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CONAD SCHERMA MODICA: UN BEL REGALO PER IL SUO TRENTENNALE

Era partita in sordina avendo ottenuto la disponibilità di alcuni locali presso il Castello dei Conti, sostenuta da un privato, il dottor Antonio Cartia, guidata da Giorgio Scarso, un maestro di scherma sorretto, oltre che da un’assoluta professionalità, dalla fiera convinzione che questo sport di grande eleganza e nobiltà sarebbe riuscito a farsi conoscere e apprezzare nella nostra città. Forse però non immaginava fino a che punto questo sarebbe accaduto e quanto la scherma stessa avrebbe potuto regalare a Modica.

E’ stata un’ascesa difficile, come sempre succede alle migliori iniziative proposte dai privati, quindi non calate dall’alto con tutti i benefici e le agevolazioni collegati, ma la costanza, l’intelligenza, la professionalità, la passione sono riuscite a renderla la più bella realtà degli Iblei. Non per nulla il maestro Scarso è giunto alla vicepresidenza del Coni, una carica prestigiosa che proprio non è facile raggiungere partendo dall’estremo lembo dell’Italia.

Dopo essersi fatta valere in giro per il mondo, Modica è entrata nel ristrettissimo club mondiale scelto dalla Federazione Internazionale di Scherma per ospitare eventi e corsi di formazione professionale per arbitri, atleti e maestri. Sono solo sette le città, sparse in tutte le parti del mondo, a far parte di questo gruppo e Modica è la terza dopo New York e la tedesca Tauber.

“Con orgoglio e commozione vivo questo giorno. – ha detto il maestro Scarso – Abbiamo voluto presentare oggi questa iniziativa perché si conclude il trentennale della Scherma Modica. Aver individuato Modica come città FIE è un motivo d’orgoglio ma anche un impegno che la città deve assumere, da domani dobbiamo essere bravi a trasformare l’entusiasmo in impegno”.

Eh, già, sono passati trent’anni da quando questa disciplina sportiva fece la sua comparsa sulla scena modicana, ma non sono poi tanti per uno sport che non è retto dal business ma solo dall’autentica passione.  Oggi la scherma ha fatto conoscere a tutto il mondo la nostra città e di questo tutti dovremo per sempre esserle grati.

L. Montù 




ECCO, QUESTO È IL NATALE!

WP_20141215_004WP_20141212_093WP_20141212_063Il Natale è una festa religiosa che celebra la nascita di Gesù Bambino e che unisce famiglie intere, spesso però tendiamo a rendere quest’evento alquanto frivolo e inadeguato, eccedendo e non badando a spese, per cui, anche se si è perso il lavoro e si vive di stenti o si muore per i debiti, durante i giorni che lo precedono corriamo freneticamente per negozi e supermercati, dimenticando il vero significato di questo giorno. Soprattutto, dimenticando il dovere morale di mantenere in vita un diritto che è uguale per tutti, quello di vivere o di far vivere serenamente e dignitosamente quest’evento così importante alle persone che più hanno bisogno, ai più poveri, che vivono la solitudine della sofferenza accuditi da parenti ai quali è stata tolta ormai ogni speranza. E’ così che questo giorno di festa, che dovrebbe essere serenamente bello per tutti, diventa angosciosamente brutto e triste per tanti.

Ed è per questo che oggi desidero augurare ai nostri lettori un buon Natale parlando di qualcosa e di qualcuno che riesce a rendere sereno non solo questo giorno di festa ma tutti i giorni dell’anno in cui c’è più bisogno di aiuto, tutelando in primis la dignità e l’angosciosa paura della sofferenza umana. E’ l’Hospice di Modica e tutte le figure empaticamente professionali che vi operano all’interno con un grande senso di solidale umanità.

L’Hospice, inaugurato nel settembre del 2010, è uno dei circa 10 centri che si trovano nella nostra regione a carico del Servizio Sanitario Nazionale. E’ diverso da tutti gli altri reparti ospedalieri, sia strutturalmente che umanamente. E’ situato all’interno dell’Ospedale Maggiore, nell’ala nuova (che però di nuovo ha solo l’interno, perché l’esterno sembra quasi un’oasi di foresta abbandonata) e, grazie alla legge 38/2010 che sancisce il diritto a tutti di non soffrire e tutela e garantisce l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore, contribuisce, con un’équipe multidisciplinare composta da medici, infermieri, operatori socio-assistenziali specificamente preparati, coadiuvati da psicologo, assistente sociale e fisioterapista, a un piano di cura che, pur non combattendo direttamente la causa della malattia, garantisce la migliore qualità di vita possibile alle persone malate, attenuandone il dolore e tutti i sintomi, mirando nel contempo al benessere fisico, psicologico, sociale e spirituale dell’ammalato e dei suoi cari.

