giovedì, 20 giugno 2019
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LIRETA E LA SUA BATTAGLIA DI DONNA CHE VUOLE ESSERE LIBERA

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“Lireta non cede” è il titolo di un diario, scritto da Lireta Katiaj, una donna proveniente dall’Albania, giunta a Modica tramite l’emigrazione clandestina, ormai naturalizzata nella nostra città dove vive e lavora da anni.

Il diario, scritto dall’autrice qualche anno fa, sotto l’impulso del bisogno di mettere ordine nella sua psiche, è stato spedito all’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve S. Stefano, fondato da Saverio Tutino.

L’organizzazione dell’Archivio Diaristico invoglia l’autrice a partecipare al concorso che viene organizzato annualmente, ed il lavoro presentato viene dichiarato “Finalista premio Tutino 2012”

Due anni dopo, in conseguenza dell’effetto che la vicenda narrata aveva destato sulla stampa, sugli intellettuali e presso alcuni artisti, avviene la pubblicazione, il diario diventa libro, in contemporanea viene realizzato da Mario Perrotta uno sceneggiato televisivo andato in onda su Rai 2. Sotto la regia dello stesso Mario Perrotta la vicenda diventa spettacolo teatrale che continua a girare in diversi teatri nel territorio nazionale.

In aggiunta a questo, c’è la diffusione d’esperienza che l’autrice conduce in proprio, andando a testimoniarla direttamente presso le scuole che la invitano, non solo sul territorio modicano.

Nonostante la diffusione di questa emblematica e toccante esperienza, a Modica il testo non era stato neanche presentato al pubblico, ci ha pensato la Consulta Femminile il 31 maggio scorso, nei locali della Biblioteca S. Quasimodo.

L’evento è stato inserito nel circuito “Maggio dei Libri”, la campagna di valorizzazione della lettura promossa dal Ministero Beni Culturali e del Turismo.

Ad introdurre i lavori la dott. Angela Campailla, che in una breve ma efficace introduzione ha enucleato gli ostacoli drammatici che Lireta affronta nel suo cammino per uscire dalla miseria, dalla guerra civile, dalla violenza domestica e dal costume patriarcale che per lei aveva previsto il solito ed unico destino previsto per le figlie femmine, il matrimonio, e per giunta combinato, cioè deciso dalla famiglia a cui lei avrebbe dovuto sottostare passivamente, e poi il viaggio per emigrare sul gommone.

Lireta non accetta il matrimonio combinato ed è costretta ad affrontare l’inferno: deve scampare alla violenza fisica di un padre violento perché alcolista, che al rifiuto del matrimonio combinato reagisce  lanciandole addosso l’ascia a cui scampa per miracolo; deve fare i conti con l’assenza di difesa della madre; con il rifiuto di ricovero da parte di parenti e amici; deve fare i conti con l’ isolamento generale che la costringe a mettersi nelle mani di personaggi senza scrupoli che vedono in lei solo una merce di scambio.

Tutto questo mentre nel suo paese imperversa la guerriglia, mentre le bombe sono la sola cornice sonora che si ascolta.

Poi l’emigrazione clandestina, attraverso i gommoni, su cui rischia la vita, e poi ancora il rifiuto di lei e della bambina da parte di colui che era stato suo compagno di vita, quindi rabbia e solitudine in terra straniera. Ma Lireta non cede, come recita il titolo del libro, con la sua grinta, il suo indomito coraggio e il suo attaccamento alla vita, riesce a inserirsi nel mondo del lavoro e a creare una nuova famiglia.

Insomma “cinquanta sfumature di violenza” affrontati su tutti i fronti, che lei non si stanca di testimoniare in tutti i contesti che la accolgono, a cui regala, esponendosi emozionalmente, il rumore dei ceffoni, l’angoscia della fuga, il bruciore allo stomaco per le pratiche reclusive che precedono l’imbarco clandestino, il panico della traversata al buio, il colpo sulle spalle che la scaraventa in acqua per fuggire alla guardia costiera, la disperazione e l’angoscia dell’incertezza di non riuscire a salvare la figlioletta che tiene stretta a sé durante la traversata,  l’umiliazione inflitta dalle forze dell’ordine quando dopo lo sbarco viene condotta in caserma.

Lireta testimonia tutto in un flusso narrativo senza sosta, un flusso che conosce le sole pause del respiro.

Alla fine il pubblico l’abbraccia e la strige a sé, anche per liberare la raffica di sensazioni, di indignazione, di dolore, di rabbia, di impotenza e di coraggio da cui si è sentito bombardare da un’anima nuda, ricoperta, per pudore, dall’accompagnamento musicale di Leon Spadaro che, improvvisando sulla tastiera, tira fuori leggere armonie che velano l’animo turbato, carico di patos, e contemporaneamente fa da filtro verso l’ascoltatore affinché non venga investito direttamente dal peso delle atrocità testimoniate.

La musica spesso viene utilizzata per fare da cornice, per dipingere un contesto, Leon Spadaro le affida la funzione di schermo trasparente, una sorta di velo che rende quasi mistica l’atmosfera.  Un’anima nuda quella di Lireta, che si espone per consapevolizzare, ma forse, anche per lenire il turgore di cicatrici che mai potranno sparire dalla sua pelle.

La Consulta Femminile non poteva sottrarsi all’esposizione pubblica di questa vicenda, che è vicenda innanzitutto di rottura della cultura patriarcale, cioè di quella cultura di dominio dell’essere umano maschile verso quello femminile, cultura che rende schiave le donne ma anche gli uomini che ne sono imbevuti, costringendoli ad azioni inumane, fuori dalla pietà e lontani anni luce dal rispetto della dignità umana.

La Consulta Femminile ha già affrontato, anni addietro, questo tema, esponendo alla pubblica conoscenza la vicenda delle sorelle Grimaldi, Francesca e Concetta, monacate contro voglia perché il loro padre doveva obbedire alla legge del maggiorascato, schiavo che schiavizzava.

Lo ha affrontato ancora nel 93, trovandolo intatto e involgarito, dopo 3 secoli, immutato nella sua ferocia, lo ha fatto esponendo al pubblico dibattito la vicenda di Francesca Garofalo Turlà, che, rimasta vedova, e volendo mandare avanti un’azienda agricola insieme ai figli, in banca si sente dire “una signora compra pellicce, non capi di bestiame”. Insomma, una donna non è affidabile come imprenditrice.

Non poteva eluderlo in questi tempi in cui si addensano nere nubi sull’autonomia femminile, non potevamo ignorare, avevamo il dovere di chiamare a raccolta la comunità per riflettere insieme.

Carmela Giannì

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