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LE RICETTE DELLA STREGA

Le melanzane di Anna

Ingredienti:

2 grosse melanzane, 1 mazzo di prezzemolo, 2 spicchi d’aglio, 150 gr di prosciutto cotto di Praga, 1 mozzarella, q.b. di pan grattato, q.b. di sale, pepe e olio evo.

Preparazione:

Tagliare a fette spesse le melanzane, metterle in acqua e sale per una mezz’ora, asciugarle e grigliarle. Preparare un soffritto con aglio e prezzemolo. Ungere una pirofila, spolverizzarla con il pan grattato e fare un primo strato di melanzane poi il soffritto, il pane, il prosciutto e la mozzarella. Continuare gli strati fino ad esaurimento degli ingredienti. Infornare a 200°per 15/20 minuti.




AGOSTO 2013…




VOLARE, OH OH…

Dopo anni di rumorosi passaggi di elicotteri di Carabinieri, Finanza e Polizia, a volte recanti onorevoli inauguratori di Palazzi di Giustizia (virtualmente morti prima di nascere), di elisoccorsi, di ultraleggeri, di piccoli biposto da turismo, di rombanti e sinistri caccia americani, con viva e vibrante emozione una ventina di giorni fa ho sentito, e poi finalmente visto, un aereo civile di linea passare sopra Modica! Direzione COMISO!!! Robba che nun ce se crede… come si dice a Roma.

Nonostante l’ex base militare americana fosse perfettamente in grado, volendo, di essere riconvertita ad usi civili in tempi brevissimi, l’incubo degli allucinanti tira-e-molla, delle innominabili pastette fra opposti interessi politico-mafioso-campanilistici abilmente supportate dalla solita, immarcescibile burocrazia, che per anni hanno bloccato l’apertura dell’aeroporto, sembra essere finito. La diatriba bizantina sul nome – Pio La Torre o Vincenzo Magliocco – per adesso vede vincente la vecchia intestazione al generale fascista, come dedicate agli eroi volanti del Ventennio sono le strade interne all’aerostazione, da D’Annunzio a Italo Balbo: la cosa è abbastanza curiosa ma del tutto secondaria rispetto al fatto che adesso da Comiso SI VOLA.

Approfittando del fatto di dover far tornare a Roma un’anziana signora che non avrebbe potuto sopportare un viaggio diurno di dodici ore sull’unico treno rimasto in servizio dalla Sicilia al Continente – che parte da Siracusa con sole vetture di seconda classe in condizioni da quarto mondo, in sostanza una tradotta -, il giovane e baldo nipote prenota via Internet e paga con carta di credito un comodo volo Ryanair: dunque anche nella nostra bella e disperata Sicilia Saudita il futuro è iniziato.

Da Modica a Comiso la strada è poca, meno di quaranta chilometri, un nulla rispetto ai più di cento da farsi per Fontanarossa, però… che strada! Evitando, ovviamente, le atroci vutate ro’ Comiso – i micidiali tornanti – e l’attraversamento della cittadina, percorrendo la statale per Catania basta girare a sinistra al bivio per Chiaramonte e poi, sempre dritto fino all’aeroporto. Peccato che di bivi per Chiaramonte ce ne siano almeno tre, nessuno dei quali indica la direzione per il Magliocco. Le frecce con la scritta “aeroporto” compaiono solo dopo, piccole e sepolte tra cartelli pubblicitari e indicazioni di una quantità di contrade dai nomi pittoreschi. Essendo gli accompagnatori anzianotti e mentalmente incapaci di recepire le nuove tecnologie, sono ovviamente privi di navigatore satellitare e ricchi di supponente/sedicente conoscenza della rete stradale della provincia. Sbagliata l’uscita, i disgraziati si ritrovano persi in tortuose ex trazzere che sfociano in una serie di rotatorie che tutto indicano tranne quello che serve. Fortunosamente raggiunto lo scalo aereo, la meraviglia degli enormi parcheggi semideserti, la sorpresa di un aeroporto senza aeromobili!

