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LA MODICA DI ENZO BELLUARDO




FISCO E PREVIDENZA: CHIARIMENTI PER IL CITTADINO (a cura di Giovanni Bucchieri)

In una situazione difficile come quella che stiamo attraversando le recenti parole di Renzi, riferite all’Assemblea congiunta di Confindustria di Verona e Vicenza,  non possono che  rassicurarci.  Il Premier ha infatti parlato di un progetto che “renda la burocrazia una cosa normale, il fisco una cosa semplice, le infrastrutture una cosa veloce e la giustizia una cosa degna di questo nome”.  Per fare questo c’è la necessità dell’apporto di tutti sia della politica che della imprenditoria. Ed ecco che interviene in queste ore anche il Fondo Monetario Internazionale il quale afferma che “le riforme di Renzi sono ambiziose ma vanno accelerate perché la ripresa rimane fragile e la disoccupazione inaccettabile“.  Tra l’altro, il Premier si appella alla Banche affermando “non ci sono più alibi per non dare credito alle imprese e alle famiglie”. In un articolo di Sergio Rizzo, di questi giorni, si parla di un fisco ad ostacoli, ben 629 norme in sei anni, delle regole approvate dal 2008 ben 389 hanno prodotto solo complicazioni, per le imprese la pressione è arrivata al 65,8%  e in dieci anni l’aumento del carico fiscale  è stato pari al 3,5% del Pil, il più elevato in Europa assieme alla Grecia. Ecco perché il contribuente italiano è ormai distrutto.

Tra le vie della ripresa è previsto per il 2015 che arriveranno a casa le dichiarazioni dei redditi precompilati per 35 milioni di italiani. Il 730 già predisposto dall’Agenzia delle Entrate riguarderà anche i dipendenti privati oltre a quelli pubblici e ai pensionati.

E’ ufficiale la proroga al 7 di luglio 2014 per i contribuenti interessati agli studi di settore, persone fisiche, società di persone, studi associati e società di capitali minimi compresi che pagano l’imposta forfettaria del 5 per cento. Essi potranno effettuare entro il 7 luglio i versamenti risultati da Unico 2014, compreso il primo acconto per il 2014, senza la maggiorazione dello 0,40 per cento.  E’ anche possibile eseguire i versamenti dall’8 di luglio al 20 di agosto 2014, con l’aumento dello 0,40 per cento.




GLORIE MODICANE

Il 4 giugno scorso è stato celebrato il 70° anniversario della morte di Emanuele Ciaceri, insigne storico dell’età antica. Nell’Aula Consiliare, dopo gli interventi del Sindaco, dell’Assessore Di Giacomo e della Preside della Scuola Media a lui intestata, intervallati da brevi esibizioni musicali di giovanissimi intimiditi allievi, hanno preso la parola il prof. Uccio Barone ed il prof. Giancarlo Poidomani, nella loro qualità di docenti universitari di storia contemporanea e, quindi, di colleghi del prof. Ciaceri. Sia Barone che Poidomani nei loro interventi si sono quasi scusati di non essere storici “antichi”, e, come tali, solo conoscitori e non cultori dell’opera dell’illustre concittadino.

Barone, brillante ed incisivo, e Poidomani, più didascalico, hanno tracciato il percorso dello studioso seguendone la biografia e l’inserimento nel periodo storico in cui è vissuto. Fin da ragazzo interessato quasi esclusivamente alla storia antica (l’altro solo interesse era la caccia), scapolo di carattere ombroso e sempre in querelle con gli altri mostri sacri della cultura del periodo, sommamente con Benedetto Croce e Giovanni Gentile, si trovò nell’età più fertile del suo genio in piena era fascista. I due storici relatori della serata, da sempre noti esponenti del pensiero di sinistra, si sono trovati un po’ in imbarazzo davanti ad un personaggio di grandissimo valore intellettuale e culturale che però non prese mai posizioni critiche, ma neanche di aperta adesione, nei confronti del fascismo.

