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LE RICETTE DELLA STREGA (a cura di Adele Susino)

IMG_20131025_114430Turbante ai semi di papavero

Ingredienti:

250 gr di farina di semola di grano duro rimacinata; 250 gr di farina tipo 0 con lievito naturale; 300 gr d’acqua; un cucchiaio di miele (circa 60 gr); una bustina di lievito di birra secco; 10 gr di sale; q.b. di olio di sesamo e di semi di papavero

Preparazione:

Nella planetaria o nel bimby versare le farine e il sale, poi aggiungere il miele, il lievito e, poco alla volta, l’acqua. Ottenuto un impasto liscio e morbido, versarlo sulla spianatoia, lavorarlo ancora con le mani, formare una palla e lasciarla riposare coperta da un contenitore per 15 minuti. Stendere l’impasto in un rettangolo spesso, spennellare con olio di sesamo, spolverizzare tutta la superficie con i semi di papavero e tagliare, con la rotella, 6 strisce, arrotolarle una ad una e poi tutte insieme, come un torchon, chiuderle a turbante e far lievitare fino al raddoppio. Preriscaldare il forno a 200° e infornare per 20/ 25 minuti.




FISCO E PREVIDENZA: CHIARIMENTI PER IL CITTADINO (a cura di Giovanni Bucchieri)

In questi giorni si continuano a leggere sui quotidiani ed ascoltare in  televisione le affermazioni del Presidente del Consiglio che dichiara   che “i nostri conti sono in ordine e nel  2014 dobbiamo andare all’attacco della ripresa”. Segue l’altra affermazione del ministro Saccomanni che rassicura tutti gli italiani asserendo che “l’Italia sta uscendo dalla crisi”.  Ci si augura, per il bene della nazione, che le cose cambino davvero, ma molti sono ancora i segnali negativi. Uno studio approfondito del sistema fiscale italiano del giornale Usa, il Wall Street Journal, di questi giorni afferma che “in Italia la ripresa è soffocata dalle tasse ed è bloccata da un carico fiscale ai danni delle imprese che assomiglia più ad una oppressione vera e propria. Con un’economia che stenta a ripartire ed una disoccupazione a livelli  record, il peso delle tasse in Italia  potrebbe distruggere le prospettive di ripresa.” Il giornale Usa sottolinea  ancora che proprio  l’enorme peso delle tasse su aziende e lavoratori è una delle principali cause per la scarsa crescita  dell’Italia negli ultimi dieci anni, addirittura la più bassa tra i trentaquattro Paesi dell’area Ocse.

Secondo le recenti analisi sulle dichiarazioni dei redditi 2012 (imponibile 2011) del ministero dell’Economia, l’Irpef ha tolto dalle tasche dei contribuenti 152,2 miliardi e metà irpef arriva dal dieci per cento dei contribuenti. Infatti a pagare di più sono coloro che dichiarano redditi da duemila euro netti al mese. Questi risultano aver versato il 51,7 per cento del totale irpef, pari a 78,7 miliardi. Gli italiani quindi sempre più stritolati dalle tasse.  Per non parlare del pasticcio di date e percentuali degli acconti d’imposta del novembre/dicembre 2013, un vero salasso. Da un’approfondita analisi di questi giorni da parte di esperti economisti si evince che “la politica  fiscale del nostro Paese risponde sempre a esigenze di gettito e dimentica i principi  di stabilità  e certezza che dovrebbe  sempre  ispirare il legislatore. Il rispetto di questi principi eviterebbe al contribuente di subire in modo improvviso e molte volte del tutto sproporzionato la richiesta di sacrifici finanziari che impongono allo stesso una immediata  revisione dei propri programmi di un corretto sviluppo della propria attività economica.” Purtroppo questo modo di fare offre non solo ai contribuenti italiani ma anche agli investitori esteri una sensazione d’incertezza e di continua emergenza che non favorisce certamente gli investimenti e che penalizza quelle imprese che vogliono continuare ad operare  in Italia.  Ed ecco che le imprese protestano. I presidenti delle maggiori confederazioni datoriali italiane  affermano, anche con riferimento  agli acconti di imposta di questi giorni: “Così lo Stato mette in atto dei veri e propri  prelievi forzosi, forse espropri incostituzionali. Il Governo con gli incrementi degli acconti tributari a carico delle imprese, asse portante dell’economia, innalzati ampiamente sopra quota 100%, ha davvero oltrepassato il confine della decenza.”

