lunedì, 16 settembre 2019
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LIRETA KATIAJ, UNA CHE NON SI ARRENDE

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Lireta Katiaj vive a Modica dove, dopo tante peripezie, è approdata dall’Albania. E’ una dei tanti migranti arrivati nel nostro paese per fuggire da una vita di stenti, di ingiustizie, di sangue. Molti di loro sono finiti fra le grinfie della delinquenza sia nostrana che albanese e ne sono stati rosucchiati mostrando così al nostro popolo un’immagine negativa del loro, ma, come in tutti i popoli, ci sono i deboli e i forti: i deboli si arrendono e si perdono, i forti combattono e vincono.

Lireta si è integrata perfettamente nel nostro mondo, ha una famiglia, tanti amici, è rispettata e stimata. Ma questo non le bastava, perché Lireta è una combattente e non poteva, ora che aveva raggiunto la tranquillità nella sua vita, smettere di combattere: doveva urlare. Urlare al mondo la sua storia che riflette la storia di un popolo, di tanti popoli, di tutti quei popoli oppressi da un tiranno locale o da altri paesi, la storia di chi non ha colpe ma deve pagare, sempre, le colpe altrui.

Sì, certo, poteva raccontare, raccontare agli amici, ma per urlare ci voleva qualcosa di più: un libro, un libro che passasse di mano in mano e che, attraverso la lettura, penetrasse nel cuore e nel cervello di chi lo leggeva ben più profondamente di quanto possano farlo le parole dette che, si sa, se le porta il vento.

Lireta però non era certo andata a scuola in Italia perché ci era arrivata da adulta, aveva imparato la nostra lingua vivendo tra noi e comunicando con noi. Ora lo parla perfettamente, e lo scrive anche. No, non è un linguaggio aulico e nemmeno del tutto corretto, ma è un linguaggio affascinante perché, forse, anzi sicuramente, più della forma di un accademico della Crusca, sferza il lettore con la potenza della verità.

Capita spesso, leggendo il libro di uno scrittore di professione o di un giornalista o persino di un cattedratico, di sentirci infastiditi da quelli che in gergo editoriale si chiamano “refusi”, ossia quelle sviste nel linguaggio o nella punteggiatura che i correttori di bozze sono soliti correggere ma che spesso sfuggono loro, specie oggi, che la lingua italiana pare abbia perso di molto il suo originale valore, soppiantata dagli americanismi che imperversano e imbruttiscono quanto fa parte di un passato orgoglioso. Dentro di noi ci chiediamo perché quella frase, quel verbo, quel segno di interpunzione non siano stati corretti e questo ci fa sentire estranei a quanto stiamo leggendo. Nel libro di Lireta questo non ci succede: avvertiamo, forse a pelle, che quella piccola sgrammaticatura, quella virgola fuori posto, quella frase un po’ sciatta sono nient’altro che vita vera. E proprio attraverso questo linguaggio quella vita ce la sentiamo nostra, ne facciamo parte, diventiamo tutti Lireta e ringraziamo quei correttori di bozze che, forse per un inconscio rispetto di questa vita sulla carta, non l’hanno voluta imbrigliare.

Della storia del libro “Lireta non cede” non parleremo: ci sembrerebbe riduttivo, perché questo libro va letto come un libro affascinante merita, anzi no, non va letto, va vissuto, perché è questo che si prova nello scorrerne le pagine. Possiamo dirvi soltanto una cosa: vincere si può, basta non arrendersi mai.

Luisa Montù

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