L’aerostazione sfoggia una scenografica, ampia ma preoccupante scala a chiocciola dai gradini di cristallo guarniti di strisce di led blu: la trasparenza fa venire i brividi a chi ha timore del vuoto e fa vedere, oltre alla struttura metallica, anche le gambe ed altro delle signore con la gonna. C’è bisogno ancora di parecchie cose, dall’ascensore funzionante all’attivazione delle scale mobili. Pochi i posti a sedere nelle sale d’attesa, un paio di macchinette distributrici di bevande e merendine fungono da bar: all’esterno, vicino al parcheggio, si è ovviamente appostato un astuto furgoncino da cui esalano profumi di arancini e patatine… quando si può, il business è di rigore!

Il check-in è veloce: c’è in partenza il solo volo per Roma delle 18,35, che si effettua con lo stesso mezzo che arriva da Roma alle 17,45: dalla galleria visitatori, gremita di famigliole con un congiunto in partenza o semplicemente curiose della emozionante novità – c’è chi non ha mai visto da vicino un aereo – si assiste come a teatro all’atterraggio sulla pista deserta, alle manovre di stazionamento, allo sbarco di bagagli e passeggeri, al rifornimento di carburante e al successivo imbarco dei partenti. Infine, l’emozione del decollo.

L’atmosfera è un po’ fine anni ’50, scene così si potevano vedere a Ciampino o a Linate all’inizio degli anni del boom economico… Che i tempi invece siano diversi e che la recessione ancora non molla si può vedere dalla sola presenza di compagnie aeree low-cost, che offrono vantaggiosi prezzi al passeggero che viaggi con un solo piccolo e leggero bagaglio a mano, altrimenti la musica cambia, e di parecchio… Quindi niente marsupi, beauty-case, borsette, ombrelli, pc portatili, smartphone o tablet in mano: tutto in valigia o in tasca, o resti a terra! Altro segno dei tempi è dato dal personale di bordo: una hostess e uno steward che su gonna o pantalone blu e semplice camicia azzurra indossano un vistoso gilet verde mela catarifrangente, molto simile a quelli di sicurezza che tutti dobbiamo avere in auto. Come sono lontani i défilé delle sussiegose hostess Alitalia che in un’ora di volo cambiavano almeno tre toilettes firmate da Mila SchÖn!

Con la speranza che quanto prima siano attivati e completati servizi e arredi, che la segnaletica stradale venga resa chiara e inequivocabile, che ogni Comune della Provincia sappia approfittare dei benefici che l’aeroporto può portare a cittadini e turisti istituendo dei bus-navetta, che si attivi un cospicuo traffico merci che possa allargare  l’area di mercato dei nostri prodotti  e che sia capace di alleggerire il peso del trasporto gommato sulle strade, mi sento di dire che come inizio non c’è male, soprattutto vedendo l’entusiasmo e la speranza accendere i volti di tanta gente che appare vogliosa di fare, e di fare bene.

Per la nostra Sicilia, ad maiora!

Lavinia P.dNP




SULLE TRACCE DELLA MODICA ANTICA, UOMINI E STORIE, SEGNI E PAROLE – “L’UTTIMI SCUGGHITURA”

Altra tappa organizzata dall’Associazione IngegniCulturaModica  il 23 agosto, presso il Circolo “ G. Di Vittorio”, associazione che sin dal 1958 è stato punto di riferimento socio-politico e crocevia privilegiato dei braccianti, lavoratori agricoli, cosiddetti viddani, della Costa, di  Piano Gesù e del  Consolo e prossimo alla Piazza San Giovanni.

Mario Incatasciato, presidente dell’Associazione, ha presentato in un contesto suggestivo e a tratti emozionante per le testimonianze dei personaggi quasi centenari, come don Sariddu Zocco di 99 anni, Vannuzzu Scivoletto, Giovanni Romilla, che in un dialetto stretto, aiutati dalle domande dell’avvocato e attore Giovanni Favaccio che li ha aiutati nel dialogo miscelando il  dialetto modicano alla lingua italiana, hanno raccontato di quando partivano coi muli o cu du soddi ri scecca e che, già arrivando a Ragusa, gli animali erano stanchi e li dovevano tirare fino ad arrivare alla  prima tappa a Gela e poi si avviavano nelle città vicine, Caltanisseta, Enna, fino anche a Palermo, accompagnati dalle loro donne che partorivano delle volte anche sotto i carretti e portavano appresso  bambini di pochi mesi o anni.

