lunedì, 17 dicembre 2018
l'editoriale di Luisa Montù

UNA FAVOLA. FORSE…

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L’antropologia, anche se non ce ne rendiamo conto, è una scienza in continua evoluzione. Si deve evolvere necessariamente, perché vuole trovare quell’anello di congiunzione che a volte crede di aver individuato, poi si rende conto che forse, anche se esistono maggiori somiglianze e collegamenti, resta ancora spazio nella sequenza dell’evoluzione dalla scimmia all’uomo. Memorabile fu la scoperta di quello scheletro che fu chiamato Lucy, sul quale si scrissero fiumi di parole, si pubblicarono libri. Ma qualche collegamento mancava sempre, così Lucy fu mesa da parte e la ricerca riprese. A complicare la situazione si aggiunge il fatto che molte specie umane sono vissute contemporaneamente o a breve distanza l’una dall’altra, pertanto non possono essere l’evoluzione l’una dell’altra in maniera semplice e diretta.

Oggi si è fatta una nuova scoperta. Quella definitiva? Chissà. In base agli ultimi ritrovamenti e a una lunga e attenta osservazione, si è giunti alla conclusione che l’uomo attuale (quello che, per semplificare, usiamo definire come homo sapiens) discende non da uno ma da ben due ceppi originari molto diversi tra di loro: l’homo felis e l’homo lemminis.

Questa diversa origine spiegherebbe perfettamente il motivo per cui ancora oggi l’uomo moderno continua a dividersi in due categorie ben distinte e caratterizzate: il primo è quello che compie le sue scelte dopo un’attenta analisi delle situazioni che gli si pongono davanti e lo fa in assoluta autonomia, senza lasciarsi suggestionare mai dai suggerimenti altrui, a meno che non li ritenga validi e giustificati; il secondo, sia nelle scelte che nei comportamenti, percorre la strada dei lemming, quei roditori dei quali uno si lancia in avanti senza sapere verso dove né perché e tutti gli altri gli corrono dietro convinti di non poter fare diversamente, così quando il primo, per la sua incapacità di rendersi conto di quello che sta facendo, finisce per cadere in un burrone, tutti gli altri gli cadono dietro e trovano la morte. Come giustamente è stato rilevato, i lemming non corrono verso la morte perché scelgono il suicidio di massa, ma semplicemente perché proprio non capiscono che quel comportamento li porterà alla morte.

Ecco dunque, oggi, l’uomo col carattere del felino: indipendente, fiero, indomabile, autonomo, amante della libertà; e quello invece col carattere del roditore: timido, sfuggente se da solo, esclusivamente capace di muoversi in branco, totalmente dipendente dalle scelte del branco che persegue fino alla propria distruzione.

Purtroppo, nonostante il suo elevato tasso di autolesionismo, è proprio la seconda specie quella che si è maggiormente sviluppata estendendosi a macchia d’olio in tutti i continenti del nostro pianeta.

L’homo felis invero appare destinato all’estinzione. Uno dei suoi tratti identificativi è il pensiero, quel pensiero che, sviluppandosi in solitudine, ha saputo creare opere d’arte stupefacenti, dalla pittura alla scultura, dalla poesia all’architettura e tutto questo oggi sta pian piano scomparendo, violato e distrutto dall’homo lemminis, che si diffonde sempre di più e nel suo percorso avvilisce e distrugge tutto ciò che di bello gli era stato donato.

E’ stata proprio questa la constatazione che ha messo in grandi ambasce l’intera scienza antropologia, che ha dovuto chiedersi se non avesse preso un grosso abbaglio fin dall’inizio e quindi avesse proceduto sempre nella direzione sbagliata. Ci si comincia a chiedere infatti se l’evoluzione consista davvero nell’invenzione del fuoco e della ruota, nella costruzione di ponti (che crollano), di strade (che franano), di bombe (che distruggono), di strutture organizzative (che opprimono)… Inutile continuare!

Ci si comincia a chiedere insomma se, anziché di evoluzione, non si tratti piuttosto di involuzione, che la specie superiore non sia l’uomo quanto piuttosto la scimmia. Ci si chiede insomma se quella della scimmia di non inventare il fuoco e la ruota, di non costruire strade, ponti, bombe, governi non sia stata una scelta ben precisa, ragionata e ponderata. Ci si chiede se la scimmia non abbia creato opere d’arte non perché non ne sia capace, ma semplicemente per evitare che un giorno l’uomo le distruggesse. Nonostante l’arrivo dell’uomo, la razza delle scimmie esiste ancora, mentre quella umana corre sempre più velocemente verso l’autodistruzione. Lasciamo a voi la conclusione.

Questa è la favola che vi offriamo per le sere dell’inverno che ormai è arrivato.

Ma siamo proprio sicuri che si tratti di una favola?

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