martedì, 16 luglio 2019
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L’AUTO DA FÉ DI GIOVANNI ROBUSTELLI

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Confesso: non conoscevo Giovanni Robustelli. C’è voluto l’ “Auto da fé”, la sua mostra all’ex Convento del Carmine, per scoprirlo nelle tante sfaccettature della sua produzione ed entrare in sintonia con le sue profonde radici culturali, le cui scaturigini si manifestano in colore, variazione di tecniche, bagliore di luce e opera al nero. Una rutilante fantasmagoria attuata con la mano sicura di chi dà del tu all’Arte.

Senza scampo e senza poter fare niente si rimane conquistati, perché osservando la matericità degli oli, la poliforme e policroma natura dei suoi acquerelli, il sontuoso estendersi delle sue grafiti, la sicurezza calcografica (così prossima al rigore e alla pulizia degli incisori baltici) non possono non dare entusiasmo.

E poi, la scelta dei soggetti (ne citerò solo alcuni): Medea, declinata nelle varie tecniche, reinventata ogni volta, fiera e terribile nella sua sublime tragicità. Immediato il paragone con quella di Pasolini, ma in essa ho risentito l’eco (molto più preziosa per me) della Medea di Seneca, barbara e sciamana, l’eco di quella interpretata da Valeria Moriconi nella cavea del teatro greco di Siracusa nel lontano 1996, una Medea memorabile e misurata nella sua follia che, con un laconico “finalmente”, sussurrato e trattenuto, sintetizzava la bruciante vendetta narrata da Euripide.

Robustelli la dipinge a olio, la tratteggia, la schizza e, infine, la realizza in un mirabile disegno eseguito con la biro, nel nero intenso che racchiude e fa baluginare il dramma maturato nel segreto dei meandri latenti della psiche femminile, vasta di tenebre e ardenti passioni.

Tra i cicli di cui Robustelli si fa elegante narratore, ci sono quello di Alice (l’incisione de “Il brucaliffo” a mo’ di esempio) e quello del Don Chisciotte manchego, immenso come l’opera di Cervantes, disegnato, inciso, acquerellato.

La ricchezza linguistica del suo fare arte, della deriva e dell’approdo a forme originali, inducono a inabissarsi nell’inconnue, quel gorgo indicibile celato in ciascuno di noi, facendone esplodere l’apparente biancore in schegge e interferenze di rossi intensi di sangue, di festanti viola, seducenti verdi e gialli, come fiori dell’Es che non sappiamo di possedere.

Giovanni Robustelli li fa emergere operando un auto da fé, l’atto di fede che concludeva i roghi dell’Inquisizione, decretando un naufragio o una liberazione orgiastica, quasi mistica dell’Arte.

È stato, lo confesso, anche il mio auto da fé.

Marisa Scopello

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