Andavano quasi ogni anno negli stessi posti, perché comunque i braccianti modicani erano benvoluti dai proprietari dei terreni che si facevano costruire da loro stessi i mura a siccu  e anche i bagni per le donne, cosicché potessero tornare contenti ogni anno per la raccolta delle spighe.

Il frumento veniva mietuto a mano da squadre di contadini allineati e muniti di falce, che seguivano a ritmo il caporale e nessuno doveva fermarsi per raccogliere una spiga caduta, questo compito spettava alle donne, le spigolatrici.

Essi si consideravano fortunati di poter portare qualche sacco di frumento ricavato dallo spigolare nelle loro case che poi erano dammusi o grotte, disseminate su tutta la parte alta di Modica (oggi sono cultura e attrazione turistica ).

Olio di ariciunu o saimi in cambio di un uovo sodo e pane impastato dalle donne nei campi accompagnato dalla cipolla erano i loro pasti.

Si è ascoltato anche il contributo artistico dell’avvocato Giovanni Favaccio, che ha letto uno scritto sugli spigolatori di Raffaele Poidomani, pubblicato ne Il Mattino di Modica il 9 luglio1961 e reso dallo stesso in versione teatrale, mentre il duo Carmelo Cavallo alla fisarmonica e Saro Spadola, attore, ha presentato  “U cantu re scugghitura”, proposto a suo tempo dal compianto Duccio Belgiorno, dalla figlia Emanuela e da Gino Carbonaro, documentando con la musica e con parole struggenti la realtà dello spigolatore modicano, un canto che lentamente si trasforma in una sorta di preghiera: “O scogghiri ni n’iemu assai luntanu-partiemu tutt’ansiemi di lu cianu-e po, si voli Diu n’arrampicamu-cu lu frumientu ca n’arrichugghiemu…”.

Peppe Casa, ex comandante dei vigili urbani (da quando è  in pensione si dedica pienamente alla ricerca di tradizioni e cultura dialettale e alle sue liriche dialettali) e che a febbraio con la presentazione della sua opera  “Viddani, Mastri e Cavalieri ri Muorica” ha dato il via alla rassegna culturale di IngegniCultura tenutasi presso la Società di Mutuo Soccorso, è stato l’ideatore della serata ed, emozionato lui stesso, ha emozionato i presenti con le sue riflessioni sulla spigolatura e con versi della sua poesia “U scogghir”, che sono stati recitati da Saro Spadola.

Il professor Enzo Ruta, regista, attore e fondatore del Piccolo Teatro di Modica, ha recitato, accompagnato alla fisarmonica da Carmelo Cavallo, l’eccidio del 1921 a Passo Gatta, quando, dopo una manifestazione di un centinaio di braccianti, i fascisti attesero questi lavoratori o cianu u cunsulu (Sant’Antonio),  uccidendoli senza pietà;  fra loro c’era anche Turiddu Ciaramunti, uno dei pochi testimoni rimasto illeso, classe 1896, socialista, che fece anche costruire una lapide in onore dei compagni. Interpretazione, quella di Enzo Ruta, che ha fatto commuovere i presenti facendo rivivere in tutto il suo strazio la lotta per i diritti umani (mai raggiunta forse) dei braccianti e la loro tragica morte mai dimenticata e rimasta senza colpevoli pur sapendo!

Una riflessione socio-politica sul ruolo del Circolo Di Vittorio è stata fatta dal presidente del Circolo Enzo Roccasalva (che ha anche raccontato ai presenti di essere stato prete) e dal già deputato Peppino Giannone che si è soffermato in particolare sul problema dell’unità degli operai e dei braccianti agricoli, che in quel periodo erano la punta avanzata in tutta la provincia della riforma agraria, per il lavoro, per la rinascita e la pace.

Non è mancata la presenza di Simona Incatasciato, specialista in economia del recupero e della valorizzazione dei beni culturali.

Unico neo della serata, un disabile su una sedia a rotelle ai piedi della scala dell’entrata al Circolo, che voleva assistere all’evento e non ha potuto, perché svoltosi al primo piano dell’antico stabile, con scale ripide e naturalmente mancante di strutture per disabili, comprensibile forse,  ma che lede un diritto.  Stranamente (o forse no?), nessuno, ascoltando le sue giuste lamentele, si è prestato magari a prenderlo in braccio e portalo su per poter così partecipare ai ricordi antichi degli spigolatori modicani e alle loro lotte per i diritti umanitari. E si parlava di diritti…!