In queste condizioni è proprio difficile lavorare.




INGEGNICULTURAMODICA RACCONTA “U’ CUNSULU”, IL QUARTIERE STORICO DEGLI ARTIGIANI DI MODICA

Presso il Circolo G. Di Vittorio a Modica Alta, associazione che sin dal 1958 è stata punto di riferimento socio-politico e crocevia privilegiato dei braccianti, dei lavoratori agricoli e degli artigiani tutti di Modica, si è tenuto il 22 novembre l’ultimo di una lunga serie di incontri ideati da IngegniCulturaModica, ente gestore del Museo della Medicina “Tommaso Campailla”, operante a Modica sin dal riconoscimento Unesco e alla sua terza edizione consecutiva, dedicato a “U Cunsulu, il quartiere storico degli artigiani di Modica”.

Socio fondatore e presidente dell’associazione, il professore ed ex-preside Mario Incatasciato, che,  contento per l’esito della rassegna, ha aperto la serata ricordando ai presenti che l’intero percorso ha raccontato la storia di un territorio e di un popolo attraverso le sue testimonianze materiali e immateriali;  si è detto dunque soddisfatto della riuscita della proposta culturale dell’associazione per l’anno 2013, che ha portato partecipanti e visitatori nei luoghi e siti che documentano lo svolgimento storico del nostro paese con relative frazioni e ha ricordato, ringraziandoli, i professionisti, presenti e non, che gratuitamente hanno impreziosito e valorizzato con la loro competenza e professionalità l’intera manifestazione: Peppe Casa, presente alla serata, che a febbraio, presso la Società di Mutuo Soccorso, ha dato il via alla rassegna proprio con la presentazione della sua raccolta poetica dialettale “Viddani, Mastri e Cavalieri ri Muorica”, mentre il 24 maggio ha curato la  presentazione della rassegna con “I taverni, i putie ro vino e i suttusulara” ed è stato inoltre anche l’ideatore della serata tenutasi il 23 agosto, sempre presso il Circolo G. Di Vittorio, dedicata alla Modica laboriosa, “L’uttimi scugghitura”, raccogliendo testimonianze sulla spigolatura. Ex comandante dei vigili urbani di Modica (ormai in pensione), è  riuscito a censire i nominativi di circa 1100 artigiani che rappresentavano e rappresentano ancora oggi (da generazioni) la prima zona artigianale di Modica, mai apprezzata abbastanza da tutte le amministrazioni che si sono susseguite nel nostro paese ma invidiata e ammirata invece per la professionalità dei nostri artigiani in tutta la Contea e, di seguito, in tutta Italia. Dai muratori ai maestri carradori, dai bottai ai fabbroferrai, dagli acconciatori di pelle ai nostri calzolai, ai fabbricanti di tegole, e poi ancora, sarti, lantinnari, tutti diventati purtroppo delle rarità in estinzione, botteghe artigianali chiuse o destinate a chiudere per mancanza di incentivi e per il sovraccarico delle tasse. Peppe Casa ha inoltre recitato, nel corso della serata, tre sue poesie dialettali; Enzo Ruta, professore, regista e attore del Piccolo Teatro di Modica che per l’evento “L’uttimi scugghitura” ha recitato accompagnato alla fisarmonica da Carmelo Cavallo, l’eccidio del 1921 a  Passo Gatta; il professor Antonio Di Marco, che il 26 maggio ha curato il tema  “L’alimentazione nella Modica antica, storia del vino”; Enrico Russino, per un percorso olfattivo “I regali antichi della natura negli Iblei” tenutosi il 18 giugno presso l’azienda Russino “Gli aromi”; Paolo Nifosì, storico dell’arte, che il 19 luglio, con “Santa Maria del Gesù tra tardo gotico e tardo barocco”, ha intrattenuto i visitatori presso il Collegio dei Salesiani a Modica Alta; Paolino Uccello, che il 9 agosto ha presentato il suo libro “Piante e parole che guariscono” nel caratteristico sagrato della chiesa del Carmine e, nello stesso evento, Simona Incatasciato (architetto e figlia di Incatasciato), che si occupa della sezione giovani dell’associazione), che ha curato la visita guidata del  Museo della Medicina “T. Campailla”; il geometra Severino Cassone che, insieme a Simona, ha proposto le  “Tecniche costruttive di una volta” il 25 ottobre presso Società Operaia Carlo Papa; Mirella Spillicchi, laureata in letteratura, insegnante ed esperta di beni archeologici, che ha trattato l’argomento “I tesori nascosti della Modica pre-terremoto, la chiesa di Sant’Antonio”; Anna Maria Sammito, funzionaria della Soprintendenza ai Beni Culturali di Ragusa, che il 20 settembre  ha curato la presentazione del libro  di Salvatore Minardo “La città di Modica dall’antichità ai nostri giorni”; Saverio Terranova, ex sindaco di Modica, scrittore e professore di storia e filosofia,  che l’11 ottobre ha curato la “Visita nei quartieri, alla scoperta di Modica”; infine Giancarlo Poidomani, professore associato di storia contemporanea nel Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Catania e relatore della serata, che si è  intrattenuto sul quartiere “Consolo”, il quale, fino al secolo scorso, è stato “insediamento artigianale e campionario d’eccellenza dei mestieri praticati e diffusi nell’antica Modica”.

