domenica, 18 agosto 2019
Federica e Aristide 1

LA MUSICA NON MUORE MAI

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Sono passati vent’anni da quando è morta e sembra ieri che entrava nel mio studio come una raffica di vento e mi diceva: “Lu, il mese prossimo vado in Polonia”.

Federica Poidomani Dolcetti, un’artista a tutto tondo, artista quando si esibiva sul palcoscenico ma anche nella vita, che affrontava con la stessa irruenza con cui affrontava le Polacche di Chopin, perché tutto nella sua vita, dai gesti alle scelte, dallo studio all’espressione, veniva filtrato da un’anima appassionata e generosa.

Sì, passione e generosità erano i tratti caratteristici di una personalità fortissima, capace dei più grandi sacrifici e delle più grandi follie, nelle piccole cose come in quelle grandi, viscerale negli affetti familiari, ma anche nelle amicizie.

Ricordo le sue lettere nel lungo periodo in cui fu ricoverata a Padova per la terribile malattia che la condusse alla morte. Le scriveva quando si sentiva meglio, per riuscire a essere scherzosa e ironica come sempre, per non darmi l’angoscia di sentire la sua fine vicina. Mi parlava poco di sé, mi parlava di musica.

Si discuteva di Chopin, che amavo anch’io tantissimo ma lei di più, e per stuzzicarla esaltavo Brahms. Avremmo potuto continuare le nostre discussioni per giorni, senza accorgerci del tempo che passava.

Quando, a seguito di un incidente con la moto, fui costretta sulla sedia a rotelle per qualche mese, veniva a trovarmi e passavamo ore a parlare di musica. Un giorno le chiesi per quale motivo non suonava mai la Barcarola (di Chopin, inutile specificarlo!) e lei mi rispose che non la sentiva abbastanza chopiniana, cioè le sembrava quella “musica da salotto” scritta dal musicista più per compiacere quella parte di pubblico che vedeva in lui un artista raffinato, triste, un po’ lezioso. M’inalberai e le spiegai che non l’aveva mai ascoltata come si deve, perché in quel pezzo c’è veramente il mare, ma non il mare calmo al chiaro di luna di una notte d’estate quanto piuttosto il mare in tutte le sue sfaccettature di dolcezza e violenza, di tormento e passione. Sul momento si mise a ridere. “Tanto non mi piace” mi disse. Parecchi giorni dopo si sedette davanti al mio pianoforte e cominciò a suonare la Barcarola. Sì, la Barcarola che sentivo io c’era tutta, con la lievità dei Valzer e la passione delle Polacche. “L’ho riletta con i tuoi occhi” mi spiegò. Sempre in quei giorni, una volta mi portò una poesia scritta da lei sul mio incidente, una poesia umoristica, come solo lei sapeva fare. Ridemmo insieme fino alle lacrime.

Ma sapeva ironizzare anche sui suoi, di mali, come scriveva in una lettera dalla clinica dove veniva curata per quella malattia che poi la uccise. “Visite, controvisite, continui controlli al buco del c… che risulta “bello! elastico! perfetto!” al punto che mi sono decisa a prenderlo in considerazione. Eh, sì, la grande interprete di Chopin, dimentica delle sue vaporose toilettes verde e oro dedicate alla Polonia, dopo 3 giorni di immobilità ha dichiarato trionfante alla dottoressa: “Ho evacuato senza problemi!!” e la soddisfazione dei curanti è stata simile a quella del mio pubblico dopo la “53” o la “61”. Che tristezza… e che comico ridursi così.”

Questo era il suo grande fascino: saper mescolare il dramma all’ironia, non in un racconto, ma nella vita vera, la sua.

Ma, attenzione, saper usare l’ironia non vuol dire non saper soffrire profondamente. Chi ama profondamente soffre anche profondamente. E lei sapeva amare.

Sì, una donna che sapeva amare davvero, come aveva dimostrato abbandonando una promettente carriera per seguire Raffaele Poidomani a Modica, dedicandogli tutta la sua vita. Una donna che, non meno, era capace di amare un musicista incontrato solo sugli spartiti e di amarlo al punto che, quando suonava la sua musica nella sua stanza, senza pubblico, pareva trasfigurarsi, quasi il compositore guidasse le sue mani e il suo cuore.

Sono passati vent’anni da quando ci ha lasciati, ma è come se fosse ieri, perché la sua personalità è stata talmente forte e prorompente da aver tracciato un solco nei luoghi in cui ha vissuto e nell’anima delle persone che ha incontrato.

Non tutti l’hanno amata. Molti l’invidiavano, molti, forse i più, non la capivano. Non capivano, non hanno mai capito, come e fino a che punto sapesse amare la vita. E viverla. Forse perché la viveva attraverso la musica. E la musica non muore mai.

Luisa Montù

Nella foto Federica Poidomani Dolcetti e il figlio Aristide

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