giovedì, 21 novembre 2019
l'editoriale di Luisa Montù

C’ERA UNA VOLTA…

Print pagePDF pageEmail page

C’era una volta il sessantottino. Era giovane e voleva cambiare il mondo. In meglio. Voleva eliminare le ingiustizie, il razzismo, le sperequazioni sociali. Voleva difendere la libertà di pensiero e di parola. Voleva la dignità delle donne e del lavoro, la giustizia uguale per tutti, l’istruzione accessibile a tutti. Aveva vent’anni ed era un sognatore, ma per quei sogni era pronto a dare la vita.

Per tutti gli anni Settanta continuò a lottare perché nelle sue idee ci credeva davvero, poi però arrivò ai trent’anni e li superò e si accorse che dei destini del mondo non gli importava così tanto come del proprio benessere. Diventò parlamentare, senatore, capo di commissione parlamentare, direttore generale di banca. Ebbe la possibilità di diventare ricco e la prese al volo. Importante e ricco, si accorse di sentirsi molto bene e, se il mondo era andato avanti così com’era per migliaia d’anni, poteva pure continuare ancora per un altro po’.

A parole insisteva a proclamare quei principi nei quali aveva creduto e grazie ai quali la gente gli aveva conferito il potere che adesso si trovava ad avere, ma i suoi comportamenti non si uniformavano alle parole e i cittadini non riuscivano a capire cosa fosse successo. Semplicemente, il sessantottino era diventato un uomo adulto e aveva perso i sogni, era scivolato nella realtà, dove aveva trovato una nicchia comoda e calda dalla quale non intendeva uscire mai più.

I sogni erano rimasti fra la gente, che sempre più scopriva come quei sogni altro non fossero che le illusioni, le favole che nei bambini si confondono con la realtà, ma che la realtà degli adulti frantuma appena le afferra.

Prendendo spunto da Platone, pensiamo che se l’uomo è in grado di immaginare qualcosa, quella cosa deve esistere davvero in qualche modo, in qualche forma. Il filosofo greco infatti, a proposito dell’immutabilità, quindi dell’immortalità, dell’anima, sosteneva che questa, essendo capace di pensare cose immutabili ed eterne, deve necessariamente essere essa stessa immutabile ed eterna. Perché dunque riusciamo a immaginare tanto facilmente un mondo di equità e giustizia se questo mondo non potrà esistere mai? Che Platone sia stato un inguaribile ottimista?

Condividi!