sabato, 20 aprile 2019
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COSA NON VA NEL DISEGNO DI LEGGE PILLON

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E’ attualmente in fase di discussione presso la commissione giustizia del Senato un disegno di legge, presentato dal Senatore leghista Pillon. Questo disegno di legge si propone di apportare modifiche profonde all’interno del diritto di famiglia, intende infatti rimodulare i processi di separazione tra i coniugi.  I punti salienti che caratterizzano la proposta sono:

-la mediazione familiare obbligatoria, a spese della coppia (attualmente è facoltativa e gratuita).

-l’affido dei figli con tempi paritari ai due coniugi (attualmente esiste un affido prevalente ad un genitore, quasi sempre la madre se il figlio è piccolo) con possibilità di visite all’altro.

-prevede il mantenimento paritario del minore di entrambi i coniugi sia per le spese ordinarie che straordinarie.

-l’abolizione dell’assegno di mantenimento verso l’altro coniuge.

-l’assegnazione dell’abitazione della coppia a chi ne è proprietario, e nel caso di comproprietà, colui che vi rimane ha l’obbligo di versare metà del canone di affitto all’altro.

A leggere la proposta astraendosi dalla realtà potrebbero sembrare una sfilza di proposte di buon senso basate sulla parità di responsabilità dei due coniugi. Potrebbe addirittura sembrare una sorta di smantellamento della cultura patriarcale che impregna tutti, non esclusi i giudici, che nel caso di separazione giudiziale al momento di decidere sulle condizioni materiali tutelano il coniuge più debole (sempre la donna che in nome della famiglia ha rinunciato alla carriera e, non di rado, completamente al lavoro).

Attualmente i giudici tengono conto di questo costume, tengono anche conto del fatto che alla madre rimane l’accudimento del figlio e quindi risulta svantaggiata nell’esercizio professionale.

Le sentenze del giudice, attualmente, cercano di mantenere fermo almeno uno dei due pilastri che costituivano la famiglia per non lasciare il minore totalmente privo di supporto e di certezze, per non traumatizzarlo completamente visto che attraversa una fase evolutiva delicata.

Pensare di correggere per legge la decisione finale di un processo che a monte non ha messo in azione nessuna modifica sul costume è un’azione di sfascio, il legislatore non può esimersi dalla responsabilità delle conseguenze di un provvedimento.

Se chi non ha reddito non può separarsi perché non può concorrere al mantenimento del figlio come l’altro partner che non ha lasciato il lavoro per fare funzionare il sistema famiglia deve saperlo prima di mettere al mondo un figlio, altrimenti significa cambiare le regole in corso d’opera, significa alterare le regole del gioco, significa abolire il diritto al divorzio.

Attualmente, con le regole in atto, succede spesso che i giudici, in nome della difesa del minore, stabiliscono condizioni che risultano tollerabili per le donne e intollerabili per gli uomini. Guardando in astratto questo disegno di legge sembra che si voglia ridicolizzare la cultura patriarcale che vede nella donna il soggetto debole da tutelare.

Se però si esce dall’astratto e si entra nella concretezza ognuna di queste misure contiene dei limiti invalicabili, contiene una coercizione che potrebbe andare bene se il matrimonio fosse un contratto commerciale dove i contraenti sono pari in responsabilità e consapevolezza.

Purtroppo il matrimonio è un’altra cosa, ben più complessa e delicata, specialmente quando ci sono figli, specialmente se piccoli.

Diciamo subito che la materia è impostata mettendo al centro gli adulti e dimenticando le ripercussioni delle clausole proposte che ricadono fortemente sui figli.

Proprio questo aspetto della questione ha destato l’allarme di molti soggetti che con la questione hanno familiarità per motivi di lavoro. In questi giorni il grido d’allarme si è levato dagli psicologi, dagli avvocati, dagli assistenti sociali, dai giudici e da tanti intellettuali operatori dell’infanzia.

La Consulta Femminile di Modica ha ritenuto opportuno approfondire la questione, lo ha fatto affidando lo studio e l’illustrazione dello stesso a due avvocate che nella loro quotidianità si occupano della materia in maniera prevalente.

Il giorno 28 marzo, è stato realizzato un corso di autoformazione delle sue aderenti, in cui le misure previste nel disegno di legge sopradetto sono state illustrate in astratto e poi calate nella realtà tramite esempi ipotetici, vagliando le varie ripercussioni su adulti e minori.

Andando per ordine, così come ho elencato, le varie misure guardano innanzitutto la “mediazione obbligatoria” a carico economico della coppia che decide di affrontare una separazione. Il mediatore familiare è una figura professionale riconosciuta, come tale legata ad un tariffario stabilito dall’Ordine Professionale di appartenenza, ebbene, la cifra prevista non potrà certamente essere inferiore a 50 € a seduta.

