venerdì, 30 Settembre 2022

BENEDETTO XVI COME CELESTINO V

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“Carissimi Fratelli,
vi ho convocati a questo Concistoro non solo per le tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio, sono pervenuto alla certezza che le mie forze, per l’età avanzata, non sono più adatte per esercitare in modo adeguato il ministero petrino. Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005.” E’ questa la parte centrale del messaggio pronunciato in latino, ma che qui riportiamo tradotto in italiano, con cui Papa Benedetto XVI ha annunciato di lasciare la guida del pontificato. Parole nelle quali è racchiuso tutto il significato di un gesto che segnerà la storia (per trovare un altro simile esempio bisogna risalire a Celestino V definito da Dante, proprio per la sua scelta, il Papa del gran rifiuto) ma anche utili a capire una decisione che molti cattolici hanno fortemente criticato. La notizia dell’abdicazione del Papa (e non delle dimissioni come erroneamente è stato definito il gesto del Pontefice) infatti ha suscitato in molti credenti indignazione e senso di abbandono da parte di quello che in molti consideravano l’unico punto di riferimento rimasto. Ciò che in particolare aveva lasciato perplessi è stato come tale decisione venisse considerata un segno di umiltà e di coraggio, quando piuttosto, agli occhi di molti fedeli, sembrava essere tutt’altro. Come fa un Papa a smettere di essere Papa? Ma soprattutto come si fa ad affermare che questa decisione è stata presa per il bene della Chiesa? Sono tutti interrogativi che ci siamo posti nei giorni seguenti a quelli che, sicuramente, hanno segnato un pezzo rilevante della nostra storia recente.
Ma facciamo un passo indietro e torniamo al 19 aprile del 2005 quando la famosa fumata bianca segnò l’elezione del nuovo Pontefice e il Cardinale bavarese Joseph Ratzinger divenne Benedetto XVI. Già da allora si ebbe la sensazione che, mentre Giovanni Paolo II sembrava fosse nato per “essere Papa”, Benedetto XVI, fosse stato “prestato” a rivestire questo ruolo. Ratzinger ha quindi dovuto convivere, dal primo giorno, con l’ombra di un predecessore ingombrante. Tanto Wojtyla era carismatico, amato e benvoluto da tutti, anche dai non credenti, quanto Ratzinger invece era sempre apparso freddo, a tratti distaccato, ritenuto un fine intellettuale, ma privo di quell’aura di “divina umanità” che invece aveva fatto la fortuna del suo predecessore. Il primo ha portato con sé, anche sul trono di Pietro, il suo essere stato uomo; il secondo ha indubbiamente vissuto per troppo tempo all’interno del Vaticano prima di diventarne il Capo, se così possiamo definirlo. La loro vita diversa quindi non poteva che influenzare anche la loro diversa fine; una naturale, se così la si vuole definire, l’altra forzata. Ed è qui che improvvisamente viene fuori un Papa che forse nessuno di noi ha veramente conosciuto. Forse, non era l’uomo tutto d’un pezzo che voleva far credere di essere, forse, a un certo punto, ha tirato fuori la sua umanità ammettendo i propri limiti e le proprie debolezze anche se ciò ha voluto dire prendere una decisione, come lui stesso l’ha definita, dalle gravi conseguenze. È stata questa riflessione a fare vacillare le certezze, a consigliare ad ogni fedele di fare un passo indietro nei confronti di un Papa che, bisogna ammettere, fino a pochi giorni fa nessuno ha mai particolarmente amato ma che oggi, se non amore filiale, merita almeno rispetto. Una scelta, soprattutto se cosi netta ed anche capace di sfidare le secolari convenzioni, infatti, si può condividere o meno ma va comunque rispettata, soprattutto quando è facile obbiettivo di attacchi e critiche.
Per un attimo proviamo a metterci nei panni di questo vecchio uomo che, a differenza del suo predecessore, non ha voluto mostrarsi agli altri debole e provato nel fisico. Non destano naturale simpatia e ammirazione coloro che, essendo più forti e con una maggiore resistenza degli altri, giudicano chi invece è più debole e resta indietro, schiacciato dal peso della sua responsabilità; ovviamente questo ragionamento è un po’ riduttivo, adattato a ciò che è accaduto, ma rende l’idea di come si è spesso portati a giudicare con facilità gli altri solo perché diversi da noi. Se vogliamo allora fare un esempio più consono ed elevato, anche Gesù sulla Croce ha avuto un momento di debolezza: “Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato?”. Insomma, condivisibile o meno, la scelta di Ratzinger è insieme umana e divina! E questo la gente lo ha capito e forse per la prima volta, dopo 7 anni di pontificato, questo Papa, all’apparenza poco amato dalla sua gente, è riuscito a fare breccia nei cuori dei fedeli. Insomma, forse non tutti i mali vengono per nuocere. Certo la delusione piuttosto sarebbe vedere come tutti i ragionamenti appena fatti crollerebbero, come un castello di sabbia bagnata, se si scoprisse che dietro tale decisione ci siano state pressioni politiche che poco hanno a che fare con la Chiesa e che invece, troppo spesso, ne condizionano le decisioni; si tratterebbe di scoprire con amarezza quanto poco spazio sia concesso anche al di là delle mura vaticane all’umanità ed alla fede, e quanto invece a giochi di potere che sarebbero più consoni ad altre Istituzioni, ma che certo non dovrebbero influenzare le scelte dello Spirito Santo. Ma questo nessuno lo potrà mai sapere con certezza. Adesso si attende solo di conoscere il nome del nuovo Pontefice e per la prima volta ci saranno contemporanemente due Papi in vita: uno che lascia e l’altro che arriva, con alle spalle un peso non indifferente e un gesto che speriamo non crei nei successori pericolosi sentimenti di emulazione.