E’ un reparto molto accogliente già a prima vista, soprattutto in questi giorni natalizi, perché addobbato con alberi e stelle di Natale che lo rendono caldo e festoso esattamente come un ambiente familiare. La struttura è in grado di accogliere dieci pazienti, ricoverati in camere singole, ciascuna dotata di bagno per i diversamente abili, mentre un singolo familiare può pernottare con l’ammalato nella stessa camera, dotata di una poltrona-letto. Il servizio vitto viene effettuato dalla cucina dell’ospedale e garantisce ai degenti ogni giorno varie possibilità di scelta tra diverse portate. Nella sala da pranzo, il malato assieme ai familiari può pranzare e cenare. Inoltre, a disposizione degli utenti vi è un locale cucina adibito a preparazione/riscaldamento alimenti. Il soggiorno è il principale spazio di socializzazione ed è dotato di TV e di una piccola biblioteca. I volontari LILT, che affiancano da poco tempo il personale medico del centro, col loro operato e i loro sorrisi allietano le giornate ai pazienti e ai familiari tutti, preparando e offrendo caffè e cioccolata calda per tutti, insieme a torte dolci e salate, sia per colazione  che per merenda.  Essi infatti, sono presenti nel reparto dal mese di settembre 2014 come tirocinanti, grazie all’Azienda Sanitaria di Ragusa che li ha selezionati dopo che gli stessi hanno partecipato prima al bando di un corso formativo gratuito chiuso il 02/05/2014,  a un colloquio con un psicologo per verificare l’idoneità e l’attitudine a fare volontariato, insieme ad un percorso di base di 20 ore e infine, per quelli ritenuti idonei, un tirocinio pratico presso l’Hospice di Modica della durata di 20 ore.

E proprio il 12 dicembre, a partire dalle ore 17,30 presso l’Hospice di Modica, per iniziativa della poetessa e volontaria  Enza Giurdanella e di tutti coloro che come lei hanno praticato il tirocinio di volontari LILT del reparto, si è tenuta una grande festa organizzata da loro stessi anticipando di qualche giorno la festa del Natale nel reparto. Festa durante la quale sono stati consegnati loro gli attestati, rendendoli così, alla presenza di una grande platea,  ufficialmente volontari della Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori e il loro compito è quello di affiancare l’équipe medica del reparto per sostenere col sorriso e la loro manualità nel coinvolgere i pazienti e i loro familiari stessi. I volontari LILT, hanno voluto ringraziare con una grande cerimonia anche la consegna dei quadri donati all’Hospice da parte di artisti modicani e della provincia iblea che hanno reso, coi loro dipinti, il reparto ancora più accogliente e sereno. Tanti gli artisti presenti all’evento, ne cito alcuni: il maestro Salvatore Fratantonio, Emanuela Iemmolo, Marica Occhipinti, Anna Ottaviano, GiEffe Giuseppe Fratantonio, Rosanna Criscione, Silvana Boccadifuoco, Guido Cicero che, in chiusura, ha ringraziato per il loro operato tutti i componenti del centro che lui stesso ignorava esistesse. Presenti anche l’artista modicano Piero Pisana, che ha letto alcune poesie di Carmelo Assenza, fra cui “U presepi“, e i componenti del gruppo modicano “Muorica Mia“ Carmelo Spadaro, Carmela Migliore, Marcello Bruno e Carmelo Cavallo alla fisarmonica, che  hanno cantato e suonato canzoni prettamente dialettali sul Natale. Non è mancata la presenza del primario del reparto, dottor Vittorio Cataldo, che ha ringraziato subito tutti indistintamente e poi si è seduto tra i malati presenti per lo spettacolo, parte del personale medico e infermieristico del reparto, lo psicologo dottor Michele Cappello, l’assistente sociale Marilena Lao, la psicologa della LILT di Ragusa dottoressa Rosalinda Arena. Una grande festa insomma, con anche un abbondante rinfresco finale che è stato distribuito in tutte le stanze del reparto ai degenti e ai parenti che non hanno potuto partecipare all’evento. Tombolata, regali e cena, sempre organizzati dai volontari in collaborazione coi parenti dei degenti, il 23 dicembre per celebrare la Vigilia in famiglia, questa grande famiglia che è l’Hospice.

“Esiste anche un tempo di attesa che merita di essere vissuto con le migliori cure, sia per il malato che per la persona che lo assiste. All’Hospice, infatti, non ci si prende cura solo del malato ma anche del suo entourage familiare che forma con il primo un tutt’uno da accudire nell’atroce situazione creata dalla malattia. E’ quindi prima di tutto il luogo della non-solitudine familiare, della condivisione del dolore, della socializzazione e della solidarietà ma soprattutto un luogo dove la vita diventa durata e il tempo si percepisce solo nella dimensione di quest’ultima che raccoglie e unisce insieme, come in un piccolo scrigno, ogni istante vissuto accanto ai propri cari che stanno per lasciarci. Per l’esperienza che ho vissuto, è il luogo dove questo conflitto si spezza e viene meno ogni umana rabbia, dove ci si abitua a soffrire non da soli, ma amorevolmente accuditi da tutto lo staff di infermieri e di operatori socio-sanitari che ci lavorano con dedizione sotto la guida sicura e rassicurante del dottor Vittorio Cataldo, degna personificazione del giuramento di Ippocrate. Le mie non vogliono essere parole lusinghiere da parte di chi sta prendendo commiato, almeno finché la vita vorrà, da un luogo che lo ha servito in tutti i sensi negli ultimi mesi di vita di una persona cara, ma aspirano a diventare un messaggio di forza a non arrendersi anche quando la malattia meschina e brutale bussa alla nostra porta. La mia lettera vuole essere un sentito ringraziamento a tutto il personale di questa struttura che ha contribuito con la sua professionalità e umanità e rendere meno pesanti e tristi i mesi vissuti al suo interno”. Queste parole sono tratte da una lettera scritta il 20 settembre 2011 da Manuela Pitino, figlia di un paziente. La lettera, insieme a tante altre, si trova all’interno di un libro blu, blu come il colore del cielo e di tutte  le porte delle stanze del reparto. Un libro che parla da solo a chi entrando nella saletta d’attesa del reparto, come calamitato va a sfogliarlo soffermandosi a leggere e con serenità sorride dignitosamente al dolore, perché tra le pagine di questo libro, come pure in tutto ciò che lo circonda, il Natale lo si respira tutti i giorni e tutte le volte che un sorriso donato col cuore riesce ad alleviare il dolore della sofferenza a chi ne ha più bisogno. Ecco, questo è il Natale!