Ha raccontato (e molti presenti ricordavano) di com’era Corso Vittorio Emanuele quando lui era ancora un bambino: la merceria di don Pippinu Candiano, sempre impeccabile come un gentleman inglese e sempre imperante dietro al suo bancone che lo separava dai clienti, di don Zulu, proprietario di quello che sembrava un supermercato ed era invece un piccolo garage adibito alla vendita degli alimenti. Don Cammenu u falegnami, specializzato in casse da morto e che per collaboratore aveva u muto, che tutti ricordano ancora. U lantinnaru, u ricuttaru, il calzolaio, u corradore, u pannieri, le ricamatrici, u carretteri e tanti altri ancora. Quella via era piena di artigiani, artisti del lavoro manuale, pittori, scultori di pietra, orafi. “Un quartiere vivo dunque e per questo vivibile”.

Il professor Poidomani ha inoltre spiegato che una precisa e attenta descrizione delle arti presenti nella contea di Modica la si è avuta nel XVI secolo grazie ad  un famoso documento  “Statuta, capitula, ordinationes et pandecte totius comitatus Mohac”, emanato dal governatore Bernaldo del Nero in nome del conte Ludovico Enriquez de Caprera, finito di redigere il 6 dicembre 1541 nel Castello di Modica.

Ha sollecitato inoltre a indurre i giovani al ritorno al lavoro artigianale e a investire su di loro, che sono il nostro futuro, come ai tempi del dopoguerra. Già anche a Milano tanti giovani si stanno reinventando i mestieri dei nonni con grande maestria.

Enzo Roccasalva, presidente del Circolo di Vittorio, che, rammaricato, ha ricordato che il circolo aveva ben 800 associati lavoratori mentre adesso sono solo in 46 e, speranzoso in una ripresa alla grande, ha ringraziato i presenti, menzionando anche lui personaggi famosi dei tempi passati.

Il barbiere Olivieri ha raccontato di quando suo nonno già nel 1904 praticava l’arte del barbiere, barattando con generi alimentari (fave, olive, pane, formaggio, a tuma per Pasqua) le sue prestazioni professionali, di seguito il figlio, cioè suo padre, nel 1952 ha continuato il mestiere di barbiere e infine lui, Olivieri, che dal 1970 lavora nella stessa identica bottega con la licenza del padre, la N 17!

Aprile, ebanista, discendente di una famiglia di carradori dal 900, dal trisavolo, al bisnonno, a suo padre e infine lui, che adesso, nella stessa bottega del padre, si è specializzato in ebanisteria, restaura mobili antichi ed ha anche restaurato la chiesa dei Cappuccini a Ragusa. Ha parlato dell’arte del carradore e di quando i suoi avevano ben 10 operai che si adoperavano nella maestria della costruzione di un carro barocco, dal fonditore al pittore.

