sabato, 20 aprile 2019
ambulanza

MALASANITÀ E NON SOLO

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L’atroce fine della studentessa Vanessa Denaro, travolta da un’auto nei pressi del centro sportivo Airone, ha segnato un ulteriore punto di demerito per la sanità iblea. Dalla testimonianza dei primi soccorritori sappiamo che la ragazza, dopo il violentissimo urto contro il muro a secco, non è morta sul colpo ma è restata in vita per almeno quaranta strazianti minuti. Poi è arrivata l’eliambulanza: ne è sceso un medico che non ha potuto fare altro che constatarne il decesso, risalire sull’elicottero e andarsene.

Nel frattempo, sono successe diverse cose.  Vediamo quali.

Uno tra i primi soccorritori tenta di proteggere dal freddo con un maglione il corpo della ragazza, che chiede aiuto e si lamenta, mentre sua figlia telefona immediatamente al 118: rispondono da Catania e sottopongono la ragazza ad un minuzioso interrogatorio per capire se è una reale richiesta di soccorso o un macabro scherzo di qualche idiota. Si perdono così alcuni minuti. La ragazza chiama a casa perché anche da lì, da un telefono fisso, parta la richiesta di intervento immediato. Da notare che risalire all’identificazione di un soggetto autore di una telefonata, sia fatta da un cellulare che da un telefono fisso, con le attuali tecnologie è cosa semplicissima.

La stessa trafila subisce una signora che anche lei chiama il 118 immediatamente: ma è straniera, e da Catania fanno fatica a crederle: la richiamano più volte per vedere se mente o se, alle volte, sta parlando dello stesso incidente che è già stato segnalato.

Sono passati dieci minuti. Altri improvvisati soccorritori tentano di dare aiuto, fa freddo, qualcuno trova un telo azzurro, ma nessuno è medico e si sa che è estremamente pericoloso spostare maldestramente un traumatizzato grave, e la povera Vanessa lo è. Arrivano dei poliziotti che riescono almeno a disciplinare il traffico – continuano a passare auto anche piuttosto veloci – e allontanano i curiosi istituendo un cordone di sicurezza. Anche loro chiedono urlando l’intervento immediato dei soccorsi.

Dopo venti minuti finalmente si sente la sirena dell’ambulanza, che però non arriva: la strada è bloccata dalle auto di curiosi deficienti parcheggiate in doppia fila! Vanessa è ancora viva.

Dopo altri dieci minuti, da un’altra direzione, l’ambulanza arriva e dopo un altro quarto d’ora ne arriva un’altra. Gli astanti non capiscono perché la ragazza ferita non venga portata all’ospedale, che dista solo tre chilometri: si aspetta il medico, che dopo altri cinque minuti arriva con l’elicottero, atterrato in un campo vicino. Giusto in tempo per spegnere le speranze di chi credeva in un epilogo positivo.

Non possiamo fare altro che chiederci attoniti come sia possibile che il servizio di soccorso venga gestito in primisda un apparato burocratico lento ed insensibile. Salta agli occhi il fatto che le modalità d’accesso al 118 devono essere aggiornate e snellite, cosa che la tecnologia satellitare consente facilmente: intelligente la proposta comparsa tra i commenti su FaceBook, di poter inviare al 118 fotografie e geolocalizzazione degli incidenti.

L’Ospedale Maggiore è vicino, e lì stazionano spesso parecchie ambulanze. Ma se pure l’ambulanza fosse partita dal 118 sito in una tortuosa traversa di Via Loreto-Gallinara a Modica Alta, comunque a brevissima distanza dalla statale del viadotto Avola, arrivare dopo venti minuti è inconcepibile. Come inconcepibile è il fatto che troppo spesso sulle ambulanze viaggiano solo l’autista e un infermiere, senza un medico!

Come si fa a pensare di soccorrere una persona con un ictus, un infartuato, un ferito, mandando sul posto solo un mezzo di trasporto spesso privo financo di defibrillatore?

Piaccia o no agli amministratori delle ASL, bisogna allargare i cordoni della borsa: sulle ambulanze DEVE esserci il medico, e anche molto bravo ed esperiente. Così come in servizio in troppi Pronto Soccorso le direzioni sanitarie mettono neolaureati “a farsi le ossa” sulla pelle di chi necessita di diagnosi precise e di interventi corretti.

La sanità messa in mano alle Regioni e trasformata in Azienda è diventata negli anni una delle fonti più redditizie per ogni forma di malaffare, di spreco, di corruzione e di clientelismo politico. I costi mostruosi di una simile (dis)organizzazione vengono fatti ricadere sulla pelle dei malati, sottraendo loro posti letto, medicinali e servizi per fare economia. Financo il concetto di medicina preventiva è stato accantonato: si aspetta stupidamente che la persona si ammali, diventando così un onere, invece che evitare la malattia sostenendo solo i costi per la prevenzione

Vittime dei tagli di spesa è poi tutto il corpo sanitari: medici, paramedici, tecnici di laboratorio, analisti. Numero chiuso nelle facoltà di medicina, blocco delle assunzioni, mancata sostituzione del personale che va in pensione, causano turni di lavoro troppo lunghi e pesanti, e rendono ingestibili le strutture sanitarie nei periodi in cui, chissà perché, vengono concentrate le ferie. Mai ammalarsi ad agosto o sotto Natale…

Vanessa non ce l’ha fatta, ma se anche fosse arrivata al Pronto Soccorso in tempo, avrebbe trovato nei locali finalmente accoglienti e decenti, un solo medico, un infermiere e forse un paio di portantini. Persone che operano spesso in condizioni di pauroso affollamento – in inverno decine di anziani con gravi patologie respiratorie o, in qualunque stagione, controlli sanitari dei profughi sbarcati a Pozzallo – sottoposti, come del resto tutti gli ospedalieri, a turni massacranti di dodici ore, a volta a corto di farmaci salvavita essenziali, cosa che, per esempio, rende impossibile l’assistenza ai trapiantati.

Anche se ogni tanto scoppia uno scandalo per un medico che si fa gli affari suoi a spese dello Stato, o di un paramedico che specula segnalando a pagamento clienti alle pompe funebri, c’è da dire che solo la professionalità, l’abnegazione e l’umanità di una buona parte del personale sanitario fa sì che i danni enormi causati dalla politica economica delle ASL vengano in gran parte risparmiati ai pazienti, purché questi ultimi abbiano veramente tanta, ma tanta pazienza.

L. de Naro Papa

 

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