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STAGIONE TEATRALE COMUNALE OVVERO SIGNORI, SI CAMBIA!

Si cambiano innanzitutto le regole, niente diritto di prelazione, come a dire: adesso che la gestione del Comune è cambiata s’intende ripartire da zero. E’ una netta mancanza di rispetto verso tutti coloro che in questi anni hanno contribuito agli introiti del teatro aiutando la Fondazione a crescere e a rendersi autonoma dall’Amministrazione politica.

Questo era il fine della Fondazione Teatro Garibaldi, era la strutturazione di un organismo autonomo, indipendente dall’Amministrazione politica, anche dal punto di vista economico. Autonoma e indipendente per poter pensare liberamente, progettare e programmare una piattaforma culturale da dare alla città, ma anche da fare generare dalla città, dalle associazioni locali esistenti, potenziandole e supportandole di metodo. Coinvolgimento delle scuole stimolandole a fare partecipare gli alunni, fornendo loro metodo, assistenza tecnica utile a generare entusiasmo e proposte. Solo così il teatro poteva trasformarsi da luogo di diletto a “tempio di cultura” dove tutti possano sentirsi di casa, dove ciascuno è accolto, supportato, incoraggiato a frequentare.

Il teatro dovrebbe essere percepito come la parrocchia, luogo di riferimento per tutti quelli che, tramite la cultura, intendono esprimersi e comunicare col territorio. Se gli alunni delle scuole vi si esibiscono, anche le famiglie dei ragazzi vi si avvicinano, vi familiarizzano, se lo sentono proprio. Certo quest’attività è faticosa per chi sovraintende al teatro, richiede tempo, pazienza, tenacia, perché si tratta di creare una relazione umana basata sulla fiducia e sulla passione. Si tratta di un’operazione che molto somiglia alla semina, bisogna preparare il terreno, concimarlo, ripassarlo, si tratta di seminare, diserbare e poi attendere il raccolto prestando cura e attenzione costante. Se chi sovrintende ha altro da fare perché ha anche l’incarico di consulente culturale dell’Amministrazione, allora bisogna semplificarsi il compito, bisogna allestire un cartellone inserendo nomi di richiamo e pubblicizzare l’elenco.

Si è scelta questa via perché è la più facile, basta effettuare delle telefonate alle agenzie di spettacolo, pattuire il prezzo di ciascuno e poi ipotizzare una copertura economica, eventualmente con copertura di voci del bilancio comunale.

Si è deciso di bandire la musica dal cartellone del teatro, bandire, o meglio bandizzare, perché è più facile e più visibile portarla sulle strade la musica, facendo suonare la banda in tutte le ricorrenze religiose e civili. Per la banda infatti sono stati stanziati un bel po’ di milioni (90 per tre anni) in modo da assicurare una programmazione stabile. La fanfara è assicurata e l’Amministrazione può pensare ad altro. Così, via dalla stagione la musica di livello, via una programmazione che richiamava pubblico dal circondario extra territoriale, che dava tono alla città di Modica.

Il tono della città non interessa,  interessa il popolare, come se il jazz non fosse nato nei sobborghi e fosse invece musica per raffinati borghesi, certo è prodotto artistico virtuoso di cui sono capaci solamente musicisti con grande preparazione tecnica, ma bisognava cambiare!

Si è cambiato tornando all’indietro, a quando la Fondazione non c’era e l’attività del teatro consisteva nella redazione di un cartellone da parte di un funzionario e tutto finiva lì.

Adesso il cartellone è approntato e nella proposta offerta al pubblico c’è uno spettacolo a dicembre, l’11, ne seguono tre a gennaio, tre a febbraio, tre in marzo e tre ad aprile. In tutto sono 13 gli appuntamenti previsti dal cartellone.

Non c’è un tema conduttore offerto allo spettatore per fornire un’occasione di approfondimento e di riflessione. E’ piuttosto una specie d’insalata mista, una sorta di piatto unico approntato con quanto disponibile a casa, una pietanza per allentare i morsi della fame.

Si fa così quando non si ha tempo di programmare la spesa e delineare un menù, ci si adatta per riempire lo stomaco. Per carità, ci si può sfamare anche così se si è in stato di necessità, avveniva così prima che venisse costituita la Fondazione del teatro e tutti notavamo e soffrivamo un certo spontaneismo d’intrattenimento piuttosto che il metodo che sempre dovrebbe supportare ed ispirare l’organizzazione di una stagione che, oltre che teatrale, fosse un programma culturale complessivo.

Con l’entrata in campo della fondazione il metodo era emerso e con esso il salto di qualità della proposta. C’eravamo viziati, avevamo assaporato il piacere di un menù studiato nella composizione per nutrire senza appesantire, per deliziare il palato e assecondare l’equilibrio nutrizionistico.

Nell’insalata mista approntata per la stagione 2013/14 c’è la prosa declinata sul comico e sul drammatico, c’è anche una spruzzatina di musica con il tango e con lo spettacolo di Elio, c’è un pizzico di balletto, ci sono i nomi di richiamo, quelli meno noti e quelli non professionisti, tutti allineati e posti sullo stesso piano. Uno degli spettacoli è addirittura prodotto dalla società che ha come legale rappresentante la sovrintendente della Fondazione, cioè la sovrintendente sceglie se stessa e si compra.

Alcuni nomi sono una ripetizione rispetto alle passate stagioni, anche alcuni spettacoli sono già stati presenti in loco, mi riferisco a “Sugo finto”, “Il bell’Antonio”, “L’avaro”. Si dirà che sono dei classici sempre graditi, forse, ma per alcuni i classici sono un’altra cosa e l’incentivo a fare l’abbonamento proprio si spegne. Se poi aggiungiamo il fatto che i prezzi rispetto alle precedenti stagioni sono aumentati la voglia di abbonarsi decresce ancora.

 Carmela Giannì