lunedì, 18 marzo 2019
l'editoriale di Luisa Montù

UNA SOLA LINEA EDITORIALE POSSIBILE

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“Non sono iscritto ad alcun partito e/o movimento politico. Da giornalista libero mi riservo la possibilità di osservare con spirito critico chi ha il potere di amministrare e di governare, e di denunciarne gli abusi: anche e soprattutto nelle periferie più buie del nostro paese.”

Queste sono parole del collega Paolo Borrometi, scritte nel suo libro “Un morto ogni tanto”. Parole da giornalista, non da impiegato nel settore informazione. La differenza esiste ed è fondamentale.

Quando nacque questo giornale la gente ci chiedeva quale ne fosse la “linea editoriale”. Già, perché la linea editoriale è quella che indica ai lettori se si trovano a leggere una testata di destra o di sinistra, che sostiene il governo o l’opposizione, che si schiera con un partito contro tutti gli altri, che si pone come laica o cattolica e via dicendo. Noi potevamo rispondere solo che intendevamo raccontare le cose che vedevamo cercando di mantenere la massima obiettività possibile e consentendo a tutti coloro che vi scrivevano di esprimere il proprio pensiero liberamente, purché nascesse da una sincera convinzione, mai per compiacere chicchessia e anche se in assoluto contrasto col pensiero del direttore.

Noi crediamo che il giornalismo, per essere tale, debba vivere totalmente staccato dalla politica, altrimenti non solo non assolverà alla sua funzione, ma la tradirà nel modo peggiore.

Si può ancora arrivare ad accettare il cosiddetto giornale di partito, perché si basa su una sincerità di fondo: quella di porsi come portavoce di quel determinato partito in maniera apertamente dichiarata, quindi onesta.

Quello che invece (e parliamo da un punto di vista strettamente professionale) ci fa rabbrividire è lo schierarsi subdolo, da parte di una testata, a favore di un determinato tipo di politica, qualsiasi esso sia, stravolgendo o anche semplicemente trasmettendo le notizie unicamente per rendere plausibile qualcosa che non sempre lo è.

Così come ci sembra incomprensibile, impensabile, che un giornalista appartenga a un partito e lo dichiari apertamente senza pudore, come ci stupisce vedere, fin troppo spesso, giornalisti che di punto in bianco si candidano in una qualsiasi elezione senza prima avere restituito il tesserino rinunciando alla loro professione. Ne vediamo troppi e troppo spesso. Persino chi, come Pannella o D’Alema, entrando in politica ha di fatto definitivamente rinunciato alla professione, non ha mai pensato di definirsi “ex-giornalista”.

Molte professioni sono considerate incompatibili con altri tipi di lavori, perché proprio quella di giornalista no?

L’incidenza negativa della “linea editoriale” si riflette principalmente su quelle testate portatrici di interessi economici maggiori; se dunque gli introiti editoriali sono maggiori, quindi maggiori le remunerazioni dei giornalisti, più ferreo è lo schieramento di parte, tanto che, come paradosso, il lettore dovrebbe augurarsi il loro impoverimento a favore di una maggiore correttezza d’informazione. Lo ripetiamo: è un paradosso, perché chiunque può cedere, perché lasciarsi spingere dal vento è più facile che camminargli contro, ma se a questo si aggiungono gli agi, la notorietà, le lusinghe è ancora meglio.

Eppure una linea editoriale alla quale dovremmo attenerci sempre esiste e non può, non deve cambiare: è quella di riportare le notizie, dopo averle verificate, con la massima onestà e sincerità, è commentarle con la propria sensibilità e intelligenza, non con la tessera di un partito. Perché il lettore ha il diritto di essere informato senza pregiudizi, sarà poi lui a scegliere se e come accettare le notizie, ha il diritto che dietro al fatto che gli viene raccontato non ci sia l’intento di convincerlo di qualcosa, ma solo l’impegno di portarlo a conoscenza di un accadimento o anche di un’opinione purché onesta e sincera.

Una democrazia in cui l’informazione venga improvvisamente pilotata si sta trasformando in dittatura, ma una democrazia in cui l’informazione è sempre stata pilotata che democrazia è stata mai?

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