Dal che se ne deduce che se la coppia non è in condizioni economiche solide (entrambi, perché tutte le spese vanno condivise) non si può affrontare una separazione, neanche se la si intende condurre in regime di consensualità, perché la mediazione familiare è da presupporre in un numero di sedute non indifferente dato che al mediatore è affidato il compito di scongiurare la rottura del matrimonio, quindi il processo si porta per le lunghe, solo se fallisce nel suo obiettivo dispone la stesura di un verbale che avvia il processo di separazione.

Codesto verbale verrà poi portato al presidente del Tribunale che dovrà esaminarlo e fissare, con i tempi della giustizia, la seduta di separazione. Nelle more di queste pratiche i due coniugi non potranno separare il domicilio, e qualora lo facessero perderebbero la responsabilità genitoriale. In poche parole, sia che la coppia sia consensuale, sia che sia in disaccordo e in conflitto riguardo al processo di separazione, deve comunque sottostare ai tempi imposti dalle procedure.

Appare chiara la volontà di depotenziare la possibilità di divorziare, e di fatto, di vietarla alle persone povere, intendendo per poveri non i disoccupati e i senza fissa dimora, ma quelli che lavorando guadagnano mille euro al mese.

Seconda misura, “l’affido condiviso dei figli e in tempo paritario” fra i due genitori. Praticamente ogni figlio sarebbe costretto a vivere metà mese in una casa e l’altra metà in un’altra casa, dovrebbe cioè sobbarcarsi il cambiamento di abitudini due volte al mese. Non voglio commentare questa condizione, non ne ho l’animo, sono una madre, so come i bambini vivono i cambiamenti, so come costruiscono le loro sicurezze o insicurezze, so quanto i cambiamenti siano strutturanti o destrutturanti la personalità in fase evolutiva.

Faccio riferimento alla semplice, per così dire, strutturazione, mi limito ad ipotizzare che il minore abbia maturato la medesima fiducia di affido verso i due genitori, non sempre è così, i bambini colgono il non verbale molto più del verbale, basano la loro capacità di affido sulle abilità empatiche di ciascuno, tanto è vero che quando possono disporre di entrambi sanno benissimo cosa chiedere all’uno e cosa chiedere all’altro, e osano scegliere, perché sanno di avere una base sicura di rifugio e di protezione su cui contare.

Non voglio neanche pensare all’ipotesi in cui il minore dovesse trovarsi a vivere uno dei due periodi percependosi privo di quella sicurezza che in fase evolutiva è essenziale, pena blocchi di sviluppo o distorsioni della personalità.

L’ipotesi che mi fa più problematico ipotizzare è quella che, qualora il minore, dopo aver trascorso metà mese con uno dei due, si dimostrasse recalcitrante a trasferirsi nella casa dell’altro, il genitore non può accogliere il disagio del bambino, perché qualora lo facesse verrebbe considerato artefice di influenza negativa sul figlio e, costui o costei, automaticamente perderebbero la responsabilità genitoriale. Insomma se un bambino piange la madre non può neanche consolarlo, deve spingerlo e sgridarlo ad ubbidire alla regola, altrimenti lo perde per sempre. Ma se il bambino ha tre anni glielo si può spiegare? E se ne ha 6 comprende e regge la spiegazione? E la madre che consegna il figlio-pacco e deve attendere 15 giorni prima di constatare come il piccolo vive quel tempo, come può resistere?

Insomma la proposta del senatore Pillon parte dalla diffidenza verso le madri che manipolerebbero i figli facendogli rifiutare i padri, non prende in considerazione l’ipotesi di una legittima resistenza del bambino a cambiare ambiente ed abitudini, assume piuttosto il pregiudizio delle malefiche madri che, tramite il figlio usato come arma, mortificano e negano il diritto dell’uomo alla paternità.

Il senatore Pillon accoglie il livore ipotetico di un coniuge (la donna) verso l’altro (il padre) come presupposti di degnità genitoriale e sancisce questa maleficità togliendogli la possibilità dell’affido.

Sorvoliamo sull’aspetto psicologico e su ciò che potrebbe derivarne, facciamo finta che il figlio sia fatto di sughero, per soffermarci sull’aspetto materiale, cioè economico, di mantenimento di questo/a figlio/a, tutto da sostenere in parità, spese ordinarie e straordinarie.

Ipotizziamo che i coniugi guadagnino 1200 euro al mese ciascuno, ipotizziamo che non abbiamo casa di proprietà oppure che la posseggano in comproprietà e su questo immobile paghino un mutuo, dal momento che si separano, ciascuno avrà da sostenere un affitto, pagare le utenze, sostenere le spese per il figlio in ragione della metà dell’ammontare complessivo, entrambi hanno affrontato le spese non indifferenti del processo di separazione. Praticamente non possono farcela, praticamente non si può divorziare. Conflitto o meno, disamore o meno, violenze o meno, tutto deve essere subito, il matrimonio sarà una condanna e una croce da portare fino alla morte, tranne se si è ricchi.