Alle spiritose, sapide note del nipote Giuseppe Ciaceri, applauditissimo ospite della serata, che ha nel suo intervento ha reso più umana la figura del grande zio, da pronipote di Emanuele Ciaceri – la mia bisnonna Marietta era sua sorella – vorrei aggiungere alcune piccolissime postille tratte dal lessico familiare. La prima riguarda le vacanze estive di mio padre e delle sue sorelle nella casa di Scrofani, che erano meravigliose e piene di libertà finché non arrivavano due seccature, ambedue targate, dispiace dirlo, Ciaceri: una era, come d’uso a quel tempo, la somministrazione quindicinale del purgante, la celebrata Magnesia Rosella, esclusiva creazione degli zii Vincenzo e Michele la cui farmacia in Corso Crispi, vicino a San Giuseppe, era luogo d’intrattenimento e di convivio; l’altra era l’arrivo dello zio Emanuele, portatore dell’incubo delle versioni coatte dal latino e dal greco!

Con buona pace dei due relatori, per quanto riguarda la posizione del Ciaceri nei confronti del regime, la verità era che non gliene importava un fico secco. Si narra in famiglia che un giorno, durante la sua docenza in quel di Napoli, facesse irruzione nel suo studio un giovinastro tutto orbace e stivaloni, che, appellandolo col TU, CAMERATA, lo redarguisse per la sua cronica mancanza di MISTICA FASCISTA. Lo zio, perennemente immerso nei suoi studi su Tacito e Tiberio, era ovviamente lontano mille miglia dall’idea di mascherarsi da gerarca per partecipare alle stolide obbligatorie adunate. Preso di petto il ragazzotto, pretese ed ottenne il LEI dovuto al rispetto dell’età e del rango e, incurante delle minacce di orrende ritorsione, lo cacciò a calci nel sedere.

Evidentemente, a certi livelli di concentrazione negli studi, le miserie delle cose terrene non sfiorano più di tanto le coscienze dei dotti… si dice che Einstein, incontrati casualmente i figli su un autobus, non desse cenno di riconoscerli!

L. de Naro Papa




LA FAVA COTTOIA

La fava è stata da sempre un alimento importante nella dieta mediterranea, assieme ad altri legumi, e l’altipiano ibleo ha avuto rinomanza per la famosa fava cottoia, in lingua modicana: fava cucivili. Da quando i paesi agricoli sono diventati paesi industriali, molte conoscenze alimentari tradizionali sono state inquinate da notizie spesso legate a interessi commerciali o a isteriche e fantasiose scelte di cuochi bizzarri.

I costumi alimentari si sono modificati, per ignoranza, anche se da poco tempo la dietologia e le scienze alimentari fanno capolino in certe trasmissioni televisive. Oggi si parla più spesso di prevenzione e meno di cura, con grande dispiacere delle case farmaceutiche, e si comincia a parlare di più di alimentazione, legata più alle diete dimagranti che per un igiene alimentare delle popolazioni. Negli ospedali la presenza di un dietologo permette il raggiungimento di una disciplina alimentare rispondente al mantenimento nutritivo dei degenti, anche se non è prevista grande variabilità nella scelta delle materie prime per concretizzare i pasti più variati. Sarebbe come saturare i desideri e le golosità dei malati di altro genere. Del resto non c’e da meravigliarsi se anche i ristoranti rimangono legati a una cucina tradizionale o strettamente soggettiva, ma senza una stretta rispondenza dietetica, quantitativa e qualitativa, nei piatti elencati nella lista. È una strategia dettata anche dalle richieste costanti dei clienti assidui che li frequentano e dalla scarsa cultura alimentare. Piace però leggere da qualche parte che, nei vari giorni della settimana, è presente il piatto del giorno legato alla tradizione locale e le fave, nelle varie edizioni culinarie, tengono banco.

La fava cottoia (cucivili) a differenza della fava dura (scurria) richiede un tempo di cottura minore e presenta le bucce più sottili e tenere. La fava dura è pure usata, ma sgusciata, è adatta a creare la pietanza che prende l’appellativo di maccu. I nostri antenati, per campanilismo, chiamavano i ragusani mangia maccu, perché non ottenevano fave cottoie.

Molti si sono chiesti la causa di questa differenza e ci si è accontentati nell’attribuire alle proprietà del terreno la causa del fenomeno. Leggendo la storia delle contrade rinomate si è avuta la corrispondenza del fenomeno d’ingentilimento delle fave all’origine del terreno che, fino a tempi relativamente lontani, manteneva una vegetazione boschiva a latifoglie, con maggiore presenza delle querce. La messa in coltura di questi terreni ricchi di terreno vegetale humifero, ha messo in evidenza non solo la fertilità elevata, ma anche particolari modifiche ai semi delle leguminose, fave, ceci, piselli, lenticchie, cicerchie etc. Analizzando i terreni e riscontrando una struttura glomerulare ricca di humati di calcio, ma non di calcare sotto forma di frammenti di roccia, come i terreni alluvionali, la spiegazione si completa. I terreni autoctoni humiferi sono i più fertili per le maggiori e migliori proprietà fisico-chimiche oltre a un ecosistema biologico d’indiscussa attività.

