giovedì, 20 giugno 2019
l'editoriale di Luisa Montù

VIENE VIENE LA BEFANA

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Viene viene la Befana,
vien dai monti a notte fonda.
Come è stanca! la circonda
neve, gelo e tramontana.

Viene viene la Befana.

Quand’ero bambina credevo alla Befana. Ben presto però smisi di crederci ma non lo dissi a nessuno. Non lo dissi perché mi piaceva aspettare tutta la notte sognando i regali che avrei trovato nella calza appesa al camino. Che la riempisse la Befana o la mia mamma che importava? La cosa bella era la speranza ma anche la certezza che quella calza si sarebbe riempita, quello che avrei trovato a volte mi sarebbe piaciuto proprio tanto e a volte meno, ma sarebbe comunque stato qualcosa di nuovo, qualcosa di positivo (anche se allora non l’avrei certo definito con questo termine).

Un giorno però a scuola ci fecero studiare la poesia di Giovanni Pascoli, “La Befana”, e mia madre mi disse: “Allora adesso hai capito”. Ci provai fino all’ultimo: “Capito che cosa?” “Che la Befana non esiste”. Tentai per un po’ di districarmi da quella realtà che non mi piaceva per niente, ma alla fine dovetti arrendermi e tristemente ammetterla. Mia madre mi consolò promettendomi che avrei potuto continuare ad appendere la calza al camino e la mattina dopo l’avrei trovata piena. Ma non era la stessa cosa, no. Perché fingere di credere era quasi come credere. Strano l’essere umano, vero?

Noi adulti oggi non siamo tanto diversi dalla bambina che ero. Abbiamo creduto nei grandi ideali, abbiamo seguito il personaggio politico che eravamo convinti li incarnasse e quando ci siamo accorti che ci prendeva in giro, che i nostri ideali non erano e non erano mai stati i suoi ideali, abbiamo disperatamente voluto convincerci che ci credevamo ancora. Se no, che ci restava? La realtà. E la realtà ci avrebbe dato qualcosa, certamente, ci avrebbe dato quello che, in qualche modo, saremmo riusciti a conquistarci con le nostre mani, ma ci avrebbe strappato completamente i nostri sogni, le nostre illusioni. E l’essere umano non sa vivere senza illusioni. Diventa cattivo.

Allora abbiamo fatto finta di credere che tutto fosse come prima, che esistesse qualcuno che incarnava per noi certi pensieri, certe convinzioni, abbiamo deciso che avremmo continuato a seguirlo. Ma dentro di noi la consapevolezza che era solo una grande menzogna si faceva sempre più forte anche se rifiutavamo di ammetterla, così pian piano diventavamo cattivi, sempre più cattivi.

La nostra cattiveria è dilagata lentamente, prima in modo subdolo, attraverso azioni malvage abilmente mascherate, è dilagata attraverso la falsità, l’inganno, la truffa, ma sempre strisciante, nascosta dietro l’apparenza della generosità e della solidarietà. Un giorno però ha mostrato se stessa mediante la violenza, l’odio, non importa per chi o per quale motivo, come se l’odio in se stesso fosse l’unico motivo di sopravvivenza per un essere umano. Si odia chi non ci gratifica, chi è diverso, chi ci taglia la strada, chi ci supera in macchina, si odia chi odia per trovare una giustificazione per odiarlo.

Così non si ha più voglia di vivere con gli altri, se ne ha paura, e si cercano amici virtuali, da poter insultare senza rischiare di esserne aggrediti. Siamo soli. Sempre più soli. Sempre più inaspriti. Sempre più cattivi.

Possiamo solo tornare a casa, dove il nostro cane sarà ad attenderci. Festoso. Amorevole. Sincero. Lui un ideale ce l’ha, uno solo, che non gli potrà togliere mai nessuno: amarci.

 

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