Sofia Ruta

 

 

 

 

 

 

 




LA MODICA DI ENZO BELLUARDO




LA MODICA DI ENZO BELLUARDO




LE BANCHE COOPERATIVE OGGETTO DEL FORUM DI BRUXELLES

Le Banche Cooperative. Un modello per finanziare l’economia reale” è il tema del Forum tenutosi lunedì primo dicembre a Bruxelles ed organizzato dal Comitato Economico e Sociale Europeo (CES), con la collaborazione dell’Associazione delle Banche Cooperative Europee (EACB), dell’Associazione Internazionale delle Banche Popolari (CIBP), dell’Associazione Europea delle Piccole e Medie Imprese (UEAPME) e di Unico Banking Group.  Al Forum ha partecipato per Federcasse (l’Associazione Italiana delle BCC e Casse Rurali) il Direttore Generale Sergio Gatti. Ribadendo il ruolo delle PMI nella tenuta delle economie reali, Gatti ha sottolineato: “Se le PMI sono imprese speciali è necessario che lavorino con banche speciali. Banche che abbiano la voglia e la capacità di valutare con attenzione la piccola impresa, di impegnarsi a sostenerne i più elevati costi di transazione e di monitoraggio, di accompagnarle anche in periodi difficili”. Queste banche – ha proseguito il Dg di Federcasse – sono le banche cooperative, la cui particolarità è di essere al servizio dei soci e dei clienti per un motivo fondamentale: sono stakeholder banks, nel loro DNA non è presente l’interesse a massimizzare il profitto a breve termine o il profitto tout court ma ad offrire il miglior servizio compatibile con la economic viability di lungo periodo“.

Il Forum è stato occasione per presentare il Patto per lo sviluppo siglato dall’Associazione delle Banche Cooperative Europee (EACB) e dall’Associazione Europea delle Piccole e Medie Imprese (UEAPME), documento congiunto finalizzato a ribadire il ruolo essenziale delle banche cooperative per il sostegno non solo all’economia reale, ma – all’interno di esso – al grande tessuto delle micro e medie attività produttive, vera ossatura del sistema produttivo europeo.  “Banche Cooperative e PMI europee – si legge nel Documento – chiedono all’Unione Europea di riconoscere il ruolo cruciale da loro svolto per sostenere l’economia reale. Banche Cooperative e PMI rappresentano difatti il 99,8% delle imprese attive nel vecchio continente, di cui circa il 92% con meno di dieci dipendenti. Imprese – continua la nota congiunta – maggiormente radicate in attività non finanziarie e che pertanto hanno un impatto cruciale sul welfare, la crescita economica e l’innovazione”. “Attraverso il loro modello distintivo, basato sulla prossimità alle comunità locali – continua la nota – le Banche cooperative sono le partner privilegiate delle PMI. Per fare un esempio, in alcuni Paesi come Italia, Francia, Germania e Olanda, una quota tra il 25 e il 45% dei prestiti alle PMI sono garantiti dalle Banche Cooperative, che arrivano anche alla quota del 50% di clientela. In questo contesto le banche cooperative hanno garantito liquidità e stabilità al sistema economico, sin dallo scoppio della crisi”. “Per questo – prosegue la nota – è molto importante che i flussi di finanziamento alle PMI da parte delle Banche Cooperative non venga indebolito da una regolamentazione dannosa. Una regolamentazione su misura che risponda ai bisogni finanziari dell’economia europea rimane pertanto un obiettivo centrale”. Nell’ambito delle Consultazioni avviate dalla Commissione Europea per rafforzare la politica europea a favore delle PMI e delle Imprese nel quinquennio 2015/2020, l’Associazione delle Banche Cooperative Europee e quella delle Piccole e Medie Imprese avanzano ai Regolatori europei le seguenti raccomandazioni: 1. porgere costante attenzione all’applicazione dei criteri di proporzionalità nel nuovo sistema regolamentare, al fine di evitare impatti non voluti e dannosi sulla banche cooperative e, di riflesso, sulla loro possibilità di erogare impieghi a favore delle economie locali; 2. definire livelli di leverage ratio differenziati in ragione dei diversi modelli di business, profili di rischio, tipologie di portafoglio degli intermediari; 3. ri-definire requisiti patrimoniali che non riducano la possibilità di erogare crediti alle PMI; 4. sviluppare nuove forme di finanziamento per le PMI anche attraverso la promozione di operazioni di cartolarizzazione; 5. evitare l’insorgenza di oneri amministrativi e di costi per l’adeguamento normativo sproporzionati ed insostenibili.

Giovanni Bucchieri




SANTA CROCE COME COGNE? NO, GRAZIE!