Non sono mancati Saro Cannizzaro e Guido Cicero, presenti in quasi tutti gli eventi, che, con le loro musiche e canzoni dialettali per l’occasione, hanno allietato la serata.

Sofia Ruta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




LA REPUBBLICA DEL RIDICOLO

Il Comitato Pro Tribunale di Modica ha presentato alla Corte dei Conti un esposto per denunciare lo spreco di denaro pubblico generato dalla chiusura del nostro tribunale. Questa infatti costringe a un esborso non indifferente di denaro pubblico per l’affitto di locali per allocare alcuni uffici giudiziari che nel vecchio tribunale di Ragusa non trovano spazio. Non stiamo qui a riportare le cifre che già sono di dominio pubblico. Quello che ci chiediamo è come tale soppressione si possa conciliare con la prevista abolizione delle province. Sempre che di una reale abolizione si tratti, perché da decenni siamo abituati all’eliminazione di alcuni termini che però sono stati sostituiti da altri diversi ma dal medesimo significato. L’ha urlato recentemente Grillo, ma noi lo ripetiamo da anni su questo giornale e, di sicuro, non noi soltanto. Quindi, ammettendo che l’abolizione delle province si riveli effettiva, che senso ha scegliere come sede di tutti gli uffici giudiziari una sola città del comprensorio, e in specie quella cui la provincia faceva riferimento, anziché sfruttare immobili idonei sotto tutti gli aspetti anche se dislocati in comuni diversi? Non si era parlato di consorzi di Comuni? In un consorzio i consorziati non dovrebbero trovarsi tutti sullo stesso piano? Questa scelta ci convince pertanto che l’abolizione delle province non si vuole abbia luogo, perché non si ha alcun intento di ridurre gli sprechi (che, tradotti, s’identificano in ricche prebende per quei funzionari che fino a oggi ne hanno beneficiato in quanto rappresentanti e impiegati della provincia), ma solo quello di modificare i termini lessicali che questi sprechi consentono e nutrono per buttarci fumo negli occhi. Ma ci casca ancora qualcuno?

Nel caso specifico del tribunale di Modica poi, si raggiunge l’acme del ridicolo preferendo una struttura vetusta e totalmente priva di quegli accorgimenti che dovrebbero proteggerla in caso di terremoto a una moderna, costruita ad hoc e antisismica (e l’area iblea è a forte rischio sismico, non dimentichiamolo).

Viene naturale pertanto chiedersi se lo sfascio prodotto in Italia dal tentativo quanto mai maldestro di ripianare il debito pubblico impoverendo gli italiani al punto da metterli nell’impossibilità di risollevarsi, senza, per contro, rinunciare ai benefici e agli sprechi che giovano (finché dura!) solo a una ristretta classe dirigente e alla sua clientela, sia una dimostrazione di arroganza o d’incapacità. Non crediamo sia solo arroganza.

Per ora, vediamo che il nostro Paese è diventato lo zimbello dell’Europa e che i nostri governanti sembrano non accorgersene. E’ possibile che l’arricchimento immediato (ma probabilmente nemmeno duraturo) riesca ad accecare al punto da calpestare qualsiasi dignità?

Adesso dobbiamo fare i conti pure con l’aumento delle precipitazioni, un aumento che si sta verificando un po’ in tutto il globo e che provoca danni particolarmente catastrofici solo nei paesi del terzo mondo e nel nostro. Di chi è la colpa? Dei sindaci che non avvisano in tempo la popolazione, si accusa, ma la popolazione avvisata che cosa dovrebbe fare? Abbandonare la propria casa con tutto quel che ha perché le è stato consentito di costruirla là dove non si sarebbe dovuto costruire mai nulla? E poi? Aver salva la vita avendo perso tutto il resto non sempre mantiene vivi.

Forse in Europa la gente ha pena per le sventure di tanti poveracci travolti dalle piogge e dalle piene, ma se guarda i comportamenti dei governi che ci hanno guidati e che ancora, purtroppo, ci guidano oggi non può che vederne altro che il ridicolo.




