venerdì, 30 Settembre 2022

PURE IL GOVERNO DEL CALCIO HA FALLITO

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Nei periodi di crisi, in tanti paesi la passione per il calcio resta la zattera alla quale aggrapparsi per non affogare, almeno psicologicamente. Ecco perché d’estate, a campionato chiuso, pare che la crisi si avverta di più, e non solo perché si devono ridurre i giorni di vacanza o addirittura rinunciarci del tutto. Andare allo stadio o anche semplicemente sedersi davanti al televisore per tifare la squadra del cuore distoglie la mente dai problemi di ogni giorno, così come anche discutere della partita il giorno dopo al bar con gli amici.

Quest’anno c’era il Campionato del Mondo e si sarebbe potuto immaginare che l’attesa fosse ansiosa ed esaltata anche più del solito perché più del solito ce n’era bisogno. C’è stato invece intorno alla Nazionale molto scetticismo e la sua eliminazione agli ottavi di finale non è apparsa così catastrofica come in altre occasioni.

Azzardiamo che gli italiani abbiano visto in questa squadra il riflesso della politica del Paese: un governo che gestisce in modo vecchio, sbagliato, superato, tutto tentativo di apparenza e nessuna sostanza, sbandierando principi ipocriti, ai quali in realtà non s’ispira, applicando soluzioni ingiuste senza battere ciglio. Di quale governo stiamo parlando, di quello del Paese o di quello del calcio? Fate voi, sempre che riusciate a individuare una qualche differenza.

Siamo partiti per i Mondiali sostenendo che si dovevano privilegiare i giocatori che ci avevano fatto superare le eliminatorie, ma contraddittoriamente abbiamo aggregato elementi mai convocati seguendo criteri incomprensibili a una mente normale. Non si è nemmeno preso in considerazione Tony, goleador in forma splendida quest’anno, perché troppo vecchio, ma il gioiellino Verratti, se non si fosse infortunato Montolivo, non sarebbe stato chiamato perché troppo giovane. Si esclude Criscito, forse ancora succubi di un incomprensibile codice etico che non si applica ai fatti ma al capriccio del momento del nostro CT, un codice etico inventato solo per gettare fumo negli occhi agli italiani ma in modo così maldestro che ha solo smascherato la profonda ipocrisia che l’aveva generato, per poi spostare Chiellini a terzino creando un pauroso buco al centro della difesa con l’inserimento di Paletta. S’invoca la compattezza e serenità del gruppo, ma gli si accollano Cassano e Balotelli, che di chi spacca gli spogliatoi sono i portabandiera. E non scendiamo nei particolari tecnici della disposizione in campo, visto che non è l‘analisi delle partite l’argomento di cui intendiamo occuparci in quest’occasione.

La spedizione italiana in Brasile è stata dunque un totale fallimento, prevedibile e previsto dall’uomo della strada ma non dai vertici della Lega Calcio, però un risultato positivo l’ha prodotto: le dimissioni di Prandelli, che altrimenti avremmo dovuto subire per altri due anni avendo questi rinnovato il contratto subito prima dei Mondiali, e, ancora più, del Presidente della Lega Abete. E’ stato in questo momento che gli italiani hanno cominciato a sperare, si sono esaltati come a un campionato vinto, perché hanno pensato, poveri allocchi!, che queste dimissioni preludessero a un cambiamento, un cambiamento vero. Per arrivarci però occorre una seria volontà, una volontà che non sfiora nemmeno la mente di chi decide. E’ evidente che si vogliono mantenere certi privilegi, ma non ci si rende conto che qualsiasi privilegio si trasformerà in aria fritta nel momento in cui il sistema calcio in Italia avrà completato il crollo già in atto. Già il nostro paese ha perso prestigio in campo internazionale, ce lo dice la Champions League, che vede le nostre squadre sempre più cenerentole. Occorrono, e urgentemente, riforme. E’ indispensabile valorizzare i giovani italiani ristrutturando i campionati giovanili, dove le squadre primavera hanno fatto il loro tempo. In questo senso sarebbe utile guardare alla Spagna, dove esiste una serie B formata dai giovani delle squadre di A, giovani che vengono prevalentemente scelti nei vivai e raramente comprati all’estero. Questo non vuol dire chiudere le porte agli stranieri, che sarebbe anacronistico: lo stimolo e l’esempio dei buoni giocatori, italiani o stranieri che siano, serve sempre ai giovani per crescere. Occorre accelerare la legge sugli stadi, affinché se ne costruiscano di proprietà delle società che potranno allestirli nel modo più adeguato alle proprie esigenze. Occorre accogliere la tecnologia per rivalutare lo sport e le sue regole a scapito di una gestione arrogante e dispotica. Occorre reprimere la violenza negli stadi non attraverso sanzioni deliranti che danneggiano tutti tranne chi davvero la violenza l’ha esercitata, anzi inaspriscono chi le subisce senza motivo col rischio di spingere alla violenza chi altrimenti la violenza non l’avrebbe nemmeno pensata, ma con controlli attenti che oggi, grazie alla tecnologia, sono possibili, anzi addirittura facili, e soprattutto educando i tifosi con decisioni, scelte e comportamenti che esprimano quella lealtà che dello sport dovrebbe essere componente inscindibile e non sempre e soltanto gli interessi dei potenti.

Per fare tutto questo però occorre una mentalità diversa da quella attuale, una mentalità giovane e proiettata verso il futuro. Questa mentalità ancora manca, gli italiani se ne sono accorti quando hanno sentito i nomi in ballo, sia per il presidente che per il commissario tecnico.

L’11 luglio avremo la risposta, ma temiamo di non poter essere troppo ottimisti.

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