L’orribile vicenda del piccolo Andrea Loris Stival ha purtroppo attivato le perversioni peggiori del solito carrozzone del circo mediatico. In una ridda di chiacchiere basate per lo più su illazioni, maldicenze e indiscrezioni si è buttato fango su un cittadino che, dando prova di volontà collaborativa, ha fatto il suo dovere, partecipando alle ricerche del bambino, e trovandolo. Adesso è indagato per una serie di reati che spazia dal rapimento e omicidio fino al possesso irregolare di munizioni; perquisite a pettine fitto due case, poste sotto sequestro due auto, serenità familiare compromessa.

I ROS e il RIS spargono Luminol a valanga: auguriamoci che non si pestino i piedi l’uno con l’altro, Carabinieri e Polizia si sono sempre amati poco.  I risultati di indagini basate solo su prove scientifiche sono stati troppo spesso fonte di battaglie giudiziarie estenuanti, combattute a suon di perizie che si smentiscono l’una con l’altra. Adesso i sospetti si addensano sulla mamma: troppe contraddizioni, strani atteggiamenti di collaborazione che le si ritorcono contro, le telecamere-spia che ne smentiscono i movimenti asseriti. Gli elementi per assistere a un dramma-fiction ci sono tutti: il carosello di criminologi, periti settori, psicologi e inviati speciali si è messo in moto alla grande.

Una domanda nasce spontanea: da dove escono tutte queste voci? C’è qualcuno tra gli investigatori che fa uscire notizie che sarebbe meglio tenere riservate? In un caso del genere è ovvio che si attivi il tam-tam di paese, ma per una buona riuscita delle investigazioni una certa prudenza non guasta. Il diritto di cronaca non può travalicare la tutela della privacy e dell’onorabilità delle persone, almeno fino a che non vi siano prove effettive di responsabilità. A chi e perché fa comodo attivare queste dinamiche? C’è qualcuno che ci lucra sopra?

Stupisce la gran quantità di telecamere presenti e funzionanti in una realtà cittadina piccola come Santa Croce: probabilmente non è un paese esente da eventi criminosi come si pensava. Il caporalato e lo sfruttamento di manodopera dell’est ed extracomunitario e lo spaccio di droghe sono fenomeni presenti nella zona e danno certamente problemi.

Non vogliamo che Santa Croce Camerina venga ricordata come Avetrana, Brembate o Cogne. Speriamo che gli investigatori sappiano fare il loro mestiere, e lo possano fare con calma, acume e saggezza. Auguriamoci che si arrivi presto a scoprire la verità sull’assurda e crudele fine di un bimbo di otto anni, e che possa riposare in pace.

ldnp




Fabulas (di Sascia Coron)

la leggenda di Cincinnato e poi Cincinmorto

Mi è venuto un dubbio: non è che qualcuno ha pensato che fabulas sia il plurale di fabula? No! Essendo in latino tale termine neutro, fabulas è l’accusativo plurale della parola. Infatti, fabulas è un indizio per immaginare il verbo sottinteso. Il mio è explico, svolgo, come si svolgono le spire di un serpente.

Ciò detto vi racconto la favola, ricavata dal sopravvissuto libro III del “Ab urbe Condita libri”, opera colossale iniziata da Tito Livio nel 27 a.C. Ma perché favola? Per il semplice motivo che il detto storico non aveva accesso a fonti storiche sicure, veniva dalla Padania, e s’inventava le cose come gli facevano comodo per essere gradito al popolo e ai potenti, infatti, resta più noto per lo stile che per la veridicità dei suoi scritti.

Poiché gli stessi Romani non avevano la minima idea di quando fosse sorta sul Palatino Roma, in età imperiale prevalse l’ipotesi di Varrone che fissava nell’anno 753 a.C. la data della sua fondazione e da quella data (ab urbe condita) fecero partire il loro calendario.

Intorno al 510 a.C. la famiglia dei Tarquini fu cacciata da Roma, chiudendo il periodo monarchico. Il potere del Re passò a due Consoli eletti dal patriziato e duranti in carica un anno. La loro autorità derivava dall’imperium militare. Il Senato, che era stato il consiglio del Re, divenne il consiglio dei Consoli, trasformandosi in organo investito della continuità del governo. Il Senato della Repubblica era una emanazione del patriziato al quale si opponeva la plebe.

Lotte feroci furono combattute fra patrizi e plebei per ottenere l’uguaglianza economica, politica e civile di tutti i cittadini di Roma.

L’uguaglianza giuridica fra patrizi e plebei, e cioè l’uguaglianza di tutti gli uomini liberi di fronte alla legge (i cives), venne fissata intorno al 451 a.C. in XII Tavole che rimasero la regola a fondamento dello Stato (dura lex sed lex).

Sin dall’inizio, nel periodo repubblicano rimasero inderogabili alcuni capisaldi basilari:

i due Consoli dovevano essere eletti dal popolo, cioè dai soli uomini liberi, donne escluse; su di essi si fondava il diritto pubblico e ad essi spettava chiamare alle armi, imporre tributi, concludere paci o trattati, convocare il Senato e i comizi, esercitare la giurisdizione civile;

il Senato era organo collegiale e dalla collegialità discendeva la reciproca sorveglianza; in caso di pericoli sia esterni che interni tutti i poteri si raccoglievano nelle mani di un Dittatore;

nel tempo in cui restava in carica il Dictator, venivano sospese tutte le leggi repubblicane ma, essendo stato affidato a lui il compito di salvare la patria, egli garantiva l’unità del comando e ne assumeva tutte le responsabilità.