LA MODICA DI ENZO BELLUARDO




MODICA DIMENTICA…

Sarà perché Modica  è una città molto antica, fondata assai prima di Roma, ma è già da parecchio tempo che sembra accusare i sintomi di una tremenda malattia degenerativa legata proprio all’età: il morbo di Alzheimer. Questo infame malanno colpisce la memoria, cancella i ricordi, annulla le esperienze: il malato vive solo dell’adesso e qui; privato dell’angoscia che spesso la memoria di cose e di eventi spiacevoli porta, a suo modo è, incoscientemente, felice.

Modica dimentica in fretta e, a volte, sembra essere preda anche di un pizzico di demenza senile. Altrimenti, come potrebbe consentire che si continui a costruire nell’alveo dei torrenti, lasciati peraltro in condizioni d’inaudita trascuratezza? Alla recente rievocazione della tragica alluvione che ai primi del ‘900 causò morte e distruzione, avvenuta lo scorso settembre a S. Maria a cura di Carlo Cartier, oltre all’emozione suscitata nel pubblico presente, nessun segno di resipiscenza si è avuto a livello istituzionale. Le caditoie continuano ad essere ostruite, i torrenti pieni di sterpaglie e immondizie, le strade trasformate in fiumane di fango alle prime piogge: visto che grazie all’operato dell’Homo Sapiens Sapiens (!) l’equilibrio del pianeta sta andando in malora, ormai le precipitazioni atmosferiche somigliano sempre più a quelle tropicali, con trombe d’aria, vagonate d’acqua e grandine a volontà. Per effettuare almeno quelle manutenzioni minimali ma essenziali, dettate dal buonsenso del padre di famiglia, dobbiamo vedere di nuovo morte e desolazione? Le varie Madonne, lacrimanti e non, da tempo mandano messaggi circa “la morte per acqua” che colpirà l’umanità: ci si creda o no, potremmo almeno tentare di allontanare da noi il pericolo imminente. Perché se nel 1908 bastarono rami d’albero e pezzi di legno ad ostruire i ponti, oggi cosa potrebbe succedere con una slavina di carcasse d’auto, elettrodomestici, pallet, materassi e quant’altro intasati sotto corso Umberto?

Per carità, c’è la crisi economica e tutti ci stiamo, volenti o nolenti, ridimensionando. Se questa crisi riuscisse a modificare in meglio il nostro rapporto con i concetti di superfluo, di spreco, di equità, di uguaglianza, insomma se riuscisse a renderci più civili, che sia benedetta. Ma quando essa diventa lo scudo di protezione di cattive abitudini inveterate, non ci possiamo più stare. Lo dimostrano i tagli autocastranti per la Nazione nel campo della cultura, della scuola, della ricerca, dell’assistenza: un ora – fortunatamente – ex ministro delle finanze, bocconiano dall’erre moscia, arrivò ad affermare che con la cultura non si mangia! Ci penseranno i cinesi ad occuparsi della nostra unica ricchezza, i beni culturali… hanno cominciato con Pompei! Qui da noi ancora non dismettiamo i monumenti ma tagliamo comunque cose importanti: e qui torna il discorso della perdita di memoria. Il nome del piccolo Brafa non vi ricorda niente?

L’orrore di quella tragedia finì su tutti i media: Modica e Scicli furono esposte al pubblico ludibrio per la maniera vergognosa di come il problema del randagismo era stato non-gestito dalle amministrazioni comunali ed anzi scaricato sulle spalle di un uomo che si sapeva non essere affidabile.

Sull’eco della morte di Giuseppe e dell’aggressione avvenuta il giorno dopo sulla spiaggia di Sampieri ai danni della ragazza tedesca – in seguito morta suicida perché incapace di sopravvivere orrendamente sfigurata dai randagi – il Comune di Modica riuscì a costruire un canile comunale e ad istituire un servizio veterinario per la sterilizzazione e la microchippatura dei cani.

La struttura, pronta e completa, costata bei soldi dei contribuenti, non è però mai stata aperta! Solo l’abnegazione di uno sparuto gruppo di volontari è riuscita ad ottenere di poter usare una piccola parte del canile, dove poter ospitare solo una decina di cani adulti e una quindicina di cuccioli. Il tutto, pare, a loro spese!

