sabato, 20 aprile 2019
l'editoriale di Luisa Montù

TUTTO È CONSENTITO

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Che la stampa sia sempre stata il quarto potere è cosa universalmente riconosciuta.

E’ chiaro che ormai il termine “stampa” sia diventato riduttivo e soprattutto inesatto. Oggi si deve parlare di media, cioè di tutti quei mezzi che consentono e favoriscono la comunicazione.

Il superamento della carta stampata a favore dei giornali on line ci sembra a tutti gli effetti un progresso. Vero, in molti lettori resta la nostalgia del vecchio quotidiano da portarsi in tasca e magari andare a leggere al bar o seduti sulla panchina in un parco, ma questo lo si può fare agevolmente anche col tablet. Riflettiamo però sulla quantità di carta che viene risparmiata, già troppa se ne consuma nella nostra vita, dunque ai tanti alberi che scampano all’abbattimento. Pensiamo alla facilità di portarsi dietro, e quindi avere la possibilità di leggere, una quantità innumerevole di giornali, cosa che ai tempi del cartaceo era impossibile. Non si può pertanto che essere a favore della tecnologia.

La nascita e la diffusione di internet ha poi consentito di mettersi rapidamente in contatto con tutto il mondo, di conoscere cose nuove, di ampliare la propria conoscenza. Per tutto questo siamo grati alla tecnologia e felici di usarla.

Ma torniamo al quarto potere. Quante volte ci è capitato di sentir dire: “E’ vero, l’ha detto la televisione.”? Perché i giornali, la televisione, sono stati per anni l’oracolo, i possessori e rivelatori della verità. C’era gente, c’è gente, che non è proprio capace di accettare il pensiero che il giornalista possa sbagliare o travisare la verità o addirittura mentire consapevolmente. Eppure, guarda un po’, per chi ancora non lo sapesse, anche i giornalisti sono esseri umani, con tutti i pregi ma anche i difetti di tutti gli esseri umani. Ciò vale per la stampa agli albori, quando in una città c’era sì e no un giornale, a volte fatto da un solo foglio, composto in una copisteria spesso messa su dal proprietario e direttore del giornale. Insomma, ai tempi di Buffalo Bill. Questo ovviamente non poteva che cambiare col passare del tempo, quando i giornali cominciarono a crescere, quando ci furono un direttore affiancato da vari giornalisti, una tipografia moderna, fotografi, vignettisti e quant’altro, allora i costi richiesero l’esistenza di un editore. L’editore non è e non è mai stato un filantropo, un riccone che decide di spendere i suoi soldi per far sapere alla gente la verità o quanto di più vicino alla verità sia possibile conoscere per un essere umano. L’editore è un imprenditore e, come tale, intende guadagnare e deve farlo sia per affrontare i costi necessari che per mantenere se stesso e la propria famiglia. A questo punto più che la notizia in sé cominciò a diventare importante la notizia che fa vendere più copie. Ecco dunque il vizio, sì, vizio, dei titoloni sull’apertura di indagini sul personaggio notoriamente stimato che sprofonda improvvisamente nel fango mentre la gente fa a gara a dire “ma io l’avevo capito” e, in seguito, il titoletto in ultima pagina sulla chiusura delle indagini col non luogo a procedere, perché lo scandalo fa vendere tante copie, l’inesistenza dello stesso no. Per non parlare dei pettegolezzi, il gossip, sui personaggi più o meno noti dello spettacolo o dello sport.

Un giorno i gruppi di potere, economici e politici, si accorsero che avere un giornale dalla propria parte portava consensi e profitti, così si affrettarono a comprare o finanziare o comunque appoggiare una testata per poterne indirizzare la linea. Questo, tutto sommato, ai fini dell’informazione non portava a una totale distorsione, perché i lettori per lo più ne erano consapevoli, così, se si schieravano ciecamente su una posizione e da questa non intendevano recedere, leggevano solo quel giornale nel quale si sentivano identificati, altrimenti preferivano informarsi su testate di opposto indirizzo per potersi formare più chiaramente la propria opinione. A questo scopo erano utilissimi i giornali di partito, perché il loro schierarsi era onesto e palese.

Che poi il potente sia stato sempre e comunque protetto più del povero diavolo non è un difetto della stampa ma della società umana tutta.

Poi nacque la Rete e l’informazione cambiò. La possibilità per ognuno di noi di aprire un suo blog dove parlare di sé e di qualsiasi altra cosa ha portato a un proliferare di notizie, vere, false, immaginate. Se il giornalista ha l’obbligo di verificare le fonti, cosa che, nella situazione attuale, è sempre più difficile, il blogger, non essendo legato a un Ordine al quale dover sempre rendere conto, può mandare on line le idee più fantasiose che spesso finiscono per passare per buone. Se fosse sempre così, sarebbe facile riderci su, ma il problema sorge quando, fra le notizie campate in aria, se ne trovano di reali, concrete e verificate. Come distinguerle? Per l’utente è estremamente difficile, così dilagano le cosiddette fake e si finisce per prendere per buone quelle che buone non sono e fra queste le vere notizie scivolano via ignorate o irrise.

Perché in un’epoca, come la nostra, di ignoranza reale, la pretesa di sapere come stanno veramente le cose si è ingigantita, quindi ognuno è convinto di sapere la verità, lui sì, gli altri non capiscono niente. In fondo, il rigurgito d’odio che dilaga sui social non nasce proprio da questo?

Oggi quasi tutte le categorie lavorative sono tenute a corsi di formazione e aggiornamenti periodici. Anche la categoria degli utenti delle notizie avrebbe dovuto essere formata per non essere catapultata in un caos incomprensibile e inestricabile. Siamo ancora in tempo? Ma in quale modo? Non certo indottrinando la gente attraverso i media…

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