giovedì, 12 dicembre 2019
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LE MEDICINE DELLA NONNA FRA NOSTALGIA E DUBBI DI EFFICACIA

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Nei ricordi di un bambino, ormai ottantenne, spesso affiorano dei ricordi di rimedi alle piccole affezioni patologiche, vissute in un tempo molto diverso da quello attuale. Quasi tutte le malattie infantili si curavano col calore del letto e con una dieta, ai limiti della sopravvivenza: na lattuchedda, ugghiateddha ugghiateddha e stamu o virri (una lattuga bollita con un po’ di olio in più e stiamo a vedere). S’intuiva la saggezza di chi non aveva armi diagnostiche capaci di individuare il male e metteva un organismo nelle condizioni di liberarsi di ciò che era stato incautamente mangiato, più per un dovere di sopravvivenza che per piacere e, talvolta, in eccesso, per un’occasione imprevista. Certamente le affezioni gravi si evidenziavano in altro modo, anche indiscutibile.

I medici di allora parlavano il siciliano e vivevano la vita di quartiere. Conoscevano i costumi alimentari e la cucina povera della nonna, una cucina sana e appetitosa, ma con ingredienti di cui non si doveva o poteva fare abuso, anche per la ridotta quantità disponibile. C’era tutto ciò che poteva accontentare un bambino, dai cos’aruci ‘e cos’i mangiari, cioè da ciò che era dolce, purchè dolce, a ciò che si poteva mangiare, se aveva una certa sostanza ed era accettabile nel sapore. È nata così la dieta mediterranea, nella ricerca di ciò che poteva sfamare e nello stesso tempo tamponare le difficoltà di sopravvivenza.

Purtroppo non tutti i bambini avevano le stesse capacità di accettazione e di assimilazione degli alimenti e la sottonutrizione portava a casi morbosi ricorrenti. La medicina popolare era, spesso, più seguita, sia perché era quasi a costo zero, sia perché il più delle volte funzionava.

Oggi nel mio periodo di terza età, vivo la vita del nonno e mi confronto con i nonni del mio periodo, ricordandoli. Non ho avuto la fortuna di conoscere i miei nonni, ma ho trascorso i miei anni di infanzia con le mie nonne e ne ricordo i metodi  di cura dei piccoli problemi sanitari.

La tosse veniva curata con uno sciroppo vegetale: u sciropp’ u trunzu, uno sciroppo ottenuto con fettine sottili di cavolo rapa impilate sopra un bicchiere, sorrette da due assicelle realizzate da due culmi di grano (usa) e intercalate da un cucchiaino di zucchero.

Il tessuto del cavolo, sotto l’azione dello zucchero, trasudava un liquido, che gocciolava nel bicchiere ed era pronto per la sera, quando si era già a letto, o quando la tosse diventava stizzosa. Era uno sciroppo estemporaneo che si rinnovava, spesso in successione continua, per mantenerne la presenza. In casi più ostinati si ricorreva alla bevanda calda di acqua e miele di timo.

Le otiti causate da colpi d’aria, frequenti per il riscaldamento con bracieri e scaldini, che davano un calore vicino e diretto, molto sensibilizzante con le temperature esterne, per cui si soffriva di mal d’orecchio, si curavano con  i cannileddhi realizzati con striscioline di stoffa di cotone, ricavata da lenzuola dismesse, imbevute di cera calda e avvolte in un culmo di pianta di liama cioè di ampelodesma tenax, le cui foglie tenaci venivano usate come legacci per i covoni di frumento. I culmi di liama offrivano tutte le sezioni per adattarle al buchetto dell’orecchio e se ne facevano dei tubicini lunghi circa venti centimetri. Queste candeline, si accendevano da un estremo, mentre l’altro estremo veniva introdotto nell’orificio dell’orecchio. La fiammella creava una depressione e si aspirava un po’ di cerume, ammorbidito, preventivamente con olio di oliva. Bastavano due o tre candeline, per risolvere il piccolo problema. Era una cura spettacolare che affascinava i bambini di allora, anche da spettatori.

I raffreddori ostinati, con emissione di muco denso, venivano curati con gocce di olio caldo introdotto nelle narici del bambino, la sera, a letto, in posizione supina. In quella posizione il naso scaricava in gola, e le gocce di olio caldo, dovevano raggiungere la gola. La mucosa nasale, durante la notte, si decongestionava e l’indomani il naso era più pulito.

Quando ho cominciato a fare pesca subacquea, all’età di quattordici anni, ho scoperto l’effetto dell’acqua di mare ed ho iniziato la cura del raffreddore invernale, con lavaggi con acqua di mare, come un elefante, tirando l’acqua di mare col naso, fino alla tolleranza e scaricandola, per ripetere l’applicazione fino a nettatura, o a letto, con gocciolamento di acqua di mare e finitura con le vecchie gocce di olio caldo.

Le affezioni polmonari avevano un sistema curativo ancora in uso: i pruffuma cioè le fumigazioni con vapori medicati da erbe balsamiche, come il timo e l’eucalipto.