Se prendiamo in esame le vecchie rotazioni agrarie tradizionali del nostro territorio, rimaniamo scioccati nel notare che rispondono a norme scientifiche ultra razionali. La rotazione colturale quadriennale (fava, frumento, frumento, pascolo) con la fava come coltura letamata e le altre colture poggianti sulla fertilità residua, si basa su dati scientifici intuitivi o con supporto di secolari esperienze memorizzate e tramandate. Anche la pratica di estirpare le piante di fava, in un ben preciso momento della maturazione, più o meno precocemente, risponde alla strategia di interrompere la maturazione quando ancora i semi sono immaturi, per essere più digeribili, consentendo alla pianta, rimasta intera, di avere un’agonia più lunga per consentire ai tessuti di assestarsi, ha qualcosa di misterioso. I miei docenti di agronomia e coltivazioni erbacee condividevano queste rotazioni, ma mantenevano delle riserve sull’estirpazione delle piante invece della mietitura, sostenendo che la radice potesse lasciare nel terreno residui azotati utili alla fertilità residua, non considerando la tecnica  tradizionale di conservare gelosamente le paglie delle fave per incorporarle al letame nel mese di agosto, per un ritorno al terreno nella nuova coltura. Si rimane perplessi di fronte a questa saggezza e cultura agronomica, non suggerita dai grandi luminari della scienza, ma affinata sulle esperienze di molti secoli.

La fava, con semina autunno-vernina, fiorisce nei mesi freddi e presenta carenze di impollinazione, con forti riduzioni di produttività, come viene pure confermato da un ricerca universitaria quinquennale (1986-1991), ma che non suggerisce dei sostegni nutritivi fogliari, per arricchire i tessuti e metterli nelle condizioni di completare meglio la struttura dei fiori e di farli resistere al freddo.

Nei terreni delle contrade con terreni di buono spessore di terreno vegetale, il recupero vegetativo è maggiore e la struttura del tessuto del seme è più dolce per le costanti nutrizionali garantite dalle proprietà fisico-chimiche del terreno, mentre non è da sottovalutare la condizione del rapporto fra la pianta e i rizobium radicicola, i simbionti che, nel mutuo scambio biologico, forniscono l’azoto necessario alla formazione della grande riserva di proteine. La struttura della proteina, in questo caso, è carente di calcio e quindi più soffice. Nei terreni calcarei non humiferi invece esistono proprietà fisico-chimiche molto differenti, caratterizzate da carenze idriche e soluzione circolante più salina, che fa aumentare la concentrazione del protoplasma cellulare e conseguentemente la durezza dei tessuti dei semi.

Se mettiamo a paragone le nostre leguminose da granella con le leguminose da foraggio dei nostri pascoli e citiamo la “dormienza dei semi” cioè la durezza dei semi, abbiamo la possibilità di arricchire le nostre conoscenze. La durezza delle cuticole determina la refrattarietà all’acqua e quindi una germinabilità scalare nel tempo, cioè i semi rimangono dormienti e possono germinare anche dopo molti anni e solo se le condizioni ambientali sono idonee. Questo ha permesso a queste piante di adattarsi alle rotazioni colturali e sopravvivere. Il paragone regge se si esaminano tutti i semi di una leguminosa da foraggio come quelli dei trifogli e della lattucheddha (scorpiurus subvillosus), la regina dei nostri pascoli. Queste leguminose hanno un portamento sarmentoso e strisciante e i primi grappoli fiorali sono autunnali e invernali, mentre poi si susseguono altri grappoli sulla vegetazione primaverile. Mentre i grappoli invernali hanno la capacità di formare dei semi più completi, cioè con cuticola più spessa, gli ultimi baccelli saranno vittime dell’aridità primaverile e sono caratterizzati da una cuticola molto sottile e da un tessuto placentare incompleto e soffice a causa dell’essiccamento veloce.

Questo fenomeno che ho potuto notare studiando la dormienza dei semi di queste leguminose da foraggio, misurando lo spessore dei tegumenti seminali dei vari grappoli, certamente è stato intuito dai nostri vecchi contadini, che estirpano le piante di fava precocemente, quando i semi sono ancora un po’ teneri, per cui si ha un essiccamento di un seme non completo.