Sofia Ruta




BENVENUTA, MARTA!

Il 28 agosto è nata Marta, figlia della nostra collaboratrice Mariacarmela Torchi.

Nel dare il benvenuto in questo nostro mondo alla piccola, tutti noi ci uniamo alla gioia dell’amica e collega e della sua famiglia.

La Redazione




TUTTI AL MARE E IL TURISTA STA A GUARDARE

Anche se l’assetto meteorologico ce lo fa sentire remoto, il ferragosto è stato appena quindici giorni fa. Abbiamo infatti ancora ben presenti alla memoria i gruppi di turisti erranti per il centro storico di Modica smarriti di fronte al tutto chiuso che gli si prospettava agli occhi. Li abbiamo visti vagare a gruppi, col naso all’insù rivolto ai cagnoli sotto i balconi, unica fruizione possibile. Li abbiamo visti disorientati di fronte alle saracinesche abbassate, di fronte alle porte delle chiese chiuse, di fronte all’Ufficio Turistico, a porte serrate.

Inutile sottolineare che, fermi davanti alla mappa della città, l’espressione dei loro volti era delusa, inutile aggiungere che chiedevano ai residenti cosa poter visitare per riempire le ore in attesa del pasto di mezzogiorno ormai prenotato presso le uniche strutture, insieme a qualche bar, aperte e predisposte all’accoglienza.

Inutile sottolineare l’imbarazzo dei residenti che hanno dovuto sostenere spiegazioni del perché del deserto; ciascuno ha snocciolato banali motivi legati al costume, alla religiosità popolare, dato che il quindici di agosto si festeggia la Madonna assunta in cielo. Motivazioni addotte con enorme stato di soggezione sapendo benissimo, dentro di noi, di mentire, ma la ragione vera, cioè l’arretratezza culturale e l’incapacità organizzativa, è indicibile al turista, non la capirebbe, ne rimarrebbe sconcertato.

Inutile dire che la porta dell’ufficio turistico chiuso non è solo una bocca serrata, ma anche un atteggiamento di noncuranza e d’inospitalità abbastanza offensivo. Altrettanto vale per le cattedrali e per il Museo Civico, per i palazzi storici come quello della Fondazione Grimaldi ecc. ecc.

Certo, l’orografia della città è suggestiva, la tortuosità delle viuzze è tale da affascinare, l’assenza di simmetria ad ogni livello costituisce motivo di ammirazione ed offre una suggestione affascinante, ma le porte chiuse e gli accessi interdetti suonano come un rifiuto.

Si dirà che il visitatore in qualche modo comprende perché la giornata è consacrata alla festa, ma a tutto c’è un limite, il tutto sbarrato dice solamente: me ne frego del turismo e del turista! Lo sa bene il settore della ristorazione che il perso è perso, infatti rimane aperta e pronta ai grandi numeri.

Rimanendo chiusa, il messaggio che la città dà è eloquente: accogliamo la vostra pancia perché ci interessano i vostri soldi, della vostra anima non ci importa niente, noi siamo convinti che con la nostra cultura non potremo imbottirci il panino, quindi ce ne andiamo al mare. I pochi italiani che circolavano l’atteggiamento lo capiscono, i numerosi stranieri no.

Si dirà che non è una novità, che è sempre stato così, che il ferragosto come il primo maggio sancisce il riposo per tutti i lavoratori. Inevitabile osservare che è tempo di ferie da potere trascorrere al mare per combattere la calura, che il godimento del mare per i residenti è tutto ciò che rimane, pertanto irrinunciabile, dato che la crisi economica limita le possibilità di viaggiare, cioè di godere delle ferie sotto altra forma ricreativa. Insomma le ragioni sono tante e certamente individualmente valide. Individualmente appunto, perché socialmente di questo atteggiamento non se ne può più, non è più tollerabile vedere assurgere a generalità i diritti della parzialità ignorando le dinamiche sociali. Questo atteggiamento ci rende  inadeguati agli occhi dei visitatori stranieri e ci  pone ai margini delle attività su cui a parole impostiamo la sopravvivenza della comunità.