A proposito di successori, che cosa accadrà adesso? Non ci interessa tanto fare il così detto “toto nomi” quanto piuttosto capire le fasi successive che porteranno alla fumata bianca e quindi all’elezione del nuovo Papa. Intanto occorre precisare che Benedetto XVI è rimasto in carica fino alle 20,00 del 28 febbraio dopodiché si è aperto il periodo della così detta “sede vacante”. In questo periodo è il Camerlengo, Tarcisio Bertone, che è anche il segretario di Stato, che si occupa della gestione amministrativa ordinaria della Santa Sede. In realtà le due funzioni non sono quasi mai sovrapposte, anche questo è un caso raro, ma da questo momento in poi la carica di Camerlengo ha preso il sopravvento su quella di segretario di stato. Camerlengo significa “addetto alle camere”, nome che deriva dalla mansione particolare di sigillare l’appartamento pontificio fino all’insediamento del nuovo Papa. Spetterà al Camerlengo presiedere il Conclave (dal latino cum clave, cioè chiuso a chiave, ciò avvenne concretamente nel corso dell’elezione di Gregorio X a causa dell’indecisione dei cardinali che aveva protratto l’elezione per troppo tempo; da qui la decisione di chiuderli a chiave costringendoli ad eleggere il papa in tempi brevi). Il Conclave, la riunione dei Cardinali che eleggeranno il nuovo Papa, avverrà all’interno della Cappella Sistina della Città del Vaticano. Saranno 117 in tutto, in questo Conclave, i cardinali elettori rappresentati da Porporati di ogni continente e che non hanno più di 80 anni. La votazione del Romano Pontefice avverrà per scrutinio segreto. Tale forma fu stabilita da Giovanni Paolo II nella Costituzione Apostolica del 22 febbraio del 1996 nella quale sono contenute le norme a cui, quando si verifichi la vacanza della Sede Romana, debbono rigorosamente attenersi i Cardinali che hanno il diritto-dovere di eleggere il Successore di Pietro. Colpisce poi un punto nella Costituzione Apostolica che oggi alla luce di quanto accaduto fa riflettere in maniera particolare. E’ il punto 86, che conclude il VI Capitolo, in cui il Papa scrive: “Prego colui che sarà eletto di non sottrarsi all’ufficio, cui è chiamato, per il timore del suo peso, ma di sottomettersi umilmente al disegno della volontà divina. Dio infatti, nell’imporgli l’onere, lo sostiene con la sua mano, affinché egli non sia ìmpari a portarlo; nel conferirgli il gravoso incarico, gli dà anche l’aiuto per compierlo e, nel donargli la dignità, gli concede la forza affinché non venga meno sotto il peso dell’ufficio.” Parole, come dicevamo, che assumono in questi giorni un significato ancora più forte che certo Benedetto XVI non ha potuto ignorare ma che indubbiamente non lo hanno fatto desistere dalla sua scelta. Ma, tornando al Conclave, che sicuramente porterà con sé il peso della scelta di Ratzinger, esso inizierà con il giuramento per tutti i votanti che sarà pronunciato dal Cardinale Angelo Sodano, l’attuale cardinale decano del Sacro Collegio. Dopo il giuramento avverrà la votazione. A tutti i cardinali verranno consegnate delle schede, dove ciascuno scriverà il nome del Pontefice che intende eleggere. Poi inizierà lo spoglio delle schede. Il nuovo Papa sarà eletto se riceverà i due terzi dei voti. Da qui seguirà la famosa fumata bianca o nera, a seconda che si sia raggiunto o meno il quorum. La fumata viene prodotta bruciando le schede, gli appunti e tutti i documenti del Conclave, all’interno di una stufa che viene montata all’interno della Cappella Sistina. Il colore viene dato con l’apporto di una sostanza chimica. A questo punto se il candidato eletto ha raggiunto i due terzi dei voti sarà proclamato Papa. C’è un passaggio a questo punto, che forse è sempre stato considerato di rito, che invece oggi dovrebbe essere letto in maniera diversa, ovvero il cardinale Sodano in questo caso andrà da colui che ha ottenuto i voti necessari per diventare Papa e gli farà una domanda: “Accetti la tua elezione canonica al Sommo Pontificato?”. Capite oggi la portata di questa domanda? E’ come se fosse data all’eletto la possibilità di decidere se portare o no questo peso. Viene spontaneo chiedersi se già allora Ratzinger abbia avuto qualche dubbio, qualche tentennamento nell’accettare di diventare la nuova guida della Chiesa, ma anche se il nuovo eletto ci penserà due volte prima di rispondere ed accettare l’incarico. Certo è che, quando verrà annunciata dalla loggia della Basilica di San Pietro la famosa frase “Habemus Papam” e il nuovo Papa impartirà ai presenti la prima benedizione Urbi et Orbi, un pensiero attraverserà la mente di tutti: “Speriamo che almeno lui non se ne penta!”
Un dubbio però resta: adesso il proverbio “morto un papa se ne fa un altro” avrà ancora senso, oppure cambierà anche il modo di dire?

Mariacarmela Torchi

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