domenica, 18 agosto 2019
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IL DESERTO EMOTIVO DI QUEI RAGAZZI…

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“Violenti per noia”, li hanno definiti i procuratori che hanno messo otto ragazzi di Manduria in stato di fermo, perché accusati di tortura, danneggiamento, violazione di domicilio e sequestro di persona ai danni del sessantaseienne Antonio Stano, deceduto il 23 aprile scorso dopo due interventi chirurgici per una perforazione gastrica e un’emorragia intestinale.

La mamma di uno dei ragazzi in un’intervista dichiara: “Come genitori abbiamo fallito, non siamo riusciti a indicare il confine tra il bene e il male. Ma di una cosa sono certa: non sono la madre di un mostro”. E alla fine dell’intervista ribadisce però:“Cominciamo a domandarci che fanno i ragazzi in un centro come questo. Non c’è niente, stanno in giro, davanti ai bar, ha chiuso anche il campo dell’oratorio perché ci sono i lavori. Passano male il loro tempo, ho letto che qualcuno ha parlato di noia ma secondo me la questione è diversa: nessuno si occupa di loro […]”

Questa madre cerca alla fine in qualche modo di giustificare l’operato del figlio e della baby gang, li dipinge come dei giovani “normali” e “puliti” di “buona famiglia”, a cui purtroppo questo paesino non offre assolutamente nulla, neanche l’oratorio!

Oggi, sempre più di frequente, nell’universo giovanile la follia veste gli abiti della freddezza e della razionalità, se interrogati i giovani non sanno neanche descrivere il loro malessere, spesso perché hanno raggiunto quello che Umberto Galimberti definisce “analfabetismo emotivo”,un deserto di emotività generato da molte assenze o per meglio dire “mancate presenze”. Il vuoto penetra nelle loro anime e confonde i loro desideri, i sentimenti appaiono confusi e tumultuosi, come la vita che gli si costruisce attorno, fatta di “cose”, di consumo frugale e temporaneo, a questi “figli del benessere” viene presentata solo la via del consumismo, del “tutto e subito”, del divertimento, tanto più attraente quanto più momentaneo e sregolato.

Galimberti sostiene appunto che per i giovani “Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché questa intensità procuri gioia, ma perché promette di seppellire l’angoscia che fa la sua comparsa ogni volta che il paesaggio assume i contorni del deserto di senso […]”. Alla base di questo malessere c’è una mancata crescita emotiva, un deserto che avvolge il cuore, un cuore che un tempo tumultuoso e invocante d’amore e di “relazioni concrete”, deluso da queste, si è riempito della sabbia dell’indifferenza che lentamente ha soffocato ogni emozione, diluendo con esse anche i sogni. I genitori, spesso presi dalla frenesia del quotidiano, non comunicano con i figli se non attraverso quella materialità di doni attraenti e sostitutivi, con i quali pensano di riscattare bene il tempo che non gli hanno dedicato. Invece gli oggetti del “provvisorio” dilatano solamente quella voragine solitaria nell’anima di un ragazzo che invece è interessato solo alla costruzione della propria identità, egli cerca disperatamente modelli da seguire per edificare la sua verità, esempi da cui poter trarre la differenza sostanziale tra bene e male, tra odio e amore, esempi che ormai né in famiglia né a scuola si riescono più a trovare. Quindi l’unica risposta a questo divenire privo di senso emotivo e di relazioni concrete si trova nella violenza e nel “branco”, realtà che offre una chiara identificazione d’appartenenza a quel qualcosa del mondo che può fare la differenza: l’io tanto ricercato trova senso in questa nuova entità di gruppo che accoglie gli “orfanelli”, che sentendosi accolti, si autoregolamentano costruendo un mondo parallelo alla realtà fatto di abusi, eccessi violenti e autodistruttivi! Questi giovani, soli e infelici, compiono gesti che mettono in crisi la stessa giustizia e con la giustizia la società tutta, azioni indicibili di cui si cerca disperatamente un movente che non c’è, non esiste, perché ignoto agli stessi autori! E per quei giovani fare la differenza, essere “qualcuno” significava torturare senza pietà un uomo indifeso per mostrare appunto al mondo quale “differenza” siano diventati.

L’episodio di Manduria, così come tanti altri fatti di assurda violenza, ci deve davvero far riflettere, tutti dovremmo fermarci e capire quale futuro stiamo costruendo per i nostri ragazzi, dovremmo tutti comprendere che l’indifferenza è complice di questa orrenda barbarie e che sicuramente affrontare con coraggio il problema dell’incomunicabilità e del nichilismo di oggi è dovere di tutti, nessuno escluso!

Graziana Iurato

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