Adesso il canile ufficialmente mai aperto è stato definitivamente chiuso, e la struttura sanitaria veterinaria di contrada Musebbi, dichiarata non idonea per motivi d’igiene, anch’essa chiusa. I soldi per mantenere efficienti questi servizi non ci sono, con buona pace per l’anagrafe canina! La città e le campagne brulicano di branchi di poveri animali famelici, e non basta la buona volontà di chi posiziona qua e là ciotole di mangime e d’acqua per evitare che questi cani possano diventare nuovamente pericolosi per gli umani e per il bestiame. Senza la microchippatura, obbligatoria per legge, gli abbandoni saranno sempre più facili perché non perseguibili, e la mancanza di un servizio pubblico per la sterilizzazione, gratuito o almeno a basso costo, vedrà aumentare il numero di randagi in maniera esponenziale.

Possibile che non si possa distaccare a questi servizi un po’ di personale comunale, che è così abbondante e spesso sottoccupato? Dovremo aspettare che qualche altra tragedia si compia?

Modica ha la memoria corta, e dimentica in fretta la vergogna di cui si è coperta per insipienza e stupidità: che peccato!

L.de Naro Papa




LE RICETTE DELLA STREGA (a cura di Adele Susino)

Il pranzo della domenica

Antipasto: crostini con guacamole

Primo: riso basmati al limone e pistacchi

Secondo: cappello del prete bollito alle acciughe (fidatevi!) con patate novelle e carotine

Dessert: rotolo con ricotta dolce al limone

Preparazioni:

Preparare il brodo vegetale con sedano, carota, cipolla e un pezzo di zenzero fresco, servirà per il riso.

In una pentola capiente far rosolare, in 50 gr di burro chiarificato, 4 acciughe dissalate lavate con poco aceto e condite con olio evo e due spicchi d’ aglio. Quando le acciughe sono disfatte mettere in pentola la carne, un cappello del prete (1 kg e 1/2) farlo rosolare bene da tutti i lati, eliminare l’aglio e coprirlo a filo con acqua bollente, coprire e far cuocere almeno tre ore, a fuoco medio basso. Quasi a fine cottura, senza aggiungere altro liquido, mettere le patate a pezzettoni e le carote, coprire e far completare la cottura.

Per preparare il guacamole scegliere un avocado maturo, dopo aver eliminato la buccia, bagnare la polpa con il succo di un lime o di un limone e schiacciarla con una forchetta, condire con 4 o 5 pomodori datterino tagliati a cubetti minuscoli, un cipollotto tritato, un peperoncino  fresco, sale e olio evo. Coprire la crema ottenuta con la pellicola e riporre in frigo se si prepara con molto anticipo, poi basta toglierla dal frigo dieci minuti prima di servirla. Tostare il pane e tenerlo in caldo.

Preparare l’impasto per il rotolo con 4 uova, 60 gr di farina, 20 gr di fecola,1 cucchiaino di lievito, un pizzico di sale, un cucchiaio di scorza di limone. Montare gli albumi con due cucchiai di zucchero, con il rimanente montare i tuorli, aggiungere il limone, le polveri e delicatamente gli albumi. Stendere il composto sulla placca ricoperta di carta-forno e infornare a 180° per 12/15 minuti. Una volta cotto, rivoltare il dolce sopra un panno umido, staccare la carta-forno, arrotolare nel panno e fare intiepidire. Lavorare circa mezzo chilo di ricotta con lo zucchero per ottenere un crema liscia, aggiungere la scorza di un limone verde e i semi di un baccello di vaniglia. Spalmare la crema sul dolce ormai tiepido, arrotolarlo di nuovo e metterlo in frigo. Servire tagliato a fette e spolverizzato di zucchero a velo.

In un tegame fare appassire due scalogni tritati, facendo attenzione a non bruciarli, versare il riso, precedentemente sciacquato, farlo tostare e aggiungere il brodo bollente (per una tazza di riso due tazze di liquido), coprire e far cuocere a fiamma molto bassa senza mescolare per 10 minuti. Controllare la cottura del riso, unire altro brodo, se occorre, condire con le zeste di limone, il succo e mantecare con olio evo, completare con i pistacchi tritati e abbondante pepe appena macinato.

Far restringere il fondo di cottura della carne, servirla tagliata a fette, irrorata dalla salsa e contornata da patate e carote condite con un filo d’olio.