Se si è ricchi tutto cambia, cambia per gli adulti, che certamente rispetto ad oggi dovranno affrontare tempi più lunghi, spendere più denaro, ma comunque potranno farcela, se si è ricchi sarà un tantinello meglio anche per i minori, perche un padre che si trovasse in difficoltà nell’eseguire certe pratiche necessarie ad un bambino potrebbe sempre acquistare un supporto di collaborazione esperta femminile.

Il transitare fra due case per metà mese, in una certa fascia di età ha anche implicanze sociali di un certo rilievo, si pensi alla frequentazione sportiva, la palestra non si può cambiare ogni 15 giorni, come non si può cambiare la parrocchia dove si frequenta il catechismo, quindi, o i due ex coniugi riescono a fissare le loro distinte dimore in quartieri vicini, o per quindici giorni al mese, bisogna fare chilometri e impiegare ore a condurre il figlio a destinazione.

Se gli ex coniugi hanno un’occupazione che prevede 6 ore giornaliere presso uffici, con un poco di sacrificio potrebbero anche mantenere gli impegni, altrimenti salta tutto, per il figlio, si intende!

E nella fase in cui cominciano ad essere importanti le amicizie? Un po’ di qua e un po’ di là, sempre sul conto del figlio!

Stiamo sempre ipotizzando una separazione in cui i due coniugi hanno occupazione stabile, sicura e di discreta remunerazione, altrimenti non è ipotizzabile pensare al divorzio.

Certo, anche oggi, anche con il diritto attuale, la separazione è una condizione impervia e triste, infatti se a lavorare è soltanto uno dei due coniugi il disastro è assicurato, anche con il diritto che facilita, ma che nulla può per preservare dal finire sul lastrico.

Tutti abbiamo sentito dire di padri che, dopo la separazione, tolto dal salario il mantenimento del figlio minore, l’assegno per la consorte casalinga, finisce col dormire in macchina, o presso gli anziani genitori perché non può sostenere le spese per un’abitazione personale.

La povertà limita la libertà, si sa, ma fino ad oggi almeno i minori, in caso di separazione dei genitori, vengono preservati dalla miseria esistenziale, perché rimangono nel loro nido, assistiti da chi lo ha sempre fatto, quindi solo privati dalla sicurezza di contare costantemente su due pilastri, nonché dal calore dell’armonia che nasce dall’avere accanto due genitori concordi.

Con le regole che si prospettano l’unica cosa assicurata e che dovranno rassegnarsi a vivere accanto a due genitori in guerra perenne, incattiviti perché impossibilitati a separarsi dalle circostanze, e quindi costretti a sopportarsi loro malgrado.

Il diritto di famiglia attualmente in vigore è imperniato sulla tutela del minore, agisce per ridurre il danno che potrà derivare ai minori, nella proposta in fase di studio i figli diventano solo oggetto di proprietà, quindi trattati come cose.

Attualmente nelle separazioni consensuali il danno del minore viene ridotto dal buonsenso dei due genitori che, per amore del figlio, limitano rigidità e si adoperano per fargli subire meno traumi possibili. Nelle separazioni giudiziali a proteggere i minori ci pensano i giudici, e lo fanno bene perché soggetti al di sopra e al di fuori della contesa.

Gli allarmi sollevati dalle diverse categorie di operatori nell’ambito dell’infanzia nasce da questo, nasce dal constatare che per introdurre più giustizia economica tra uomo e donna si finisce per trascurare i soggetti più deboli che sono i figli, cioè il futuro della società, che se vessata nella fase dello sviluppo non potrà che crescere depotenziata, insicura, più predisposta a malattie.

Quello che lascia senza parole, quello che genera ansia e sconcerto nella collettività, è che vorremmo vedere all’opera legislatori colti e competenti, capaci di affrontare il compito del cambiamento con giudizio e maturità, con l’umiltà di circondarsi di esperti della materia che suggeriscano il modo di fare le cose bene.

Vorremmo, ne abbiamo il diritto visto che li paghiamo, che operassero per il bene di tutte le parti in causa, non solamente accogliendo lo spirito di vendetta di coloro che dall’attuale condizione sono stati sfavoriti. Invece accade proprio questo, almeno per quanto riguarda il senatore Pillon, lui è circondato da una lobby di persone separate e incattivite da trattamenti non favorevoli, e, intanto che c’è, cioè visto che ha potere, cerca di favorire un’altra lobby, quella dei mediatori familiari, professione che conosce bene visto che l’ha esercitata prima di approdare in Parlamento.

Dalla Lega c’era da aspettarsela una proposta reazionaria, loro lo sono in ogni ambito, loro sono viscerali, hanno una visione della società basata sui muscoli, lo sapevamo. Ci vorrebbe, lo auspichiamo, ma nutriamo seri dubbi, che l’altro partner di coalizione, i cinque stelle, di fronte a una materia così delicata non si assoggettasse in maniera supina e acritica.

Se questa proposta dovesse diventare legge, il matrimonio, che già non gode di buona salute, verrà del tutto abbandonato, altro che famiglia naturale!

Carmela Giannì  

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