lunedì, 30 novembre 2020
l'editoriale di Luisa Montù

IO STO CON GLI ORANGHI

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Umberto Saba, uno dei più grandi poeti italiani del Novecento, in una splendida poesia dedicata alla moglie (“A mia moglie” appunto), ama paragonare la donna amata a degli animali (Tu sei come una giovane, / una bianca pollastra… Tu sei come una gravida/ giovenca… Tu sei come una lunga / cagna… Tu sei come la pavida / coniglia… Tu sei come la rondine… Tu sei come la provvida / formica…). Non sono offese ma dolcissime parole d’amore che esaltano gli aspetti più amati e ammirati della sua donna, infatti E così nella pecchia / ti ritrovo, ed in tutte / le femmine di tutti / i sereni animali / che avvicinano a Dio; / e in nessun’altra donna.

Questa poesia ha bussato alla nostra mente all’uscita di Caldiroli nei confronti del ministro Kyenge con la quale l’ha paragonata a un orango. Nell’espressione di Caldiroli però non esisteva l’intento di un paragone poetico, bensì un’offesa perché, a suo modo di vedere, gli oranghi sarebbero creature inferiori agli esseri umani. E’ su questo concetto, per cominciare, che non riusciamo a essere d’accordo, pertanto quella di Caldiroli ci sembra una triplice offesa: nei confronti del ministro Kyenge perché sappiamo che l’intento era quello, nei confronti degli oranghi perché molto più rispettabili di gran parte della razza umana e quindi il loro nome non può essere impiegato per insultare chicchessia, nei confronti della razza umana in generale perché, per fortuna, non è fatta solo di meschinità, alterigia e razzismo.

Anche se nel parlar comune, riferendoci alle varie etnie, usiamo l’espressione “razza” per distinguere i caratteri somatici di popolazioni provenienti da zone diverse, in realtà l’unica “razza” scientificamente considerata è la “razza umana”, poiché le differenziazioni all’interno di una stessa specie (come, ad esempio, quelle che si riferiscono alle varie razze canine) sono indicate con quello che è un termine tecnico esclusivo della zootecnica e che, nel momento in cui viene usato per indicare una popolazione o un’etnia diventa ridicolo, anche perché la distinzione tra le etnie spesso è talmente sottile da non essere riconoscibile. In biologia il termine è da tempo desueto, pertanto, volendo dargli un significato, lo potremmo definire come una forma di ottundimento mentale che fa distinguere le persone in base al colore della pelle o ai tratti somatici o al luogo di provenienza della famiglia anziché in base all’intelligenza, alla sensibilità e al comportamento. Ancora una volta il problema sta negli occhi di chi guarda e vede cose che non esistono. Pertanto, se è questo il problema di Caldiroli, non possiamo che provare umana compassione nei suoi confronti, mentre un ben diverso sentimento nasce dal fatto che tale persona debba rappresentare un’importante carica istituzionale, quindi un’immagine del nostro Paese. Ognuno di noi ha tanti difetti e se li tiene, salvo, qualcuno, cercare di correggerli, ma ognuno di noi ne sarà vittima nel suo privato. Anche gli uomini delle istituzioni, visto che, appunto, sono uomini, hanno tanti difetti, ma, posto che i difetti umani sono dei tipi più svariati, sarebbe il caso di investire di incarichi che finiscono per marchiare, caratterizzare, illustrare il nostro Paese uomini con difetti meno vistosi o magari simpatici, dato che esistono pure questi. Insignire della carica di vicepresidente del Senato qualcuno che si lascia andare a insulti non solo sgradevoli ma anche stupidi, qualcuno che, come un ragazzino delle medie, si pavoneggia con una maglietta capace di offendere una persona o un popolo, come già è successo in passato, è una cosa che marchia d’infamia non tanto Caldiroli quanto, sopratutto, chi l’ha scelto e sapeva di che pasta era fatto, quindi l’Italia. Non solo, ma una tale presenza va a stanare e autorizzare il razzismo latente anche in alcuni italiani trasformando un paese tendenzialmente aperto e generoso in un ghetto chiuso alla civiltà. Sicuramente un orango ci rappresenterebbe con maggiore dignità.

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