Tullio Ostilio, terzo re di Roma, distrutta Alba Longa nel 673 a.C., invitò i patrizi sopravvissuti di quella città ad accrescere la scarsa popolazione di Roma e di risiedere sul colle Celio. In particolare assegnò terreni, beni e sostanze ai Quinctii o Quintii (Quinzi), dichiarandoli cittadini romani.

Il primo della gens Quintia a divenire console fu Tito Quinzio Barbato (barbuto), fratello di Livio Quinzio Cincinnato (riccioluto), e fu console per 6 volte.

Lucius Quintius Cincinnatus nel 460 a.C. fu console, sia pure suffectus (supplente). Alla scadenza del mandato annuale tornò ai suoi campi.

Nel 458 dovette abbandonare a malincuore il fondicello che coltivava ai prata Quinctia oltre Tevere, per salvare Roma dagli Equi che sconfisse; provvisoriamente. Deposta la carica di Dittatore, tenuta per 16 giorni anziché per 6 mesi, ritornò a fare il contadino. A Cincinnato interessava il potere meno del podere che curava personalmente con gran discernimento e competenza.

Ma nel 439 fu richiamato ancora una volta, e per fronteggiare una assai più pericolosa insidia alla Repubblica, quella interna di Spurio Melio che mirava a restaurare la monarchia e farsi Re con l’uso demagogico della sua enorme ricchezza. Durante la carestia, fingendosi cavaliere, questo privato cittadino si faceva molti clientes corrompendo e comprando Tribuni, distribuendo grano gratuito alla plebe che perciò lo adorava.

Nel 439 a.C. Tito Quinzio Barbato, console per la sesta volta, propose di conferire al fratello Cincinnato la dittatura. Roma lo chiamò ancora e Cincinnato rispose. Il Dittatore convocò Melio mandandogli Gaio Servilio Strutto Ahala che uccise il lestofante. Famose le parole di Cincinnato rivolte all’assassino, “Gloria a te Gaio Servilio, che hai liberato la Repubblica” e quelle rivolte al popolo riunito, “anche se fosse stato innocente dall’accusa di aspirare al regno, Melio non ha risposto alla convocazione del dittatore portata dal maestro della cavalleria”. (Ogni tanto serve lo Strutto!). Abbandonata la seconda dittatura Cincinnato torna al podere dove muore nel 437 a.C.

Questa storia pone molte domande. Ammesso che le date siano giuste e i fatti veri, ne ho scelto alcune fra le tante.

Come mai Cincinnato, appartenente ad una delle gentes minores (non fondatrici di Roma), viene investito della dittatura e chiamato da Livio “spes unica imperii populi romani, ultima speranza per l’autorità del popolo romano”? Vero è che erano passati 215 anni da quando i romani avevano raso al suolo Alba Longa, ma è possibile che i discendenti dei nobili provenienti da quella città avessero dimenticato che Leuke Makra (Bianca Grande) era stata fondata da Ascanio, figlio di Enea, e che la madre di Romolo e Remo era figlia del loro re, l’albano Numintore? Basta così poco tempo per perdere la propria identità e l’orgoglio delle proprie origini?

Al tempo della prima dittatura Cincinnato aveva 62 anni, età avanzata a Roma dove, chi fosse sopravvissuto alla falcidie della mortalità infantile, moriva in media a 30 anni, ma forse aveva ancora energie sufficienti per assumere il comando assoluto. E’ tuttavia credibile che riuscisse a dominare gli orgogliosi patrizi delle gentes maiores e la plebe che lo odiava con tutte le sue forze?

Nella seconda dittatura Cincinnato aveva 81 anni e arava nudo il suo campicello (lo dicono Plinio il Vecchio e Aurelio Vittore). Ma è mai possibile che i romani cedessero ogni potere ad un vecchio rincoglionito che sarebbe morto di lì a due anni? Ma veramente non avevano nessuno che lo potesse sostituire? Eppure la leggenda di Cincinnato fa ancora scuola ai tempi nostri.

Nel modo di dire “fare il Cincinnato” si indica chi conduca una vita semplice, frugale e ritirata, ma anche chi lo dà a credere, ostentando una semplicità che in realtà non possiede. E questo alla faccia del padano di provincia Tito Livio la cui visione del mondo fu sconvolta dal suo arrivo a Roma e dagli stretti rapporti intrattenuti con Augusto che lo chiamava “pompeiano” per il suo filo-repubblicanesimo.

Sascia Coron

 




IL BEL PAESE CHE VIVE D’IPOCRISIA

Il 3 dicembre è stata la giornata internazionale delle persone con disabilità. L’Anfas Onlus di Modica ha emesso un comunicato sul quale ci sembra necessario riflettere tutti. Constata infatti la scarsa utilità dei servizi per disabili forniti attraverso i bandi, mentre il disabile, nella consapevolezza della propria disabilità, ha anche ben chiaro di quale tipo di servizi necessita e a chi rivolgersi perché questi gli siano forniti.

Quest’osservazione fondamentalmente giusta ci spinge ad analizzare la situazione del disabile nel nostro paese. La prima cosa che crediamo dovrebbe essere presa in considerazione è che la disabilità non è uno status identico per tutti coloro che ne sono portatori, mentre chi se ne occupa troppe volte lo fa come se invece lo fosse, col risultato di peggiorare la situazione. Purtroppo nella nostra società chi gestisce il pubblico vive della presunzione di sapere esattamente ciò che occorre alle esigenze di tutti e se, per conoscere i problemi di una città o di una nazione, potrebbe essere sufficiente viverla (non da privilegiati come coloro che decidono bensì da gente comune come quella che le decisioni le subisce), per conoscere i problemi dei disabili, e conseguentemente per fornire i relativi servizi, è necessario essere disabili.