A testimonianza di ciò è il colore particolare delle fave cottoie, che presenta delle sfumature verdine, completamente assenti nelle fave secche adatte alla semina.

Se poi misuriamo lo spessore del mezzo cotiledone della fava cottoia e quello della fava sgusciata, notiamo una certa differenza, certamente giustificata dal grado di maturazione raggiunto.

In termini di produttività la fava cottoia è meno produttiva, non per caratteristiche intrinseche, ma per interruzione della fase di maturazione. Però la minore produttività viene premiata dalla  maggiore quotazione sui mercati.

Infine, la strategia culinaria per intenerire le fave dure consiste di metterle a mollo la sera prima con un bel cucchiaio di bicarbonato di sodio, che, da buon amico, durante la notte farà cambiare i pensieri alle fave dure. Il processo scientificamente si spiega con la parziale sostituzione del calcio con il sodio, e con idratazione maggiore del tessuto del seme.

La presenza dei residui del bicarbonato di sodio si elimina con dei risciacqui successivi e in seguito si procede alla cottura, non dimenticando che al primo bollore bisogna sostituire la prima acqua di cottura con altra acqua caldissima, per finire con l’aggiunta delle verdurine. Se si aggiungono delle bietole di campo si può ottenere una cottura più dolce, in quanto l’acido ossalico contenuto nelle bietole porta via, fissandolo, un po’ di calcio ancora presente nelle fave. Non ci resta che accettare questo legume molto salutare, anche con gli eventuali difetti che presenta, come si dovrebbe fare con un amico.

Abel




UNA FARFALLA AMICA DELLA MAGGIORANA

IMG_0065IMG_0019Spesso si viene a conoscenza degli ospiti delle nostre piante condimentarie, allevate sui davanzali di casa, in modo strano e casuale. È il caso di una farfalla amica della maggiorana, l’erbetta condimentaria di frequente uso nelle pietanze siciliane. Da tempo questa pianta viene apprezzata come complemento aromatico dei ravioli di ricotta, ed è presente in altri piatti tradizionali sia allo stato verde e fresco che allo stato secco. In estate si raccolgono i rametti in fioritura e si mettono a seccare per creare le provviste invernali. È il mio caso: ho raccolto una buona quantità di rametti di maggiorana e li ho posti a seccare in veranda. Dopo un po’ di tempo ho deciso di selezionare le foglie secche per conservarle per l’inverno e mi sono accertato della presenza di due farfalline che ritornavano a posarsi sul mucchietto dei rametti secchi di maggiorana. Ho subito associato la visione di quelle due farfalle alla possibile presenza di piccoli bruchi sulle foglie, al momento della raccolta, i quali hanno completato il loro ciclo biologico durante l’essiccamento e sono rimasti nell’ambiente in attesa di trovare la pianta amica a cui affidare la loro discendenza. Mi sono, da tempo, interessato di parassitismo di “piante dimenticate”, segnalando tempestivamente la presenza di ospiti presumibilmente pericolosi per le colture produttive. In questo caso parlo di farfalla amica di una pianta, anche perché il danno prodotto è minimo ed anche per il ricordo di una vecchia canzone per bambini in cui un verso recita: “I bruchi, con le foglie fanno le ali di farfalle colorate”. La convivenza e non il parassitismo sono da riconoscere in questo caso particolare. Ho proceduto all’imbalsamazione dei due esemplari con l’estensione delle piccole ali, per cui l’immagine dell’insetto è fissata nell’atteggiamento del volo, mentre la visione normale dell’insetto e molto diversa, nella posizione delle ali in riposo.

Lo scopo di divulgare queste osservazioni fa parte di un progetto personale di ricerca e di comunicazione col desiderio di sintonia con altri, anche per incrementare le conoscenze culturali, utili alla visione più ampia dell’ambiente in cui viviamo.

Abel

 

 




PONTE CHIUSO TRAFFICO IN TILT

Noi, gente della strada, gente che vive la città giorno per giorno, andando a lavorare negli orari stabiliti, facendo la spesa, accompagnando i bambini a scuola, insomma svolgendo quelle incombenze che la gente non particolarmente privilegiata deve affrontare regolarmente, da anni ipotizziamo, suggeriamo, chiediamo a chi governa Modica (e nel frattempo i governi sono stati diversi, di diverso colore, di diverso modo di ragionare, di diversa filosofia, ma tutti, sempre, si sono insediati dichiarando di voler migliorare la città) di pensare a una strada alternativa al Corso Umberto per raggiungerne i vari punti senza intasarla.

