, almeno i confini degli Stati del nostro continente doveva essere solo il primo passo per raggiungere quegli Stati Uniti del Mondo sognati. Era facile per loro comunicare, lo facevano con la musica, alla quale nulla importa del colore della pelle, della lingua, del passato e del presente.

Era l’Europa dei sognatori e avrebbe risolto tanti problemi di questo nostro vecchio e stanco continente. I governi però non sono fatti di sognatori, ma di persone che da qualsiasi azione vogliono trarre sempre e solo il profitto per il paese che loro governano. Difendere gli interessi della propria terra non è certo riprovevole, ci mancherebbe!, ma rifiuta la possibilità, persino teorica, che il bene di un paese possa essere anche maggiore attraverso la collaborazione.

Se alla Germania, al collasso dopo le due rovinose guerre, è stato azzerato l’enorme debito pubblico, oggi quella stessa Germania, leader dell’Unione grazie alla sua ritrovata ricchezza, non è disposta a fare alcun tipo di concessione ai paesi di questa stessa Unione nel momento in cui questi si trovano, (per colpa anche, diciamolo pure, delle politiche egemoniche degli Stati più ricchi, complice anche l’acquiescenza di quei governi che, per incapacità o altro, hanno impoverito i loro paesi con leggi improvvide), nell’impossibilità di risollevare la propria economia.

Negli anni ’70 gli studenti avevano manifestato, raccolto firme, organizzato seminari, si erano impegnati al massimo, come solo da giovani si riesce a fare, per diffondere l’idea dell’Europa Unita, o meglio, come la definivano loro per chiarire quell’idea di parità, uguaglianze, comune dignità, degli Stati Uniti d’Europa.

E un giorno l’Europa era nata. O meglio, era nata la moneta comune, si erano fatti accordi internazionali che, guarda caso, garantivano i paesi più ricchi, gli altri… che si arrangiassero. Gli studenti hanno continuato a manifestare, non contro l’euro ma contro quest’unione a metà, perché la moneta unica avrebbe dovuto essere il primo passo, non l’unico passo, verso l’idea del federalismo europeo.

Chi ha creduto nell’Europa dei sogni oggi non vorrebbe uscire dall’euro, ma andare avanti per la strada dell’unione in modo che l’euro sia davvero quella moneta che ci unisce, non un onere pesante che non risolve i problemi ma li aggrava. Chi crede ancora nell’Europa dei sogni rifiuta l’Europa dei potenti per un motivo molto semplice: non è Europa. Non lo è perché esistono ancora le disuguaglianze che generano l’esasperazione della gente e quindi l’ostilità. Un continente senza guerre? Ma quando non c’è parità di diritti ma solo di doveri come si fa a sentirsi parte di una terra comune? Le scelte arroganti di quest’Europa spingono quei paesi che non si sentono garantiti, sostenuti, ad allontanarsi, a pensare che quest’unione non serve a niente, a volersi sciogliere.

Ma non si deve infrangere un sogno, non si deve rinunciare per stanchezza, avvilimento, delusione, si deve continuare a credere purché non passivamente, piuttosto cercando ancora di costruire, di rigenerare quel sogno, quel sogno meraviglioso di quando eravamo ragazzi e quindi ancora capaci di sognare.

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