lunedì, 25 gennaio 2021
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IL GIOCO DEL CALCIO, DAL MONDO ANTICO AL MONDO MODERNO

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Il gioco del calcio ha origini antichissime; se ne hanno tracce già nell’XI secolo a.C. in Giappone, mentre in Cina era molto diffuso il tsu-chu (letteralmente palla di cuoio calciata col piede), un pallone ripieno di piume e capelli femminili che bisognava infilare in un buco sostenuto da due canne di bambù, utilizzando unicamente i piedi. Un manoscritto del 50 a.C., conservato a Monaco, attesta l’introduzione del tsu-chu in Giappone e la disputa d’incontri internazionali tra le squadre dei due paesi. In Grecia, intorno al IV secolo a.C., si affermò l’episkyros, mai però inserito tra le discipline olimpiche del tempo, mentre a Roma, questo gioco si trasformò nell’harpastum che deriva il suo nome dal termine greco arpazo. Nel Medioevo i giochi col pallone furono soprattutto espressione dell’antagonismo tra villaggi o tra fazioni dello stesso villaggio. Verso la fine del Duecento, dalle Isole Britanniche arrivano notizie della presenza di un gioco con la palla. Una cronaca londinese del 1175 narra i timori del popolo per la violenza con cui si giocava al pallone durante il carnevale; un secolo dopo, per questa sua natura violenta, il gioco fu dotato di regole mentre, addirittura, Il 13 aprile del 1314 il re Edoardo II ne proibì la pratica nei luoghi pubblici, nella città di Londra. Nel 1388 il gioco fu messo definitivamente al bando, con un editto del re Enrico V. Proibito in Inghilterra, si era ormai diffuso in Scozia e Francia. In Francia, nello stesso periodo si giocava esclusivamente coi piedi e in modo assai violento la savate. Ma la città dove il gioco con la palla ebbe il massimo fulgore fu la Firenze medicea, dove si praticava il calcio fiorentino, che dava luogo a incontri ufficiali nelle grandi ricorrenze tra i partiti dei “verdi” e dei “bianchi”, rispettivamente della riva sinistra e destra dell’Arno. Una variante del calcio alla fiorentina, veniva usata nel Seicento nella vicina Prato, ma se nel giuoco di Firenze si usano piccoli palloncini colpiti di pugno, a Prato la palla era molto più grande e si colpiva di piede. In Inghilterra, il gioco con la palla ricominciò ad essere liberamente praticato dai giovani frequentanti i college e le università inglesi, grazie a Giacomo Stuart che nel 1617 lo riabilitò. Nacquero così le prime regole scritte di un gioco denominato dribbling-game. Il primo club di football al mondo, lo Sheffield Football Club, fondato il 24 ottobre 1857, giocò la sua prima partita al Parkfield House, e nel 1858 ne furono per la prima volta scritte le regole. E’ solo nel 1863 che il calcio ha finalmente un riscontro istituzionale; è proprio a Londra, al Great Queen Street, che s’incontrano i rappresentanti di undici club e associazioni sportive londinesi, creando la prima federazione calcistica nazionale che prenderà il nome di “Football Association”, con lo scopo di codificare in maniera organica e omogenea il nuovo gioco, ma compromettendo lo sport per eccellenza che nel mondo anglosassone già allora andava sotto nome di football, e cioè il rugby. Nel 1886, viene fondato l’International Football Association Board (IFAB), col compito di far rispettare le regole e, se necessario, di apportarvi modifiche. Tale organo è tuttora in vigore ed è l’unico a livello mondiale a decidere in tema di regolamento del gioco. Il calcio era pronto per varcare i confini nazionali e diffondersi in tutta Europa.

Nel frattempo il gioco si è diffuso un po’ ovunque nel mondo, nel 1891 nacque la Federazione Calcistica della Nuova Zelanda, nel 1892 quella del Sud Africa, nel 1893 quelle di Argentina, Belgio e Cile, nel 1895 quella della Svizzera e nel 1900 quella della Germania. Il primo campionato con partite di andata e ritorno e punteggi per la classifica, fu naturalmente in Inghilterra nel 1889, a cui seguirono poi Argentina, Francia, Belgio, Olanda e Svizzera. La prima partita ufficiale tra nazionali fu disputata tra le nazionali di calcio dell’Austria e dell’Ungheria il 12 ottobre 1902, con la vittoria dei primi per 5-0. La FIFA, acronimo di Fèdèration Internationale de Football Association, viene fondata senza inglesi, il 21 maggio, 1904 per iniziativa di Francia, Svizzera, Olanda, Belgio, Svezia, Danimarca, Spagna; nel 1905 l’affiliazione degli inglesi. La definitiva consacrazione del gioco e della sua diffusione avvenne con le Olimpiadi di Londra del 1908. Oggi sono affiliate alla FIFA 208 federazioni nazionali raggruppate in 6 Confederazioni continentali.

Quanta strada ha fatto il gioco del calcio durante tutti questi anni!

La mia squadra preferita è stata sempre la Juventus, da quando andavo alle medie, ma applaudivo sempre anche chi giocava meglio e meritava di vincere. Lo stesso vale per i Mondiali di calcio; ho guardato in tv, da piccolissima, le partite fra le nazionali di tutto il mondo, sono stata felice quando la nostra Nazionale ha vinto ma non ho mai pianto quando ha perso, neppure se per ingiustizie arbitrali o solo per sfortuna. Quest’anno, però, ho deciso di non guardare i Mondiali di calcio, neppure le partite della nostra Nazionale, perché questo campionato mondiale è diverso, è amaro, non tanto per la crisi economica che attanaglia il mondo (Italia compresa), quanto per ciò che nel nome di questo sport si è fatto e si sta facendo ancora nel paese che lo ospita. I media nazionali non ne parlano, ma basta affacciarsi nel mondo del web per vedere decine di foto che testimoniano come, per far posto allo stadio che ha inaugurato la partita dei mondiali, a Itaquera (popolosissimo quartiere di Rio De Janeiro), sia stata fatta piazza pulita dell’intero quartiere, “deportando” o sfollando in massa, decine di migliaia di cittadini (si parla di oltre 30.000 nella sola Rio, ma di circa 200 mila in tutto il Brasile), colpevoli solo di essere nati poveri in uno stato povero ma ricco allo stesso tempo. La mia coscienza ribolle, la mia indignazione è massima anche perché capisco che tutto il mondo è paese e non aggiungo altro di mio, perché potrei essere scortese nei confronti di chi ama il calcio e di chi invece lo usa come arma; cito solamente le parole dette (pesano tanto) in un’intervista al n.1 della Cbf al quotidiano O Globo dal presidente della federcalcio brasiliana Josè Maria Marin: “Il Brasile andrà all’inferno se non vincerà il Mondiale, a pochi giorni dall’inizio siamo in purgatorio; se vinciamo la coppa andremo in cielo ma se perdiamo, andiamo tutti all’inferno, perché il brasiliano non accetterà un risultato diverso. O campioni o niente”.

Mi permetto di dire: all’inferno ci andremo tutti se non la smettiamo di tirare calci al  mondo intero come fosse una palla.

Sofia Ruta

 

 

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