Certo, non bastava schioccare le dita o concentrarsi intensamente perché nel cervello si accendesse un’idea luminosa: bisognava in primo luogo metter mano al piccone per buttar giù quei tanti muretti che impediscono alle strade di collegarsi l’una all’altra e già ci si trovava di fronte a uno scoglio insormontabile, perché gli abitanti di quelle strade chiuse si ribellavano vivamente al solo pensiero del rumore, della confusione che tali collegamenti avrebbero portato loro. Ovviamente erano le stesse persone che oggi si lamentano, protestano per le file che si formano nel centro cittadino ora che lo sfogo del ponte non è possibile a causa di quei lavori che, mettiamoci l’animo in pace, si devono fare per forza. A Modica già ci troviamo in presenza, specie nella parte antica, di strade strette faticosamente percorribili per le automobili, e a questo si aggiunge che ce ne sono tantissime che non sbucano da nessuna parte perché delimitate da un muretto ingiustificabile e costringono di conseguenza gli automobilisti a portarsi sempre, inevitabilmente, sulla strada principale intasandola. Ricordiamo che la maggior parte di questi muretti è sorta quando la periferia di Modica, in specie la Sorda, era oggetto di costruzione più o meno selvaggia e incontrollata, poi, evidentemente, la loro edificazione è diventata un’abitudine, una prassi, magari una caratteristica del luogo, chissà. In qualsiasi città di tende a ridurre al minimo le strade prive della possibilità di collegarsi l’una all’altra. Non sarebbe ora che anche a Modica si riuscisse a entrare in quest’ottica?

Una ventina d’anni fa l’allora assessore Di Rosa studiò una strada alternativa al Corso Umberto e la propose alla giunta d’allora. Bene, di quella strada non si è saputo più niente. In questo momento sarebbe stata oro per tutti noi, ma è evidente che le belle idee nella nostra comunità non possono trovare posto. Forse sarebbe il caso di andare a ripescare quella proposta dal cassetto nel quale s’è perduta. Probabilmente non si arriverebbe ad attuarla in tempo per ridurre i disagi attuali, ma potrebbe diventare molto utile per il futuro. O vogliamo illuderci che, dopo gli attuali lavori, una strada alternativa non servirà più? Siamo davvero così ciechi?

In questo momento la sola esortazione che ci sentiamo di fare ai nostri concittadini è di abbandonare quella pessima abitudine di fare la passeggiata al Corso con l’automobile. D’accordo, nei piccoli centri la passeggiata al Corso è una tradizione, ma cerchiamo di ricordare che il termine “passeggiata” etimologicamente deriva da “passo” e i passi si fanno camminando non rotolando su quattro ruote. Riprendiamo quindi la sana abitudine di passeggiare con i nostri piedi: ne guadagneranno la circolazione delle nostre gambe e quella della città.




Le ricette della strega (a cura di Adele Susino)

Mezzi paccheri con tonno e pesto agli agrumi

Ingredienti:

500 gr di mezzi paccheri, 1 arancia, 1 limone, 1 cucchiaio di capperi, 50 gr di mandorle, 1 ciuffo di basilico, 10 pomodori datterino, 1 fetta di tonno fresco da 200 gr circa, 1 melanzana,

q.b. di sale affumicato e di pepe di sichuan, olio evo

Preparazione:

Far cuocere la melanzana intera in forno o sulla griglia fin quando si ammorbidisce. Ricavare la polpa, schiacciarla con una forchetta e condire il purè ottenuto con sale, olio evo e pepe. Preparare un pesto frullando l’arancia, il limone, i capperi, le mandorle e il basilico. Sistemare i pomodori, tagliati a metà, con la parte tagliata a contatto in una padella molto calda, con un filo d’olio, farli sfrigolare qualche minuto, aggiungere il tonno a cubetti e fare saltare velocemente il tutto, condire con sale e pepe e non appena la pasta è cotta trasferirla nella padella, aggiungere il purè di melanzane e fare spadellare. Unire il pesto, fare amalgamare bene, aggiungendo, se occorre, un po’ di acqua di cottura, regolare di sale e pepe e servire con un filo di olio a crudo.




