mercoledì, 29 Giugno 2022

Fabulas (di Sascia Coron)

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la leggenda di Cincinnato e poi Cincinmorto

Mi è venuto un dubbio: non è che qualcuno ha pensato che fabulas sia il plurale di fabula? No! Essendo in latino tale termine neutro, fabulas è l’accusativo plurale della parola. Infatti, fabulas è un indizio per immaginare il verbo sottinteso. Il mio è explico, svolgo, come si svolgono le spire di un serpente.

Ciò detto vi racconto la favola, ricavata dal sopravvissuto libro III del “Ab urbe Condita libri”, opera colossale iniziata da Tito Livio nel 27 a.C. Ma perché favola? Per il semplice motivo che il detto storico non aveva accesso a fonti storiche sicure, veniva dalla Padania, e s’inventava le cose come gli facevano comodo per essere gradito al popolo e ai potenti, infatti, resta più noto per lo stile che per la veridicità dei suoi scritti.

Poiché gli stessi Romani non avevano la minima idea di quando fosse sorta sul Palatino Roma, in età imperiale prevalse l’ipotesi di Varrone che fissava nell’anno 753 a.C. la data della sua fondazione e da quella data (ab urbe condita) fecero partire il loro calendario.

Intorno al 510 a.C. la famiglia dei Tarquini fu cacciata da Roma, chiudendo il periodo monarchico. Il potere del Re passò a due Consoli eletti dal patriziato e duranti in carica un anno. La loro autorità derivava dall’imperium militare. Il Senato, che era stato il consiglio del Re, divenne il consiglio dei Consoli, trasformandosi in organo investito della continuità del governo. Il Senato della Repubblica era una emanazione del patriziato al quale si opponeva la plebe.

Lotte feroci furono combattute fra patrizi e plebei per ottenere l’uguaglianza economica, politica e civile di tutti i cittadini di Roma.

L’uguaglianza giuridica fra patrizi e plebei, e cioè l’uguaglianza di tutti gli uomini liberi di fronte alla legge (i cives), venne fissata intorno al 451 a.C. in XII Tavole che rimasero la regola a fondamento dello Stato (dura lex sed lex).

Sin dall’inizio, nel periodo repubblicano rimasero inderogabili alcuni capisaldi basilari:

i due Consoli dovevano essere eletti dal popolo, cioè dai soli uomini liberi, donne escluse; su di essi si fondava il diritto pubblico e ad essi spettava chiamare alle armi, imporre tributi, concludere paci o trattati, convocare il Senato e i comizi, esercitare la giurisdizione civile;

il Senato era organo collegiale e dalla collegialità discendeva la reciproca sorveglianza; in caso di pericoli sia esterni che interni tutti i poteri si raccoglievano nelle mani di un Dittatore;

nel tempo in cui restava in carica il Dictator, venivano sospese tutte le leggi repubblicane ma, essendo stato affidato a lui il compito di salvare la patria, egli garantiva l’unità del comando e ne assumeva tutte le responsabilità.

Tullio Ostilio, terzo re di Roma, distrutta Alba Longa nel 673 a.C., invitò i patrizi sopravvissuti di quella città ad accrescere la scarsa popolazione di Roma e di risiedere sul colle Celio. In particolare assegnò terreni, beni e sostanze ai Quinctii o Quintii (Quinzi), dichiarandoli cittadini romani.

Il primo della gens Quintia a divenire console fu Tito Quinzio Barbato (barbuto), fratello di Livio Quinzio Cincinnato (riccioluto), e fu console per 6 volte.

Lucius Quintius Cincinnatus nel 460 a.C. fu console, sia pure suffectus (supplente). Alla scadenza del mandato annuale tornò ai suoi campi.

Nel 458 dovette abbandonare a malincuore il fondicello che coltivava ai prata Quinctia oltre Tevere, per salvare Roma dagli Equi che sconfisse; provvisoriamente. Deposta la carica di Dittatore, tenuta per 16 giorni anziché per 6 mesi, ritornò a fare il contadino. A Cincinnato interessava il potere meno del podere che curava personalmente con gran discernimento e competenza.

Ma nel 439 fu richiamato ancora una volta, e per fronteggiare una assai più pericolosa insidia alla Repubblica, quella interna di Spurio Melio che mirava a restaurare la monarchia e farsi Re con l’uso demagogico della sua enorme ricchezza. Durante la carestia, fingendosi cavaliere, questo privato cittadino si faceva molti clientes corrompendo e comprando Tribuni, distribuendo grano gratuito alla plebe che perciò lo adorava.

Nel 439 a.C. Tito Quinzio Barbato, console per la sesta volta, propose di conferire al fratello Cincinnato la dittatura. Roma lo chiamò ancora e Cincinnato rispose. Il Dittatore convocò Melio mandandogli Gaio Servilio Strutto Ahala che uccise il lestofante. Famose le parole di Cincinnato rivolte all’assassino, “Gloria a te Gaio Servilio, che hai liberato la Repubblica” e quelle rivolte al popolo riunito, “anche se fosse stato innocente dall’accusa di aspirare al regno, Melio non ha risposto alla convocazione del dittatore portata dal maestro della cavalleria”. (Ogni tanto serve lo Strutto!). Abbandonata la seconda dittatura Cincinnato torna al podere dove muore nel 437 a.C.

Questa storia pone molte domande. Ammesso che le date siano giuste e i fatti veri, ne ho scelto alcune fra le tante.

Come mai Cincinnato, appartenente ad una delle gentes minores (non fondatrici di Roma), viene investito della dittatura e chiamato da Livio “spes unica imperii populi romani, ultima speranza per l’autorità del popolo romano”? Vero è che erano passati 215 anni da quando i romani avevano raso al suolo Alba Longa, ma è possibile che i discendenti dei nobili provenienti da quella città avessero dimenticato che Leuke Makra (Bianca Grande) era stata fondata da Ascanio, figlio di Enea, e che la madre di Romolo e Remo era figlia del loro re, l’albano Numintore? Basta così poco tempo per perdere la propria identità e l’orgoglio delle proprie origini?

Al tempo della prima dittatura Cincinnato aveva 62 anni, età avanzata a Roma dove, chi fosse sopravvissuto alla falcidie della mortalità infantile, moriva in media a 30 anni, ma forse aveva ancora energie sufficienti per assumere il comando assoluto. E’ tuttavia credibile che riuscisse a dominare gli orgogliosi patrizi delle gentes maiores e la plebe che lo odiava con tutte le sue forze?

Nella seconda dittatura Cincinnato aveva 81 anni e arava nudo il suo campicello (lo dicono Plinio il Vecchio e Aurelio Vittore). Ma è mai possibile che i romani cedessero ogni potere ad un vecchio rincoglionito che sarebbe morto di lì a due anni? Ma veramente non avevano nessuno che lo potesse sostituire? Eppure la leggenda di Cincinnato fa ancora scuola ai tempi nostri.

Nel modo di dire “fare il Cincinnato” si indica chi conduca una vita semplice, frugale e ritirata, ma anche chi lo dà a credere, ostentando una semplicità che in realtà non possiede. E questo alla faccia del padano di provincia Tito Livio la cui visione del mondo fu sconvolta dal suo arrivo a Roma e dagli stretti rapporti intrattenuti con Augusto che lo chiamava “pompeiano” per il suo filo-repubblicanesimo.

Sascia Coron

 

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