Il più delle volte chi va a presentare la domanda per l’invalidità si deve recare in uffici ai quali si può accedere solo attraverso le scale perché gli ascensori, quando ci sono, non funzionano mai (sarà poi vero?), deve affrontare file interminabili e stressanti e spesso persino spese pesanti per qualcuno che lo possa accompagnare. E’ giusto? Certamente no, ma è anche degradante per il paese nel quale queste cose avvengono. Le strade sono pressoché impraticabili, sia per le carrozzine che per deambulare con le stampelle, i varchi appositi sono realizzati senza alcun criterio sia per come sono fatti che per il punto del marciapiede in cui si trovano e quasi nessuno, parcheggiando, si cura di lasciarli accessibili. Persino in molte cliniche i bagni tengono conto solo di alcuni tipi di disabilità e non si curano di tutti gli altri diventando inaccessibili per molti!

Nonostante le dichiarazioni da parte di tutti su una visione del mondo in cui tutti gli uomini hanno gli stessi diritti, di tutti si devono occupare le istituzioni, insomma le solite litanie che ascoltiamo ogni giorno e del cui contenuto siamo convinti noi, ma solo noi che contiamo niente, nella realtà dei fatti si vive come se il credo hitleriano del superuomo avesse trionfato, perché solo chi è bello, forte e potente trova il giusto spazio nella nostra società. Noi che scimmiottiamo gli americani inchinandoci alle loro feste, scopiazzando il loro linguaggio, ingozzandoci del loro cibo, adeguandoci insomma a tutto ciò che li rivela come una nazione giovane e ancora infantile, non siamo capaci di imparare da loro le conquiste sociali che, pur così giovani, sono stati capaci di raggiungere, una, fra tante, il rispetto della disabilità e la creazione di strumenti idonei ad alleviarla in modo concreto ed efficace.

Anche il 3 dicembre, come in altre innumerevoli giornate analoghe, gli italiani, che stanno rapidamente rinunciando al loro bellissimo linguaggio a favore di termini anglofoni, lo ritrovano per spendere tante belle parole. E basta.




OMBRE SULLA CONTEA

Nel lessico della mia famiglia si ricorda l’affermazione categorica, spero ironica, del bisnonno Filippo: Modica è la capitale morale d’Italia!

Vivo a Modica da una trentina d’anni e credo senza tema di poter smentire l’avo, dato che anche qui se ne sono viste e se ne vedono di tutti i colori; tuttavia, venendo da Roma che, a quanto si è scoperto con grande ipocrita clamore in questi giorni, è in balìa di un coacervo di malavitosi fascio-mafiosi collusi con gente di sinistra, oltre che con i soliti nani&ballerine del gossip capitolino, è meglio se mi vado a nascondere.

Ben due volte nel corso della settimana passata Modica è scesa ai disonori della cronaca in trasmissioni della TV di Stato come esempio di abusivismo edilizio criminale e come inquinatrice somma. Nel primo caso veniva citata l’arbitraria deviazione del corso della Fiumara per l’edificazione di un complesso di villette su terreno alluvionale, operata da un privato; nel secondo, a Report, nell’ambito della mappatura europea dei siti di trattamento dei reflui, si evidenziava la carente efficienza dei depuratori soprattutto nel meridione d’Italia e si portava ad esempio il caso di quello di Modica che da anni inquina le falde acquifere di Scicli.

Non è la prima volta che da questa Pagina denunciamo la stupidità criminale con cui la città e il territorio sono stati massacrati dalla miope avidità di denaro e di potere che ha deturpato senza vergogna uno dei siti più belli e storicamente più importanti della Sicilia. Il cattivo esempio di chi, sulla spinta del boom degli anni ’60, osò distruggere l’armonia e la proporzione dell’antropizzazione dell’invaso delle cave, abbattendo edifici antichi per erigere orrendi condominii in Corso Umberto, è stato seguito poi da una gran quantità di persone che hanno ritenuto lecito farsi gli affari propri in barba agli interessi della comunità. Nel più grande disordine urbanistico – e mentale… – sono nate la Sorda e Marina di Modica, talmente malfatte da essere praticamente irrecuperabili alla decenza del vivere civile. Viabilità tortuosa, assenza di marciapiedi, impossibilità di parcheggio, latitanza di rete fognante, acquedotto a colabrodo, verde pubblico cementificato… per carità di patria, chiudiamola qui. Sono passati tanti anni, la mentalità si è un poco evoluta, ma, nonostante la certezza (?) che non ci saranno più condoni edilizi, nell’interesse privato l’abusivismo continua a far danno, supportato da una legislazione farraginosa e volutamente oscura gestita da una burocrazia aggrappata ai suoi privilegi di corrotta inefficienza.

Se vogliamo che Modica sopravviva e la smetta di costringere all’emigrazione i suoi figli migliori, dobbiamo tutti correggere un gravissimo atavico difetto: la mancanza di senso civico. Questa città, assai più antica di Roma e che è stata “regno nel regno” ai tempi della Contea, deve liberarsi di abitudini paesane come le invidie, le sparlatine, il ficcare il naso negli affari altrui, la strenua difesa di presunti diritti accampati a scapito del prossimo. Litigare per un parcheggio o per un bucato che sgocciola, fermarsi con l’auto dove capita, anche in terza fila, buttare la spazzatura dove fa comodo, imbrattare i muri con inutili tags, spaccare per noia lampioni e panchine, sono abitudini in sé solamente moleste ma che, assommate, producono un malessere sociale che può arrivare al teppismo, al razzismo e al crimine, nell’indifferenza generale.