IL GIOCO DEL CALCIO, DAL MONDO ANTICO AL MONDO MODERNO

Il gioco del calcio ha origini antichissime; se ne hanno tracce già nell’XI secolo a.C. in Giappone, mentre in Cina era molto diffuso il tsu-chu (letteralmente palla di cuoio calciata col piede), un pallone ripieno di piume e capelli femminili che bisognava infilare in un buco sostenuto da due canne di bambù, utilizzando unicamente i piedi. Un manoscritto del 50 a.C., conservato a Monaco, attesta l’introduzione del tsu-chu in Giappone e la disputa d’incontri internazionali tra le squadre dei due paesi. In Grecia, intorno al IV secolo a.C., si affermò l’episkyros, mai però inserito tra le discipline olimpiche del tempo, mentre a Roma, questo gioco si trasformò nell’harpastum che deriva il suo nome dal termine greco arpazo. Nel Medioevo i giochi col pallone furono soprattutto espressione dell’antagonismo tra villaggi o tra fazioni dello stesso villaggio. Verso la fine del Duecento, dalle Isole Britanniche arrivano notizie della presenza di un gioco con la palla. Una cronaca londinese del 1175 narra i timori del popolo per la violenza con cui si giocava al pallone durante il carnevale; un secolo dopo, per questa sua natura violenta, il gioco fu dotato di regole mentre, addirittura, Il 13 aprile del 1314 il re Edoardo II ne proibì la pratica nei luoghi pubblici, nella città di Londra. Nel 1388 il gioco fu messo definitivamente al bando, con un editto del re Enrico V. Proibito in Inghilterra, si era ormai diffuso in Scozia e Francia. In Francia, nello stesso periodo si giocava esclusivamente coi piedi e in modo assai violento la savate. Ma la città dove il gioco con la palla ebbe il massimo fulgore fu la Firenze medicea, dove si praticava il calcio fiorentino, che dava luogo a incontri ufficiali nelle grandi ricorrenze tra i partiti dei “verdi” e dei “bianchi”, rispettivamente della riva sinistra e destra dell’Arno. Una variante del calcio alla fiorentina, veniva usata nel Seicento nella vicina Prato, ma se nel giuoco di Firenze si usano piccoli palloncini colpiti di pugno, a Prato la palla era molto più grande e si colpiva di piede. In Inghilterra, il gioco con la palla ricominciò ad essere liberamente praticato dai giovani frequentanti i college e le università inglesi, grazie a Giacomo Stuart che nel 1617 lo riabilitò. Nacquero così le prime regole scritte di un gioco denominato dribbling-game. Il primo club di football al mondo, lo Sheffield Football Club, fondato il 24 ottobre 1857, giocò la sua prima partita al Parkfield House, e nel 1858 ne furono per la prima volta scritte le regole. E’ solo nel 1863 che il calcio ha finalmente un riscontro istituzionale; è proprio a Londra, al Great Queen Street, che s’incontrano i rappresentanti di undici club e associazioni sportive londinesi, creando la prima federazione calcistica nazionale che prenderà il nome di “Football Association”, con lo scopo di codificare in maniera organica e omogenea il nuovo gioco, ma compromettendo lo sport per eccellenza che nel mondo anglosassone già allora andava sotto nome di football, e cioè il rugby. Nel 1886, viene fondato l’International Football Association Board (IFAB), col compito di far rispettare le regole e, se necessario, di apportarvi modifiche. Tale organo è tuttora in vigore ed è l’unico a livello mondiale a decidere in tema di regolamento del gioco. Il calcio era pronto per varcare i confini nazionali e diffondersi in tutta Europa.

Nel frattempo il gioco si è diffuso un po’ ovunque nel mondo, nel 1891 nacque la Federazione Calcistica della Nuova Zelanda, nel 1892 quella del Sud Africa, nel 1893 quelle di Argentina, Belgio e Cile, nel 1895 quella della Svizzera e nel 1900 quella della Germania. Il primo campionato con partite di andata e ritorno e punteggi per la classifica, fu naturalmente in Inghilterra nel 1889, a cui seguirono poi Argentina, Francia, Belgio, Olanda e Svizzera. La prima partita ufficiale tra nazionali fu disputata tra le nazionali di calcio dell’Austria e dell’Ungheria il 12 ottobre 1902, con la vittoria dei primi per 5-0. La FIFA, acronimo di Fèdèration Internationale de Football Association, viene fondata senza inglesi, il 21 maggio, 1904 per iniziativa di Francia, Svizzera, Olanda, Belgio, Svezia, Danimarca, Spagna; nel 1905 l’affiliazione degli inglesi. La definitiva consacrazione del gioco e della sua diffusione avvenne con le Olimpiadi di Londra del 1908. Oggi sono affiliate alla FIFA 208 federazioni nazionali raggruppate in 6 Confederazioni continentali.

