sabato, 20 aprile 2019
TRATTA: 50 MILA VITTIME ASSISTITE IN ITALIA, MILLE MINORI

RICORDO LA VECCHIA STRADA….

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Ricordo la vecchia strada che da Lentini portava a a Catania.

Era una strada obbligatoria, l’unica. Poi ne hanno fatte altre. Un tratto nuovo, sempre da Lentini a Catania, l’autostrada poi che inizia dal lato opposto, la Rosolini – Catania.

Ricordo anche come gli amici volevano passare per quella strada. Dovevano vedere le donne, spesso donne di colore, importate e messe sulla strada per speculare sulla loro vita, per sfruttarle, per umiliarle, per far credere loro che quella strada era tutto quello che c’era e che si meritavano.

Ero giovane la prima volta che vi passai in macchina e sentii gli amici ridere e parlare mentre le osservano. Io non capivo, chiedevo solamente: ma cosa ci fanno quelle donne sulla strada?

Mi spiegarono che, li, venivano accostate dagli automobilisti, dai camionisti di passaggio per saziare i loro bisogni, sia di giorno che di notte.

Incredula già allora, infuriata li sgridai: Ma siete matti? Ma lo capite che dietro queste donne ci sono gli sfruttatori? Quelli che le controllano a vista e vogliono anche i loro guadagni? Perché nessuno li denuncia? Perché, se tanti lo sanno, non le aiutano? Perché permettono che tutto questo avvenga?

Quella strada esiste ancora e non solo quella. Ce ne sono tantissime di quelle strade sparse in tutta la nostra nazione. Le ho viste viaggiando nel corso degli anni, col treno o con l’autobus, ma anche guidando io stessa la mia macchina. Le ho incontrate per caso! Le ho riconosciute subito. Strade e donne erano uguali. Umiliate e senza via di scampo.

Ricordo anche i primi immigrati che venivano in Sicilia. Vendevano tappeti e lenzuola porta a porta. Erano educati e raccontavano che avevano grandi famiglie lasciate al paese natio e i soldi che guadagnavano li spedivano tutti a casa. Erano gentili e buoni (non rispondevano mai con rancore e nella loro lingua, parevano italiani!) C’erano anche indiani (adesso ne vengono meno di indiani, nessuno li deporta) che vendevano collane, bracciali, quadretti, tutti lavori fatti artigianalmente da loro per pagarsi gli studi universitari. Bravi ragazzi, alcuni già dottori in cerca di lavoro. Indiani non ne arrivano più qui, penso che abbiano capito che siamo poveri anche noi ma, soprattutto, credo che nessuno sia riuscito a speculare sulla loro vita. Hanno capito che qui non tira aria buona, che qui c’è sempre qualcuno che se ti aiuta vuole qualcosa in cambio e non gli basta una vita.

Adesso invece (è la continuazione del mio ricordo), partono famiglie intere che spesso non arrivano a destinazione e se arrivano sono persone arrabbiate con tutti, con noi perché ci vedono ipocriti e ricchi, con chi li fa partire, facendosi pagare in anticipo, promettendo loro lavoro e casa che poi non ci sono, col mondo intero che non li aiuta.

Nel ricordo, trovo la serenità di quegli uomini che rispettavano le nostre usanze e noi che sorridendo cercavamo di aiutarli acquistando anche solo un tappeto, per alleviare loro il peso della lontananza dei propri cari.

Adesso vedo porti che si vogliono sicuri ma non lo sono mai stati. Vedo uomini, donne e bambini che poi spariranno come ne sono spariti tanti, deportati da una politica corrotta da tanto tempo. Bambini introvabili, donne martoriate, uomini umiliati, soprattutto uomini arrabbiati.

E ho paura di pensare e credere che sono stati sempre usati per secondi fini, ho paura, perché se questo è stato fatto davvero, non si è mai pensato neppure a noi. Anzi, sì, a noi ci hanno pensato e bene: hanno cercato, e stanno cercando ancora, di farci credere che quelli sbagliati siamo noi. Noi che abbiamo lottato per i diritti umani, noi che adesso stiamo imparando a non fare nulla, a cullarci dentro ai bisogni e a credere che è normale che un paese che si è costruito con la cultura, la religione, la civiltà umana, deve diventare straordinariamente ottuso e verbalmente sporco e senza dignità umana da dover uccidere anche chi viene appena messo al mondo.

Io non voglio diventare cattiva, non voglio essere arrabbiata, non voglio vivere l’inciviltà. Io voglio un mondo migliore e migliore il mio paese.

Degli altri voglio rispettare le usanze e le abitudini ma, se non mi piacciono, non voglio farle mie!

Sofia Ruta 

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