Se è vero che l’unione fa la forza, e che la sola possibilità che ha questa città per risorgere è appoggiarsi all’unica risorsa che ci è rimasta, il turismo di qualità, cerchiamo di guardare più lontano della punta del nostro naso e operiamo compatti per il bene di tutta la comunità. Facciamo che le doti ancestrali che singolarmente quasi tutti possediamo, come il senso dell’ospitalità, la facilità al sorriso, la gentilezza d’animo e il comportamento educato, abbiano la meglio sulla violenza, sulla cattiveria e sulla maleducazione imperante. Impariamo a collaborare, umilmente consci dei limiti delle nostre conoscenze e capacità: se ognuno fa bene quel poco che sa fare, come in un puzzle tutti i pezzi andranno al posto giusto.

E poi, smettiamo di criticare sempre e comunque senza proporre alternative valide: contestare le luminarie natalizie, e lasciare soprattutto i bambini senza un gioioso segno di festa, non comporta grandi risparmi – i LED consumano pochissimo – vista, tra l’altro, la concomitanza con la kermesse del cioccolato che, piaccia o no, porta in città turisti anche in una stagione non proprio favorevole.

Piuttosto speriamo che quest’anno tutti coloro che avranno a che fare con i forestieri capiscano che debbono farli tornare e che abbiano l’intelligenza di trattarli con equità. Incentivare il passaparola positivo, non spremere i malcapitati come limoni: mai più un marron glaceé a 8 euro!

Lavinia Paola de Naro Papa




GIORNATA MONDIALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE NON SOLTANTO RITUALITÀ

Il venticinque novembre è stata celebrata la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Le iniziative sono state molte realizzate a tutti i livelli istituzionali.

E’ certamente vero che alla violenza non si fa fronte con le manifestazioni, le leggi e i trattati europei, è però vero che il fenomeno ha origine nella cultura degli individui, cioè nella difficoltà di molti di elaborare una posizione nuova, altra, rispetto a quella che da sempre il soggetto maschile ha tenuto nei confronti di quello femminile.

Occorre che il genere maschile raggiunga una posizione consapevole che la donna non è una sua proprietà, ma un essere con cui stare a confronto.

La ricorrenza è stata sottolineata anche a Modica con una tre giorni di iniziative promosse da quattordici associazioni cittadine, che, per l’occasione, hanno creduto opportuno fare fronte comune, hanno ritenuto opportuno costituire una sorta di coro ed intonare il medesimo inno.

Il coordinamento delle 14 associazioni (Ipso facto, Avis, F.I.D.A.P.A, Inner Wheel Monti Iblei, Movimento difesa del cittadino, Ass. Mogli dei medici italiani, sezione di Modica, Cooperativa l’ARCA, ISPC (Istituto superiore di psicologia clinica centro per la famiglia), Ass. Lilith, Ass. Artesì, Centro Studi sulla Contea di Modica, Ass. Grazia Minicuccio, Lions Club e Kiwanis) ha prodotto una serie di eventi:

– un Flash Mob nell’atrio comunale; la testimonianza della scrittrice, Marzia Schenetti, vittima di stalking,  che, in due appuntamenti separati, ha incontrato prima gli studenti dell’Istituto G. Verga di Modica, testimonianza  seguita da un reading del suo testo “Il gentiluomo” interpretato da Marco Paoli e Ornella Fratantonio, poi i cittadini, presso la sede dell’Ente autonomo Liceo Convitto.

Un contributo attivo hanno avuto gli alunni del Liceo artistico di Modica tramite  un’estemporanea di pittura, con l’obiettivo di destinare il ricavato al finanziamento dello sportello antiviolenza, col medesimo fine l’AVIS ha donato e messo in vendita  delle piantine.

Il giorno seguente infine la proiezione del film “Miss Violence” di Alexandras Avranas al Nuovo Cinema Aurora.

Il gruppo di associazioni non vuole fermarsi alla ritualità della giornata, vogliono contribuire ad attivare un’azione conoscitiva del fenomeno a partire dalla scuole.

Sono già attivate azioni formative con alcune terze classi delle medie della città puntando su dei corsi appositamente studiati che hanno per oggetto la differenza di genere, la sessualità e lo studio di una piaga sociale come la crescente violenza sulle donne.

L’Amministrazione cittadina sui processi di formazione per una lotta alla violenza sulle donne ha puntato e investito con diverse azioni:

-istituendo lo “sportello antiviolenza”, capace non solo dell’ascolto, ma anche dell’assistenza a quelle donne che si dichiarano vittime di violenza; sostenendo il progetto “Pianeta Donna”, redatto dall’associazione “Ipso Facto”, finanziato dalla Regione Sicilia con 9mila euro, che servirà a curare l’aspetto formativo nelle scuole sulla pericolosità del fenomeno.

La cosa determinante, ai fini di realizzare la concretezza dell’aiuto alle donne vittime di violenza, è il protocollo firmato davanti al Prefetto per sancire la rete tra le istituzioni che devono farsi carico del problema quando giunge la denuncia, ma, ancora più importante, è l’azione in fase di realizzazione che l’Assessore Floridia è impegnata a realizzare, vale a dire il secondo protocollo che dettaglierà il “chi fa che cosa”.