Quanta strada ha fatto il gioco del calcio durante tutti questi anni!

La mia squadra preferita è stata sempre la Juventus, da quando andavo alle medie, ma applaudivo sempre anche chi giocava meglio e meritava di vincere. Lo stesso vale per i Mondiali di calcio; ho guardato in tv, da piccolissima, le partite fra le nazionali di tutto il mondo, sono stata felice quando la nostra Nazionale ha vinto ma non ho mai pianto quando ha perso, neppure se per ingiustizie arbitrali o solo per sfortuna. Quest’anno, però, ho deciso di non guardare i Mondiali di calcio, neppure le partite della nostra Nazionale, perché questo campionato mondiale è diverso, è amaro, non tanto per la crisi economica che attanaglia il mondo (Italia compresa), quanto per ciò che nel nome di questo sport si è fatto e si sta facendo ancora nel paese che lo ospita. I media nazionali non ne parlano, ma basta affacciarsi nel mondo del web per vedere decine di foto che testimoniano come, per far posto allo stadio che ha inaugurato la partita dei mondiali, a Itaquera (popolosissimo quartiere di Rio De Janeiro), sia stata fatta piazza pulita dell’intero quartiere, “deportando” o sfollando in massa, decine di migliaia di cittadini (si parla di oltre 30.000 nella sola Rio, ma di circa 200 mila in tutto il Brasile), colpevoli solo di essere nati poveri in uno stato povero ma ricco allo stesso tempo. La mia coscienza ribolle, la mia indignazione è massima anche perché capisco che tutto il mondo è paese e non aggiungo altro di mio, perché potrei essere scortese nei confronti di chi ama il calcio e di chi invece lo usa come arma; cito solamente le parole dette (pesano tanto) in un’intervista al n.1 della Cbf al quotidiano O Globo dal presidente della federcalcio brasiliana Josè Maria Marin: “Il Brasile andrà all’inferno se non vincerà il Mondiale, a pochi giorni dall’inizio siamo in purgatorio; se vinciamo la coppa andremo in cielo ma se perdiamo, andiamo tutti all’inferno, perché il brasiliano non accetterà un risultato diverso. O campioni o niente”.

Mi permetto di dire: all’inferno ci andremo tutti se non la smettiamo di tirare calci al  mondo intero come fosse una palla.

Sofia Ruta

 

 




Quando Modica era la Venezia del Sud…




SU PER LE SCALE VERSO IL PARADISO

Benvenuti in Paradiso, per accedere però bisogna salire un bel po’ di scale, l’accesso, si sa, non è scontato e la strada da percorrere non è mai piana. Questo lo sappiamo tutti, il Paradiso è faticoso da raggiungere, ma tutti sappiamo che vale la pena fare la fatica, almeno se si vuole entrare in contatto con il sublime.

Anche se quello a cui ci riferiamo è un paradiso che nulla ha a che vedere col trascendente e col sacro, come religiosamente viene inteso, la legge è la medesima, bisogna affrontare la fatica dell’ascendere, ma, una volta superata la resistenza, fisica e mentale,  l’esito è la delizia, lo spettacolare che invade e penetra da ogni poro.

Il “Benvenuti in Paradiso” cui ci riferiamo è l’evento culturale-artistico che per il quarto anno consecutivo viene organizzato e diretto da Marcel Cordeiro sulla collina di Monserrato a Modica. Un evento che ha alla base un atto d’amore verso la città, perché punta a valorizzare la zona più dimenticata, più abbandonata, meno frequentata, nonostante offra una visione prospettica completa della struttura urbana.

L’evento che da quattro anni si ripete porta i modicani dove altrimenti non vanno, li conduce a riflettere su ciò che sciupano, su ciò che abbandonano e su ciò che perdono in termini di bellezza. Ovviamente non coinvolge solo i modicani e questo è un bene, anzi una risorsa con prospettive di futuro, già solo per questo meritorio.

