giovedì, 16 agosto 2018
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PICCOLO PALCOSCENICO AL LAVORO NELLA RESIDENZA ESTIVA

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Niente riposo, chi lavora con passione non vuole mai smettere perché non si stanca, anzi, nell’attività si ricarica, quindi non c’è estate che tiene, e se in casa c’è troppo caldo, a lavorare si va fuori.

Chi lavorando si diverte non ha l’esigenza di fare pausa, pertanto ogni occasione è buona per tuffarsi nel godimento, specialmente se il godimento viene condiviso con altri, circostanza che, come tutti sappiamo, amplifica il sentimento di gioia e dà gratificazione.

Alessandro Sparacino è uno di questi fortunati e il suo godimento lo condivide con un bel gruppo di estimatori disposti a seguirlo dovunque lui vada.

In questo periodo estivo la sede stabile di Via Musebbi è chiusa, ma lui la bottega se la porta in tasca, così si è trasferito al fresco, si è portato presso la dimora storica “Il Sultano”, in contrada Sottano, a S. Croce, dove, insieme al proprietario Carmelo Iacono, ha ideato un pacchetto d’intrattenimento denominato “Morsi di Sicilia”.

Ai morsi provvede Iacono, il padrone di casa, all’intrattenimento spettacolare provvede Alessandro Sparacino, ma intanto che questo connubio si dispiega su tappe prestabilite, lo stesso luogo ospita un innesto che Alessandro dedica al suo affezionato pubblico. Una mini rassegna di tre spettacoli: “Novecento”, tratto dal riuscito testo di Baricco; “Assurdamente” da Campanile, che andrà in scena l’11 agosto; e “Rileggendo Gaber” come terzo appuntamento.

Tre messe in scena che fanno parte del suo repertorio, la cui riuscita è tale che, anche se si tratta di lavori già visti da chi puntualmente lo segue, costituiscono sicura attrattiva.

“Novecento” è già andato in scena il 21 luglio scorso, e, sarà stata la magia del suggestivo scenario di un lussureggiante e fragrante gelsomino chiamato a fare da quinta naturale,  sarà stato che lo stesso per un sapientemente uso delle luci che ha tramutato ogni fiorellino in una stellina, sarà stata l’essenzialità della scena realizzata da una semplice scaletta di tre gradini giusto per visualizzare la drammatizzazione del blocco verso lo scendere a terra del protagonista della narrazione, sarà stata l’abilità narrativa di Alessandro, che con la sua magistrale espressività mimica riesce a dare corpo e vita ad un protagonista immaginario mentre suona o mentre, con la sua feconda fantasia, descrive angoli del mondo con la precisione di chi ha visto con i propri occhi mentre invece le ha solamente rubate dal racconto altrui, sarà stata la maestria con cui Alessandro descrive la scena del tentativo di “Novecento” che tenta di scendere a terra mettendo a nudo tutta la fragilità dell’essere umano nel misurarsi con l’ignoto, sarà stato che Alessandro in questo prototipo di genio fragile si è talmente immedesimato tanto da dargli corpo e voce, sarà stata complice l’oscurità della volta del cielo capace di calamitare l’animo dello spettatore, sarà che la vicenda dell’emigrazione che sta nel sottofondo del testo fa eco forte nell’animo di ciascuno, il fatto è che l’incanto si è materializzato, ciascuno degli spettatori è salito a bordo del Virginian ed ha viaggiato, incontrato umanità dolente che sa fare di necessità virtù, ciascuno ha ascoltato il fantomatico Jazz su un pianoforte vagante da un lato all’altro del salone sotto la spinta del mare grosso, per poi rincantucciarsi davanti all’uomo che decide di perire insieme al grembo in cui ha trascorso tutta la vita e da cui gli è impossibile separarsi.

Il pubblico la sera del 21 si è lasciato trascinare dal monologo fino alla completa immersione nella vicenda fino al punto che, partito l’applauso liberatorio finale, ha avuto il bisogno di prolungarlo alzandosi, forse per divincolarsi dall’incantesimo da cui era stato avvolto.

A spettacolo concluso, i padroni di casa, con squisita gentilezza, si sono tramutati in ciceroni guidando gli intervenuti alla visita della dimora, offrendo un viaggio tra toponimi arabi e tipologie costruttive che ricordano l’hacienda di Spagna, tra luoghi, arnesi e memorie del lavoro contadino raccolte nel museo etnografico ricavato all’interno della dimora, e in ambienti nobiliari dalle raffinate atmosfere. Poi fuori, altro stupore, i lussureggianti giardini mediterranei ed infine terrazze per scrutare il mare all’orizzonte perché allora, quando l’azienda era in piena attività, bisognava difendersi dal fenomeno del brigantaggio.

La dimora, incastonata fra i muri a secco tipici della campagna ragusana, tra carrubi, ulivi e fichi d’india, è la tipica masseria fortificata dell’800, espressione di un’organizzazione economica e territoriale legata al latifondo (la dimora del raccolto), ormai sapientemente ristrutturata per offrire tutti i comfort, lasciando inalterato il “clima dell’antica villeggiatura”ed è caratterizzata dai tipici ambienti delle antiche costruzioni di campagna siciliane: la masseria e gli alloggi.Nel meraviglioso giardino è stata offerta la degustazione di prelibatezze tipiche accompagnate da buon vino.

Carmela Giannì

 

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