I dolori di nota e ignota causa si curavano con cataplasmi si semi di lino, catabbrasimi ri linusa. Il termine catabbrasima (catà brasmos nella lingua greca arcaica, significava “che bolle sopra”), era rimasto in uso nella nostra lingua modicana. Ho rifiutato di utilizzare il temine “dialetto”, perché una fonia espressiva ricca di più di trentamila voci non può chiamarsi più “dialetto”.

Con i semi di lino pestati in un mortaio, si confezionava un impacco caldo chiuso in un  fagottino, realizzato con frammenti di stoffa di vecchie lenzuola, che si sovrapponeva alla parte dolente, con le dovute precauzioni di accettazione, fino alla diminuzione della temperatura, sostituendolo con un altro, che veniva accettato sempre più caldo, fino a quando se ne riteneva efficace l’applicazione, ma non meno di mezz’ora. L’apporto termico localizzato determinava lo stesso effetto degli attuali cerotti o impiastri riscaldanti.

I semi di lino erano stati riconosciuti idonei dai nostri antenati, qualche migliaio di anni fa, non solo per la loro coibenza termica, ma anche per alcune proprietà curative legate ai contenuti di olio siccativo, l’olio di lino, un emolliente, usato anche in pittura. Oggi purtroppo, il sistema funziona ancora, ma, non essendo dinamico, come i cerotti irritanti, è stato anche dimenticato.

Le ferite superficiali e le abrasioni, che facilmente s’infettavano, venivano subito guarite con le famose erbe vulnerarie, da usare in crudo o cotte. Molto in uso e di sicuro effetto era il marrobio, un’erba comune nei luoghi umidi, le cui foglie venivano bollite e si ponevano ad impacco, sopra la ferita infetta, la sera. L’indomani la ferita si presentava pulita e il tessuto roseo. Si procedeva al lavaggio col brodino e si fasciava con qualche fogliolina di copertura. La successiva ispezione serale poteva consigliare un’altra applicazione di verdurine, che chiudeva il ciclo.

I foruncoli, che dovevano spurgare il contenuto infetto, venivano anticipati nella maturazione con un impacco crudo di pasta di foglie di rassuddha, il giusquiamo nero che qui cresce in tutto il territorio, dalle scogliere agli incolti collinari: è una pianta velenosa, ma sulla pelle dà dei messaggi significativi agli agenti infettivi, e ne determinano uno spurgo e una nettatura della piccola o grande saccatura purulenta.

Le scottature o le ferite si coprivano con una pezzuola intrisa di olio di iperico e se ne anticipava la cicatrizzazione.

Il verme tenia aveva un originale e strano sistema di eliminazione, da me collaudato all’età di sette anni. Gli ingredienti erano: semi di zucca crudi, con tutta la buccia e melograno, succo, semi e parenchima connettivo giallo, molto amaro. Durata della cura: tre giorni. Per tre giorni, l’unico alimento erano queste due sostanze, da mangiare a volontà. Il ragionamento giustificativo era: la parte amara del melograno serviva a intontire o a consigliare uno spostamento al verme, le bucce dei semi di zucca e i semi di melograno, impastati col succo del melograno, costituivano un tappo abrasivo sull’intestino, tale da distaccare la testa del verme e da ancorarlo e spostarlo fino all’uscita. Un ragionamento logico, per qualcuno incredibile e fantasioso, ma io, con molta sofferenza alimentare, l’ho collaudato con successo.

Lo spavento, per qualche evento di una certa gravità si curava con u vinu stutatu, cioè con un bicchiere di “vino per adulti”, della gradazione di 15/16 gradi in cui veniva spento un frammento di carbone acceso. In questo caso era la narcosi etilica a vincere lo stato di eccitazione.

Le verruche (purretta), che una volta erano molto più frequenti di ora, si curavano con un atto di stregoneria. Un incaricato prendeva dei nodi di culmi di frumento, li legava a due a due con un filo di cotone in numero di una coppia per ogni verruca e, dopo averli accuratamente strofinati nella rispettiva verruca, li doveva abbandonare in un ignoto pozzo o cisterna, mai intercettata dal  paziente. La terapia funzionava, anche perché, essendo affezioni benigne, da virus, venivano eliminate per attività auto immunitarie. La mia esperienza in merito alla cura delle verruche è unica. Ne ho avute due, uno sul mignolo e una sul palmo della mano destra. Quella sul mignolo è stata divelto da un utensile con cui lavoravo. La seconda, sul palmo della mano, si è goduta tutta la gamma dei rimedi: il brucia-porri, l’acido acetico glaciale, il nitrato d’argento, la cauterizzazione solare con lente d’ingrandimento  e alla fine, con successo, “l’impiccagione” , cioè un cappio di seta fissato alla base, in una scanalatura fatta con le forbicine. La stretta rinnovata ad intervallo di tre giorni, finalmente l’ha eliminata.

Ho voluto raccontare questi ricordi per ritornare bambino e vivere la vita dei nonni.

Abel

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