Ogni anno l’evento si dà un tema su cui richiama l’attenzione, quest’ultima edizione appena conclusa ha posto l’attenzione sull’emigrazione. L’abbraccio a Modica del Cristo in cima alla collina della Giacanta ha voluto ricordare i 140 anni dell’emigrazione italiana in Brasile, ma anche quella attuale che giornalmente si riversa sulle coste della Sicilia.

Nella sostanza l’evento è un laboratorio di ricerca dove l’arte è intesa come sperimentazione. L’edizione appena conclusa ha visto il coinvolgimento di numerosi artisti, molti giovanissimi, molti anche modicani, che si sono messi in gioco allestendo installazioni su temi dell’attualità più stretta e su temi in perenne attualità, ciascuno a partire dalla propria creatività, ciascuno con la propria fantasia ed immaginazione.

Tutti insieme, veterani ed esordienti, hanno dato luogo a ventotto stazioni, ventotto punti  di riflessione offerti ai visitatori, ventotto punti dislocati fra vicoli inerpicati sulle scale, in angoli, in grotte, su ballatoi e pianerottoli, dislocati abbarbicati in un percorso scenografico suggestivo di suo, ma reso spettacolare per i materiali usati, per i temi trattati, per l’essenzialità dei mezzi, per la potenza evocativa ed allusiva che l’installazione ha in termini espressivi.

Ventotto francobolli capaci di distillare in una goccia un messaggio limpido chiaro e forte come la grappa buona.

Un francobollo “sull’immigrazione” vista dalla parte di chi si avventura; uno sulla “nazionale del Paradise” che a differenza di quella del pallone non deve farci sognare, ma deve riuscire a vincere e convincere affinché il nostro paese possa tornare a sperare; uno su “Guantanamo” e sullo sconcerto perenne; uno sulla potenza “dell’uragano” da cui difendersi certo, ma anche lasciarsi coinvolgere-travolgere per lasciarsi trasportare in una realtà inedita;  uno “sull’eros” affinché ciascuno possa vedervi quanto mito ideologico infesta questo terreno; poi, “porta-mi delizia” un modo delizioso di condurre la riflessione sulla prospettiva da cui guardiamo il mondo e la vita; uno sulla “bellezza della natura” che non necessita di commenti; sconvolgente quello intitolato “ultima cena a Fukushima”,  poiché all’ora del disastro molte persone erano intorno a un tavolo, allora Michelangelo non poteva che esserne il simbolo rappresentativo, l’esito fantasmatico per via dei materiali usati ne ha ampliato la potenza; “estasi” una riflessione sulle catene con cui ci auto incateniamo; la “stanza del poeta” ovvero una riflessione sulla follia; “cassa da vivo” una provocazione, ma non tanto; un francobollo “sull’attesa” ovvero sulla circostanza in cui a prevalere sull’evento è il carattere dell’individuo; uno sul “ruolo dei libri al giorno d’oggi” come emblema del ruolo della cultura nella società attuale; “mare nostrum” ovvero un grido di disperazione.

Esemplare “la pietà”, ancora un grande dell’arte come veicolo espressivo, Michelangelo, la pietà come emblema della condizione della società attuale, senza lavoro, senza prospettiva, senza futuro, senza speranza, suicida, drogata, avvilita; un altro francobollo “Yacarr (speranza)” per sottolineare l’orrore della violenza sui minori; e poi “re-Living” cioè l’utilità e la logica sana del riuso e del ri-ciclo dei materiali; “il cinghiale bianco” una metafora per riportare lo sguardo in alto, includente la prospettiva del cielo,  perché i desideri mirano all’alto; “drago di Modica alta” ovvero un’ottica diversa sulla lotta tra il bene e il male, un’ottica che invita alla coralità del coraggio per affrontare l’altro da sé affinché ciascuno possa avere un’opportunità.

L’evento ha registrato una partecipazione di pubblico davvero portentosa, lo meritava. Al successo di  partecipazione ne va aggiunto un altro, un aspetto importantissimo da sottolineare: è stato sfatato un pregiudizio sull’arte contemporanea che la vorrebbe etichettare come esoterica, incomprensibile. Questi protagonisti sono riusciti ad essere eloquenti, espliciti, diretti fino alla brutalità, ciascuno dei visitatori ha ricevuto emozioni e sensazioni forti, nessuno è potuto rimanere indifferente.

Quando l’arte raggiunge il cuore dell’uomo e lo turba vuol dire che sa agire il suo ruolo, vuol dire che è utile strumento di comunicazione.

Carmela Giannì