venerdì, 24 Marzo 2023

Fabulas (di Sascia Coron)

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IL POLITICO COLITICO

Tanto tempo fa sentii in piazza un bardo itinerante raccontare una storia che mi colpì molto. La riporto per come l’ho sentita, sperando di averla tradotta correttamente dal gaelico con cui il cantastorie si esprimeva.

Che siamo un popolo di anziani a natalità zero ce lo dicono le statistiche internazionali. Che i nostri giovani abbiano interessi diversi da quelli che avevamo noi quando eravamo giovani ce lo dicono le cronache giudiziarie. Che siamo un popolo di vecchi smemorati ce lo dimostra ogni giorno la politica.

Ma cos’è la Politica? In una definizione secca: “l’arte di governare” e, concretamente, il modo di governare, e cioè l’insieme dei provvedimenti con cui si cerca di raggiungere determinati fini.

Basterebbe che tutti conoscessero il senso delle parole più usate per tacitare coloro che, dimostrando di non capirne il significato, ci fanno perdere un mare di tempo ad ascoltare le loro scempiaggini. Piuttosto che indagare sul perché certe cose avvengano, siamo affogati nella melma delle elaborazioni di sedicenti esperti (anche di “politica”) che si arrampicano sugli specchi per spiegare il significato degli effetti delle stesse cose delle quali non si vuole sapere il senso.

Qualcuno ha detto che il sistema migliore perché nulla cambi è quello di cambiare tutto. Nella “politica” che ci ammanniscono non c’è nemmeno bisogno di cambiare: per ottenere il risultato che tutto rimanga uguale, basta “fare finta” di cambiare. L’unica cosa che importa veramente è chiamare in modo suggestivo l’apparenza dei cambiamenti vari ed eventuali. Il titolo dato alle ”apparenze” è l’unica cosa che in “politica” coincida in velocità con la rapidità dei cambiamenti reali.

Chi sa se qualcuno ricorda le “convergenze parallele”. Crediamo quasi nessuno, eppure fu un’espressione molto usata per indicare, con un assurdo geometrico, che due partiti totalmente opposti, rassomigliati a due rette parallele per il fatto di procedere sulla stessa strada, avrebbero potuto incontrarsi.

Nel seguito, un’ipotesi di tal genere venne indicata quale “inciucio” sino a quando non generò un partito che sposò i cavoli con la merenda come fosse il cacio sui maccheroni. Dire questo è fare “antipolitica”, la parola che più spesso viene oggi adoperata, anche soltanto per additare chi la fa fuori dal vaso.

 Antipolitica è un grimaldello universale che apre tutte le porte e definisce genericamente una vasta categoria di atteggiamenti di singoli cittadini, di gruppi organizzati, di masse nelle piazze, non circoscrivibili in altre etichette ormai sfruttate.

Siamo consapevoli che anche questa parola avrà vita breve, come “qualunquismo”, e tuttavia ce ne occupiamo perché attualmente furoreggia negli  strumenti di comunicazione di due caste (impure): sulle bocche dei politici e sugli scritti dei giornalisti.

Antipolitica è parola composta, dove il prefisso anti indica l’avversione di chi è “contro” o è rivolto a combattere o a prevenire”. Ma cosa? La Politica per come l’abbiamo prima definita? E’ praticamente impossibile crederlo. Quindi, antipolitica non può che appartenere, e non ci sorprende, alla categoria dei composti propri del linguaggio dell’improvvisazione o della pubblicità [ho tradotto in questo modo il gaelico sluaghghairm = grido di guerra da cui deriva l’inglese slogan].

Quando eravamo giovani “L’arte di governare” ci infiammava il cervello e il cuore. Ai politici d’oggi procura la colite che è l’infiammazione del colon. Forse, stanno troppo seduti nelle poltrone dalle quali farebbero bene ad alzarsi per evitare l’infiammazione del colon (quello con la u e l’accento tonico sulla o rimanente) che è molto dolorosa anche quando si provi a sedarne il tormento con una ciambella, di salvataggio.

Mi pare che il Bardo avesse ragione allora. Ma non posso fare a meno d’osservare che, rispetto a quel lontano passato, le cose sono peggiorate e di molto. Per questo tali tipi di concioni devono rimanere nelle favole dove il non senso acquista un suo senso.

 

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