Come aperitivo e per il primo: La Fuga di Contessa Entellina o un Verdicchio dei Castelli di Jesi

Per il secondo: Barbera d’Alba o Lambrusco

Per il dessert: Passito di Pantelleria.




Attenzione: Modica come Olbia!




ECCO COME LE DONNE RIESCONO A FAR PARLARE ANCHE LE PIETRE…

L’azienda familiare dell’imprenditore edile Salvatore Cappello ha sede nella Vanella 117, Contrada Aguglie, e si occupa di trasporti, scavi e frantumazione di pietre.

A prima vista sembra un frantoio come tanti altri, una montagna di pietre da frantumare con ai piedi i tantissimi suoi derivati da rivendere alle case edilizie, ai semplici operai ed anche alle persone che si dedicano ai loro giardini o al restauro della loro casa autonomamente.

Un frantoio, quindi, uguale a tanti altri ma con qualcosa di diverso (scopriremo di seguito cosa).

Visitando l’azienda, insieme al signor Cappello che orgogliosamente mi parla del suo frantoio, e osservando la montagna di pietre e tutto ciò che la circonda, mi rendo subito conto di quanto duro lavoro ci sia dentro, prima di far nascere, da una pietra, un sacco di cemento.

Soprattutto mi rendo conto che, se una persona dà la vita e lavora tra le pietre da tanti anni, deve per forza amare il suo lavoro.

Fra tutta quella polvere, infatti, l’amore si tocca con mano e si sente nell’aria che si respira.

Io personalmente mi sono chiesta come fosse possibile guardare quelle grandi pietre e scoprire che sono vive.

A spiegarmelo sono stati gli operai del frantoio, mentre a turno si davano il cambio sul posto di lavoro.

L’azienda esiste da quarant’anni, mi hanno spiegato, e se prima era un deposito di pietre, sia proprie  che di terzi, da vent’anni si occupa anche del trasporto, della  frantumazione e della modellazione delle pietre.

Tutt’attorno alla montagna è pieno di macchinari, tre i camion, due gli escavatori, uno con martellone pneumatico e benna caricatrice e uno con carrellone, due le pale meccaniche con le quali trasportano, estraggono e caricano la pietra dai propri terreni, dalle cave autorizzate, dai terreni agrari e sempre con l’autorizzazione del corpo forestale, adoperandosi inoltre così automaticamente alla sistemazione dei terreni.

Durante la visita al frantoio, mi spiegano come avviene il processo della frantumazione delle pietre e mi meraviglio della loro semplicità nello spiegare a me, donna, un lavoro che sembrerebbe alquanto maschile (ho poi capito perché).

Le pietre, dunque, trasportate sul posto prima dai camion, poi tramite le pale meccaniche che a loro volta caricano prima le pietre e poi le scaricano nella tremogena (una grande vasca) che le passa al vaglio tramite un nastro trasportatore, manovrato manualmente per mezzo di una leva posta all’interno della cabina di pilotaggio adiacente alla tremogena e collegata ad un motore idraulico, e (la tremogena) separa gli inerti (il materiale) passando quelli  idonei nel mulino primario che le modella.

Qui, gli inerti vengono selezionati in categorie: breccia di diverse qualità e misure, pietrisco, breccia levigata per i giardini, ciottolame levigato, sabbia per gli intonaci.

La sabbia per i calcestruzzi viene separata anch’essa e versata tramite un nastro trasportatore dentro a un vermiglione (contenitore) pieno d’acqua e qui lavata, divenendo così “sabbia lavata”.

Tutto ciò che rimane fuori vaglio, viene definito come un misto granulometrico ed è utilizzato per il manto stradale, precedendo l’asfalto.

Mediante un silos inoltre, nell’azienda si confezionano sacchi di tutto il materiale prodotto, facili per la rivendita a privati o ai magazzini di materiale edile.

L’azienda dispone inoltre di u’area d’intrattenimento per i clienti, dove, in caso di maltempo o di bisogno, si può sostare, ricevendo cortesia e, perché no?, anche un buon caffè; un ufficio per la contabilità e per il diretto contatto coi clienti; due bagni con relative docce, uno maschile e uno femminile.