Solo così un appello disperato potrà essere accolto e risolto in aiuto salvifico, e le donne potranno acquisire quella fiducia nelle istituzioni che le incoraggerà a cercare aiuto.

Una riflessione sul fenomeno della violenza degli uomini sulle donne va comunque fatta, perché il problema è essenzialmente culturale, di educazione, di sensibilizzazione, di riflessione e interiorizzazione di una condizione che la natura ci dà come scontata e spontanea, facendoci nascere femmine o maschi, ma che culturalmente si ha difficoltà a dargli luogo e pensiero, concetto e strategia in termini di “soggetti” pari pur se differenti.

Il soggetto maschile ha difficoltà, come è evidente, a darsi consapevolezza del valore di dualità e di soggettività al pari della naturale dualità sessuale; ha difficoltà a concettualizzare che i soggetti sono due (il maschile e il femminile) in dialettica d’esistenza, due che devono riconoscersi come tali nonostante differenti,  due che devono convenire sul fatto che farsi la guerra per sopraffarsi vuol dire annientarsi, vuol dire agire una strategia cieca e balorda che porta solo all’autodistruzione.

Bisogna che ciascuno dei due prenda atto che i soggetti sono due e non uno che si serve di un altro, due differenti ma pari in dignità e forza, pari in valore e sacralità.

Per il soggetto maschile, almeno per moltissima parte di esso, su questo piano non c’è sufficiente elaborazione e  presa di coscienza, non c’è interiorizzazione del rispetto dovuto all’altro da sé. Ciascun maschietto nel rapportarsi al femminile naviga a vista, naviga inconsapevole in un mare aperto, un mare che durante la bonaccia accoglie tutto, ma nella tempesta travolge i più fragili e i più vulnerabili.

Occorre infatti dire che il fenomeno della violenza brutale, quella che le norme attuali codificano e puniscono (stolking, violenze fisiche e delitti) sono l’effetto di una fragilità patologica che purtroppo oggi affligge molta parte degli esseri umani, fragilità che nelle situazioni di difficoltà emerge come un fiotto d’acqua che sgorga inaspettatamente dal sottosuolo spinta da una pressione imprevista e sconosciuta, fragilità che travolge ragioni e ragione sotto forma di aggressività incontrollabile.

Quando un fenomeno non si comprende è difficile farsene una ragione, e se non si trova una ragione ci si sente sopraffatti,  si diventa aggressivi e si aggredisce per difendersi. Si agisce in preda all’istintualità cieca.

Il terreno di cultura che accoglie l’aggressività maschile rispetto alla donna è purtroppo indice di un atteggiamento culturale bloccato, impantanato in un tempo ormai andato, impigliato nelle maglie di un costume tramontato, ormai scardinato dalla psicologia femminile.

Purtroppo il soggetto maschile rimane ancorato in un tempo in cui le donne erano prive di strumenti per emanciparsi e quindi intrappolate nella soggezione al maschile che deteneva tutto il potere sociale ed economico.

Oggi le donne non sono più in questa condizione, non lo sono più nella testa, sono uscite dalla soggezione, oggi si percepiscono soggetti e reclamano l’essere trattate come tali.

Questo sacrosanto diritto, nonostante sia inscritto in leggi e trattati internazionali, da molti uomini, per fortuna non tutti, non è ancora recepito consapevolmente.

In molti maschi non c’è stato il salto di avanzamento culturale che ha attraversato le donne, da qui lo squilibrio di percezione tra i due esseri di genere differente, squilibrio di posizione culturale sulla percezione di sé e dell’altro, sfasamento che da parte del maschile si manifesta in azioni che oscillano tra il patetico e il tragico.

Un problema culturale quindi, un inciampo nella cultura patriarcale che per secoli ha dominato incontrastato, secondarizzando e negando la questione della doppia soggettività umana, inconsapevole delle conseguenze che questa condizione implica a livello di rapporti interumani e sociali.

Occorre precisare che esiste un malinteso senso del termine culturale, esso viene inteso nell’accezione di erudizione, sovrastruttura, invece è da intendersi come interiorizzazione di fatti nuovi, adeguati alla realtà che muta, va inteso come riposizionamento individuale per fronteggiare la realtà  mutata.

Così come si muta posizione esistenziale di fronte a un evento atmosferico che stravolge il territorio e bisogna riposizionarsi, altrettanto bisogna fare rispetto a un processo che oramai è avvenuto, non è più pensabile cercare di fermarlo, perché il Rubicone è stato superato, oramai le donne vivono in un’altra dimensione percettiva, è inutile pensare di chiudere il passaggio  per bloccare l’andare altrove, il passaggio di mutata percezione esistenziale è già avvenuto da tempo.

Del resto solo l’inerte è statico, ciò che è vivo muta, con quest’energia che genera cambiamento bisogna sapere fare i conti, è un passaggio ineluttabile come il cambiamento che genera il tempo sul nostro corpo, inutile rifiutarlo, avviene ugualmente.

Questo deve essere l’obiettivo da perseguire nell’azione culturale da agire verso la generazione più giovane, ma, affinché questa abbia successo, è necessario che l’attuale generazione lavori su se stessa, quella maschile innanzitutto, ovviamente aiutata da tutte le istituzioni formative, ma anche dalle donne.

Carmela Giannì