venerdì, 4 dicembre 2020
foto la buona novella 1

SPARACINO FA OMAGGIO A DE ANDRÉ

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Le storie, si sa, bisogna prima saperle tessere e poi saperle raccontare, non è abilità di tutti, anzi è abilità rara, lo dimostra purtroppo la narrativa contemporanea che riesce a regalarci solo un senso di vuoto,   se poi la storia è quella che fa perno sulla vita di Gesù, ovvero la storia delle storie, allora l’abilità della tessitura diventa determinante, perché, data la delicatezza del tema, si potrebbe rischiare di annoiare o di scandalizzare.

Non corre nessun rischio Alessandro Sparacino nel portare in scena “La Buona Novella” perché in fatto di tessitura e narrazione ha metodo, esperienza e talento provati, tanto da sapersi scegliere come compagno di avventura (in questa performance) il magnifico De Andrè.

Il punto focale della drammaturgia su cui fa perno “La Buona Novella” è il racconto della vita di Cristo attraverso i Vangeli Apocrifi che, a differenza dei Vangeli Canonici, prestano un’attenzione maggiore sulla “natura umana” dei loro protagonisti. Il miracolo comunicativo si aggancia a questo dettaglio, la narrazione giunge diretta all’emozione dello spettatore, lo coinvolge e lo immedesima nella vicenda inducendolo a interrogare il senso del sacro che custodisce dentro, rivitalizzato e nutrito dalla fresca linfa che attinge dalla storia,  rinvigorito dalla grandiosa bellezza della semplicità, e il prodigio che la natura umana può assumere se esplica la sua potenzialità.  Può allora succedere che lo spettatore riveda la rappresentazione di codesta materia alla luce del vissuto e dell’agito proprio, e, sotto questo prisma diffrangente, può succedere, senza che ci se ne avveda, una sorta di autoconfessione purificatrice, perché il guardarsi dentro e il giudicarsi alla luce di un parametro che all’umano assegna il ruolo di inverare il divino per potere essere degni di sé è un’opportunità che non si verifica tutti i giorni.  Può succedere che ciascuno riposizioni se stesso almeno nel proposito dell’agire, succede certamente di non potere restare passivi, succede di sentirsi toccati nel profondo, richiamati!

La rappresentazione portata in scena da Sparacino, tra citazioni dai vangeli e canzoni di De Andrè, parte dall’infanzia di Maria e arriva alla Passione di Cristo, attraverso la voce dei protagonisti che raccontano, in prosa o in rima, in musica o recitando e senza soluzione di continuità, scorre come l’acqua nel fiume, fresca, leggera, limpida, musicale, carezzante e purificante.

Lo spettacolo portato in scena a “Casa CiòMod” la sera del 9 agosto scorso nasce dall’esperienza del musical “La via della croce”, che già negli anni passati ha riscosso grande successo sui palcoscenici siciliani, e che ora è stato ripensato nella formula tipica del teatro-canzone, assumendo come strumento veicolante Fabrizio De Andrè. Le note e le parole di Fabrizio De Andrè sono state le “materie prime” del lavoro di Alessandro Sparacino, attratto da quella stessa idea da cui Faber si era lasciato attrarre: quella che “La buona novella” possa essere un’allegoria dell’umano, piuttosto che del divino. “De Andrè mette in musica i Vangeli apocrifi – spiega lo stesso Sparacino, a un certo punto dello spettacolo – proprio affinché questa storia complicata, che è forse la Storia per eccellenza, possa divenire una favola”. L’aggettivo “apocrifo”, in greco, significa “segreto”, “nascosto”. Quando la Chiesa cominciò a distinguere in “ispirata e no” la letteratura su Cristo, escluse quei testi apocrifi dal codice canonico. Per estensione vennero chiamati “apocrifi” tutti gli scritti esclusi dal codice, così apocrifo divenne sinonimo di “non veritiero”, “falso”, “non corretto”. Non ci permettiamo certo di entrare nel merito delle classificazioni, ma quanta bellezza, quanta tenerezza, quanta misericordia c’è dentro questo cosiddetto falso, e quanto bene all’uomo fa entrarvi in contatto!

Quella realizzata da Alessandro non è una rappresentazione che regala il semplice diletto per allietare una serata estiva, non è solo un passatempo ricreativo, ma una serata di quelle che ti regalano qualcosa da portare a casa, un’occasione che è riuscita a fare sperare e riflettere sull’essenza della vita, una performance che concilia l’uomo con se stesso, con le sue fragilità ed imperfezioni, insomma con la sua essenza imperfetta per fare agire quel gradiente di umanità capace di accostarlo alla misericordia cristiana che di guardare al “divino” lo fa degno.

In scena con Alessandro Sparacino i suoi soliti compagni musicisti che sanno fare con professionalità e passione l’adeguata cornice sonora, la Metamorfosi Band: Mario Lo Bianco (chitarre), Giusy Vindigni (tastiere), Salvo Antoci (pianoforte elettrico), Roberto Paternò (basso), Maurizio Iaconinoto (batteria).

 Carmela Giannì

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