Gli operai:

Enza Cappello, 35 anni, diplomata in ragioneria, sposata felicemente e mamma di un ragazzo da 9 anni, lavora col padre da circa 4 anni e si occupa maggiormente della manutenzione della cabina di pilotaggio e delle consegne ai clienti, trasportando il materiale richiesto col camion alle case edilizie;

Letizia Cappello, 28 anni, sposata con Simone Barbato, che lavora anche lui nell’azienda da 8 anni e che si occupa principalmente degli scavi e dei trasporti; è diplomata anche lei in ragioneria, lavora col padre da circa 10 anni, si occupa della contabilità dell’azienda e della pala del carico e scarico del materiale, principalmente per l’inserimento dello stesso nella tremogena.

C’è poi Maria, di anni 38, diplomata anche lei come le sorelle, sposata e mamma felice di un bimbo di 5 anni, disoccupata non per scelta, ma che, pur di stare un po’ insieme alla famiglia e un po’ per hobby, si diletta ad aiutare le sorelle e il padre ed è un tuttofare tra pietre e ufficio.

Ecco spiegato allora perché, fra tutta quella polvere di pietre frantumate l’amore si tocca con mano e si sente nell’aria che si respira.

Frantumare pietre quindi, senza dubbio, è un lavoro molto facoltoso, faticoso e polveroso, ma molto utile per le nostre case, i nostri giardini, le nostre strade.

Credo sia doveroso apprezzare le persone che fanno questo lavoro e delle quali spesso invece ci dimentichiamo quanto grande e importante sia la loro operosità, senza pietre, infatti, non potremmo costruire neppure la più piccola delle case per le nostre famiglie.

Un po’ presuntuosamente, penso proprio che la diversità del frantoio di pietre del signor Salvatore Cappello e della sua famiglia, stia proprio nell’amore, nell’instancabilità, nella determinazione e nella fiducia che un padre ha saputo donare alle proprie figlie e soprattutto, nella fierezza di queste tre piccole donne che, col sorriso, la gentilezza e l’amore per il proprio lavoro, riescono a far parlare anche le pietre.

Sofia Ruta




FISCO E PREVIDENZA: CHIARIMENTI PER IL CITTADINO (a cura di Giovanni Bucchieri)

Non ci sbagliavamo quando, qualche settimana, fa ribadivamo ad alta voce che la strada della ripresa è ancora lontana, e tutto questo nonostante le fievoli  rassicurazione del  Governo Letta. Quando un Presidente del Consiglio afferma in questi giorni che avere oggi il 40% di disoccupazione giovanile significa perdere una generazione, quando si ribadisce che questa crisi economica rischia di diventare una crisi sociale, quando si dichiara che per tutto il 2014 e fino al 2016 la pressione fiscale  continuerà ad essere del 44%  e che, sempre per il 2014, non si vedrà  né crescita e né  sviluppo, quando un consumo di pane è sceso ai minimi storici da 150 anni, quando per gli alimentari si compra solo il necessario e si adotta una serie di strategie alternative (creare un piccolo roto o fare pare il pane in casa), tutto questo è la dimostrazione che siamo arrivati proprio allo stremo delle forze di sopportazione e di sopravvivenza. E cosa fa il Governo per recuperare denaro? Bussa alle tasche del cittadino e delle imprese con il ” super-acconto” di novembre 2013. Infatti, entro il prossimo 2 dicembre (essendo il 30 sabato) l’acconto irpef  passa dal 99% al 100 %, a decorrere dall’anno d’imposta 2013,   l’acconto dell’ires passa dal 100% al 101%, ma, a differenza dell’irpef, solo per quest’anno, e l’aumento dell’acconto dell’irap segue le regole previste per l’imposta sui redditi. Questa disposizione prevede una previsione di maggiori entrate di 655,6 milioni di euro. Dal punto di vista della platea, ad essere “tartassati” sono ovviamente i dipendenti e i  pensionati con altri redditi, mentre, guardando ai bilanci, saranno le imprese, gli imprenditori individuali ed i professionisti a pagare  il conto più salato. Ma, tenuto conto che l’economia non gira, che ci sono pochi soldi in circolazione, che nessuna impresa produce in quanto nessuna persona acquista, allora ci si chiede come si farà a pagare questo conto sempre più salato.