Questa incoerenza tra il dire e il fare ci costa troppo cara, ci fa perdere risorse e tempo prezioso verso quel processo che dovrebbe portarci fuori dalla crisi economica che ci sta strangolando. Cosa dobbiamo aspettare per cogliere l’occasione? Chi deve darsi da fare se non noi stessi?

Certo una mente organizzatrice, un motore è necessario altrimenti un processo non si attiva. Nel caso in questione l’iniziativa poteva partire dall’Amministrazione comunale, ma anche da parte di soggetti privati, penso alle cooperative che operano in campo turistico, che di concerto col Sindaco avrebbero potuto lanciare l’idea di un’organizzazione di apertura delle chiese principali e del museo visitabili con l’assistenza di una guida, il tutto indirizzato dall’ufficio turistico comunale. Ricorrendo a un ticket per le visite in modo da contribuire al reperimento di risorse, il resto del contributo avrebbe potuto metterlo il Comune, il tutto sarebbe costato meno di una qualsiasi sagra.

Nessuno ci ha pensato, o forse tutti si sono arresi di fronte alle note resistenze dell’Ente comunale nella gestione del personale (indispensabile per Ufficio Turistico e Museo Civico).

L’atteggiamento dell’Ente nell’organizzazione dei lavoratori, tutto centrato sui diritti, è dannoso perché poggiato sulla cultura degli anni settanta, ma il tempo scorre, le sensibilità mutano, le esigenze di sviluppo della città anche e l’immobilità è segno di resa in tutti i sensi. Tra l’altro quest’atteggiamento è assolutamente settario: cosa dovrebbero dire I vigili del fuoco, gli infermieri, i medici, le forze dell’ordine e tutte le altre categorie di lavoratori che vengono utilizzati nell’ottica del servizio? Ma il turismo, se non è servizio, cos’è? E’ manna dal cielo?

Certo l’ente comunale ha le ristrettezze economiche che sappiamo e il bilancio non consente di pagare straordinari, verissimo, ma anche questo è un alibi, anzi un blocco mentale, nulla infatti vieta l’utilizzo del personale secondo turni e ricompense orarie comparabili all’impegno festivo, si veda il lavoro del Ministro Beni Culturali, non occorre inventare l’acqua calda, basta copiare.

L’insediamento recente dell’Amministrazione è solo un’attenuante, ci auguriamo che il prossimo appuntamento ferragostano venga pensato, programmato e concertato a partire da domani, in modo da avere tutto il tempo di fare le cose che si possono fare con le sole risorse mentali e con la passione civica e politica che la città necessita e domanda.

 Carmela Giannì




UN’ISOLA PEDONALE SÌ, MA CON INTELLIGENZA

Il Comitato per i Diritti del Cittadino lamenta l’assenza, a Modica, di un’isola pedonale. Non esiste città, specie se città d’arte, che non abbia una zona vietata al traffico veicolare in modo da consentire a cittadini e turisti di godersi a piedi i monumenti, di incontrarsi, passeggiare, insomma di vivere liberamente quella parte della città.

Questo problema invero non è la prima volta che viene affrontato, anzi sono decenni che le varie amministrazioni lo dibattono, decidono, delimitano uno spazio, che s’identifica regolarmente col Corso Umberto, definito il “salotto buono” di Modica, poi sono costrette a riportare la situazione all’origine, cioè a consentire il traffico automobilistico lungo quest’arteria. Ogni volta si cerca di attribuire la colpa di aver fatto fallire il progetto ai commercianti, a una o all’altra forza politica, a misteriosi interessi di qualcuno ancor più misterioso. La realtà invece è molto semplice: il Corso Umberto è l’unica arteria che consenta di attraversare la città in tempi relativamente brevi e, se questo attraversamento riguardasse solo il modicano che va a passeggio in macchina o finanche a sbrigare i suoi affari da un capo all’altro della città, la cosa potrebbe apparire di secondaria importanza, ma quando si deve considerare che un’autoambulanza costretta a percorrere un dedalo di stradine strette e disagevoli potrebbe non arrivare in tempo per salvare un malato, allora il discorso cambia. E non è nemmeno un’ipotesi puramente accademica quella che stiamo facendo: è successo appena un paio d’anni fa. Non ricordiamo se il paziente poi si sia ugualmente salvato o meno, ma in quell’occasione raggiungere l’ammalato fu problematico e, ripetiamo, richiese tempi molto lunghi.

