mercoledì, 16 giugno 2021
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L’INQUIETUDINE

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È l’inquietudine il sentimento che pervade il mio stato d’animo circa la situazione politica nazionale. Guardo con preoccupazione la difficoltà delle forze politiche nel formare un governo di cui credo, si ritiene essenziale la presenza e l’operatività immediata per evitare che il paese cada nel baratro. Credo che questo sia il desiderio prevalente nella società, specialmente di quella parte del paese che si trova con l’acqua alla gola sul versante della situazione lavorativa.
Senza addentrarci in analisi sull’esito elettorale ormai superflue, prendendo atto che gli elettori hanno diviso la torta in tre porzioni di uguale grandezza, si constata l’enorme difficoltà a stabilire accordi tra le parti. Ragionevolezza vorrebbe che due di queste si decidessero a concorrere nella formazione del governo per indirizzare l’azione in due canali che devono procedere parallelamente e restare in coerenza di obiettivi: immediate misure per diminuire la sofferenza del lavoro e procedere sulle riforme delle istituzioni e del sistema nel suo complesso. Misure utili a facilitare la ripresa cercando di risparmiare risorse preziose coniugate a misure utili a fare tornare i cittadini attori della democrazia.
In un paese dove la democrazia non fosse malata questa cosa verrebbe attuata con facilità, ma l’Italia non è un paese normale, è un paese gravemente malato proprio nella trama che deve reggere la democrazia. Questo male, pur con sintomi differenti, affligge tutte e tre le porzioni che costituiscono la torta dell’esito elettorale e rende fragili tutte e tre le parti. La fragilità si manifesta sempre tramite l’aggressività, con aggressività infatti è stata condotta la campagna elettorale e nel medesimo modo di sta conducendo il dopo voto. Il centrodestra è aggressivo verso la magistratura, il centrosinistra è aggressivo nell’esercitare il potere, il movimento cinque stelle è aggressivo nel non volersi mischiare a nessuno degli altri due che hanno raccolto voti in misura uguale ad esso.
Sull’aggressività del centrodestra non c’è bisogno di argomentare perché le ragioni sono a tutti note, su quella del centrosinistra anche perché l’attaccamento alla poltrona della gerontocrazia li inchioda, sul movimento cinque stelle c’è da essere davvero preoccupati perché ha in sé una serie di ragioni non dette, forse non dicibili, di alcune delle quali s’intuisce la natura e che destano inquietudine. Gli effetti del male del nuovo movimento determinano l’irresponsabilità verso il paese e verso quella parte di elettorato che gli ha delegato il rinnovamento. Tutto il voto della protesta verso le formazioni classiche che ha individuato il movimento come canale per esprimere il messaggio di disperazione vuole certamente azione, vuole assunzione di responsabilità, vuole vedere un prodotto nuovo e celere. La quantità di voti riportati dal movimento del resto è tale che potrebbe condizionare ogni interlocutore in maniera assoluta, potrebbe davvero dettare sia l’agenda che il metodo, quindi il movimento dovrebbe solo decidersi a voler rispondere agli elettori che gli hanno dato fiducia, non è possibile che avendo ricevuta tanta di fiducia adesso non voglia riconoscerne agli altri per operare nella direzione in cui ha propagandato durante la campagna elettorale. Questo paradosso desta turbamento e inquietudine, oltre che rabbia e frustrazione per la paralisi che genera.
E’ inevitabile leggere in questo atteggiamento adolescenziale quantomeno un’incongruità: se non si è pronti a governare non ci si candida, se non ci si vuole sporcare le mani lo si dice prima in maniera chiara e non alludendovi solamente con l’espressione sono tutti uguali; se si mira al monocolore che estromette la democrazia lo si deve dire prima e a chiare lettere, se si vuole abbattere il sistema dalle fondamenta lo si deve dire con nettezza, non si possono raccogliere i voti promettendo il salario di sussistenza e poi non partecipare al governo per elaborare il modo come realizzarlo. Alle persone cui manca il lavoro e quindi il pane non occorre l’apriscatole, perché le sardine non le possono comprare, né possono nutrirsi di trasparenza parlamentare, perché questa davvero non serve a imbottire il panino.
La delusione comunque la creano i giovani eletti, non tanto Grillo e Casaleggio che basta guardarli in faccia, leggere i loro occhi, socchiusi e bassi quelli di Casaleggio e ossessionati quelli di Grillo, basta leggere la loro mimica, la loro prossemica, il loro tono di voce, la loro gestualità forsennata e le espressioni cariche di dileggio verso tutti per esserne inquietati, ma gli eletti che in campagna elettorale hanno osservato il silenzio e ora si assoggettano all’obbedienza acritica deludono e inquietano a loro volta. E’ possibile che tanti esseri differenti, provenienti da varie regioni e da vari ceti sociali, con percorsi di formazione differenti, tutti, unanimemente, non sentano il peso della fiducia che gli elettori hanno riposto nelle loro mani? E’ possibile che tutti insieme e ciascuno per sé non conosce il peso della responsabilità dovuta verso il paese e verso gli elettori? Possibile che tutti abbiano interiorizzato il distacco verso il popolo e i suoi bisogni? E’ possibile che 160 persone siano convinte che basta la trasparenza per aggiustare il disagio sociale? Tanta unanimità fa pensare al plagio, allo stato di soggezione verso il capo (carismatico e tiranno). Altro che megafono per fare conoscere giovani sconosciuti e portarli in Parlamento, piuttosto “il gatto e la volpe” che cavalcando la tigre del disagio sociale prendono nella rete un centinaio d’inconsapevoli “pinocchio” e li soggiogano al loro potere per un fine destabilizzante.
Per chiarezza voglio precisare che non mi augurerei che questi giovani si spostassero altrove, vorrei però vedere una dialettica interna al movimento che mettesse a tema la responsabilità verso il popolo ancora prima che verso le istituzioni. Certo, sappiamo tutti che chi alza la testa è fuori dal movimento, ma se si è già nel Parlamento automaticamente si ha un altro mandatario, magari meno autoritario, magari meno carismatico, magari lento a capire, ma non bisogna illudersi, perché la pancia vuota aguzza la criticità, risveglia anche gli zombie, per usare un’espressione emblematica del linguaggio di Grillo.

Carmela Giannì

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