A questo punto, riteniamo che, per raggiungere un risultato che consenta la creazione di un’isola pedonale senza danneggiare la funzionalità della città e non mettere a rischio i suoi abitanti, non ci siano che due soluzioni. La prima, che è stata più volte studiata e proposta anche in passato, sarebbe quella di creare una strada alternativa al Corso Umberto, un percorso veloce parallelo al centro, che permetta alle auto di raggiungere velocemente i vari punti della città. Crediamo che alla creazione di questa strada si debba arrivare comunque prima o poi, perché una strada a scorrimento veloce è indispensabile in qualsiasi città delle dimensioni della nostra e il Corso Umberto di sicuro a scorrimento veloce non è. Si tratta, ovviamente, di una soluzione che richiede tempo e danaro, pertanto potrebbe essere praticabile in futuro e in un futuro nemmeno si sa quanto prossimo. Nel frattempo (ma perché solo nel frattempo?) si potrebbe adottare un’altra soluzione che, a nostro modo di vedere, dal punto di vista storico-artistico presenterebbe anche un fascino maggiore. Il Corso Umberto, proprio perché considerato da sempre il centro cittadino, è stato aggredito dai cambiamenti, un tempo consentiti, poi consentiti solo in parte, infine vietati, ma in Italia, si sa, i divieti sono solo suggerimenti. Sono scomparsi i ponti sul fiume che ne facevano la “Venezia del Sud”, sono sorti palazzi orrendi che ne deturpano la fisionomia mettendo in dubbio la bellezza della nostra città, bellezza che invece è rimasta intatta in numerose stradine e piazzette che al Corso Umberto fanno da cornice. Perché dunque non scegliere fra queste una o anche più zone in cui interdire il traffico veicolare trasformandole in “salottini buoni” del centro storico? I turisti, ma anche tanti modicani, scoprirebbero proprio quei punti di maggior fascino che oggi da tanti sono ancora ignorati. Ci sono quartieri interdetti al traffico per la loro stessa natura. Perché non valorizzarli? Perché non trasferire lì la passeggiata serale dei modicani? Chi viene a Modica da un’altra città e decide di scoprirla davvero, è proprio da questi quartieri che resta affascinato e soggiogato, non certo dal più banale Corso Umberto. Perché non devono farlo anche i modicani?




FISCO E PREVIDENZA: CHIARIMENTI PER IL CITTADINO (a cura di Giovanni Bucchieri)

Il Modello 730 sarà possibile compilarlo anche per i senza “sostituto d’imposta”. E’ questa una delle importanti novità emanate in questi giorni dal Decreto del Fare. Finalmente la nuova normativa prevede che i titolari di lavoro dipendente o assimilato che risultano privi di un sostituto d’imposta, effettuata la liquidazione in busta paga, possono compilare il modello 730. Prima erano costretti a compilare il modello Unico. In questo gruppo rientra una vasta platea di dipendenti, le colf, le badanti, i collaboratori a progetto, chi riceve l’indennità di disoccupazione e gli assegni periodici, che si trova nelle condizioni di non potersi avvalere di un sostituto d’imposta per il completamento delle necessarie operazioni di conguaglio. La normativa prevede che dal 2013, in caso di dichiarazione a credito, dal 2 settembre  al 30 settembre, i contribuenti possono presentare la dichiarazione Modello 730 per l’anno 2012.  A partire dal 2014, in caso di dichiarazione a debito, il soggetto che presta l’assistenza fiscale trasmette telematicamente la delega di versamento utilizzando i servizi telematici resi disponibili dall’Agenzia delle Entrate ovvero, entro il decimo giorno antecedente la scadenza del termine di pagamento, consegna la delega di versamento compilata al contribuente che effettua il pagamento con le modalità indicate  nell’articolo 19 del decreto legislativo  9/7/1997 n. 241. I contribuenti a credito, previsti da questa nuova disposizione, otterranno i rimborsi in tempi brevi direttamente sul conto corrente bancario o postale previa comunicazione dell’iban all’Agenzia delle Entrate. E’ previsto anche che, in mancanza dell’iban, l’Agenzia delle Entrate provvederà al rimborso con le consuete modalità previste dal D.M. 29/12/2000 (comunicazione con invito a riscuotere le somme presso un ufficio postale in contanti o con accredito sul proprio conto corrente).