venerdì, 30 ottobre 2020
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Fabulas (di Sascia Coron)

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I tre doni del Lord

Si racconta di un Lord inglese che amava fare lunghe passeggiate, talmente lunghe che gli amici le chiamavano spedizioni.

Mentre scarpinava per le Ande col fido seguito, non avendo visto in tempo il pericolo, si era ritrovato nel fondo di un burrone travolto dal fango che aveva inghiottito la sua scorta.

Un contadino di nome Checiuuà che passava da quelle parti lo aveva salvato dall’infortunio, tirandolo fuori dallo sprofondo. Tornato fortunosamente in patria, il Lord mandò come ambasciatore tale Sam a portare all’andino una cassa contenente i suoi doni di ringraziamento.

Giunto nello sperduto villaggio montanaro, l’inviato estrasse dalla cassa una borsa, un pacco ed una cassetta. La borsa conteneva mille ghinee, il pacco un pullover di cachemire e la cassetta sei bottiglie di whisky.

La faccia di Checiuuà si riempì di una tale delusione che il messo si sentì in obbligo di declamare a gran voce il nome dei doni:

Mille ghinee! Un pullover di vero cachemire! Sei bottiglie di ottimo whisky irlandese invecchiato a dovere! (quasi dicesse: Oro! Incenso! e Mirra!).

Alle grida del suo interlocutore la faccia del contadino divenne di pietra come quelle scolpite nei templi dei suoi avi e, dopo una lunga pausa, chiese molto concisamente:

– Che mi hai portato?

Colui al quale la domanda veniva rivolta, rimase del tutto interdetto. Come era possibile che quell’uomo non conoscesse il denaro, non distinguesse un indumento, non riconoscesse un alcolico? Quando poi si provò a magnificare i regali spiegandoli, l’inviato si rese conto ben presto d’essersi impelagato in un ginepraio senza via d’uscita.

il primo dono

Sam esordì dicendo che il suo nobile mandante donava al contadino una somma di denaro che sarebbe stata sufficiente a garantire a lui ed alla sua famiglia una decorosa esistenza per molti anni, e una degna sepoltura per coloro che sarebbero probabilmente defunti prima che tutti quei soldi finissero.

Il faccia di pietra chiese allora:

– Quanto valgono?

Mio caro signore, guardi che non si tratta di sterline, ma di ghinee! Sono monete d’oro emesse dal re Carlo II d’Inghilterra nel 1665 con l’oro delle coste della Guinea britannica e valgono più dei 20 scellini di una sterlina!

– Mi sorprende che chi vuol mostrarmi la sua gratitudine, mi mandi un omaggio che mette in grave pericolo la mia stessa vita. L’inglese che salvai mi pareva persona stravagante, ma non avrei mai creduto che fosse così poco equilibrato da non rendersi conto della situazione nella quale mi avrebbe cacciato con un dono che sono costretto a rifiutare.

Tutto questo è assurdo! Delle due l’una: o lei non ha capito quel che le ho appena finito di spiegare, oppure non riesco ad entrare in sintonia con i suoi convincimenti. Solo un pazzo potrebbe rifiutare mille belle ghinee!

– Sono mille pezzi d’oro?

Certamente! Mille monete splendenti, d’oro sonante.

– Quanto oro pensi ci sia nel mio villaggio?

Non so, ma di certo nessuno ne ha tanto da raggiungere il peso di mille ghinee, quindi, lei sarebbe di certo l’uomo più ricco del paese.

– Appunto!

Cosa intende dire con ciò?

– Vedi, mettiamo per ipotesi che io fossi proprietario della maggior parte dei terreni coltivabili e che possedessi molto bestiame, allora sarei probabilmente il più ricco del mio villaggio. In tale caso ipotetico dovrei temere che qualcuno invadesse un mio campo e me ne rubasse il frutto o che altri mi sottraessero qualche bestia. Nessuno mi porterebbe via la vita per impossessarsi della cosa per mezzo della quale potrebbe avere tutte le cose che vuole, senza fatica.

Non potrebbe chiudere la borsa con il denaro in una cassaforte?

– Peggio! Mi torturerebbero per farmela aprire e poi mi ucciderebbero per appropriarsi delle monete. Lo stesso avverrebbe se la nascondessi, perché minaccerebbero i miei parenti ed i miei stessi figli per costringermi a svelare il nascondiglio del tesoro.

Potrebbe portare in banca le ghinee e farsele cambiare in moneta locale.

– Ben detto, ma mal pensato.

Senta, non mi sono sciroppato tante miglia per riferire al mio padrone il suo irragionevole rifiuto, quindi, o me lo motiva in maniera ineccepibile, oppure si prenderà la borsa che le porto sotto la minaccia delle mie armi!

Checiuuà sedette, si fece portare dalle donne conforto di fumo e bevande adatte ad un lungo e ponderoso discorso, ed esordì:

– Vedi, in questo paese arrivano solo alcuni camion a caricare quello che produciamo e il delegato della Compagnia paga in contanti il corrispettivo della merce che ciascuno gli ha portato: questo è l’unico denaro che conosciamo e che circola, poco, visto che quasi tutti preferiamo il baratto. In questo paese ci conosciamo tutti e mai nessuno ha sentito il bisogno di scendere nella capitale. I pochissimi che l’hanno fatto non sono più tornati e di loro si è persa ogni traccia. Anche per questo motivo, se qualcuno intendesse scendere in città e accennasse ai preparativi per la spedizione, desterebbe una curiosità tale da dover dichiarare il vero motivo del viaggio o inventarsi una scusa più che convincente per farlo.

Nel mio caso, dovrei attrezzarmi al gran giro caricando almeno un lama con le provviste sufficienti a portarlo a termine ed altri con some fittizie fra le quali nascondere la borsa di ghinee da cambiare di posto, spesso e a caso, per confondere un poco le acque.

Ma quale folle s’azzarderebbe ad attraversare da solo, con una carovana di animali, le piste tracciate su queste montagne? Nessuno.

Per questa ragione dovrei formare un gruppo di persone robuste che, consapevoli del rischio, fossero disposte a correre i pericoli del viaggio. Ma cosa dovrei dire loro? Sia che decidessi per la verità o per la bugia, dovrei comunque garantir loro un compenso, quando anche fossero miei familiari, e questo taglieggerebbe il mio oro in maniera micidiale.

Si aggiunga che ai predoni farebbero già gola anche le sole provviste e gli animali da soma, divenute ormai considerevoli le une, per sfamare il folto gruppo di aiutanti, e numerosi gli altri di conseguenza.

Ora, mettiamo pure che, da solo o in compagnia, io riesca ad arrivare presso una banca della capitale e cambi le ghinee in carta moneta circolante in loco: essa sarebbe talmente tanta e così voluminosa che non riesco ad immaginare quanti lama dovrei portarmi per poterla caricare. Infatti, potrei farmi dare solo tagli piccoli, dal momento che in paese nessuno sarebbe in grado di scambiarmi i più grossi, a meno di rimanere mio debitore per tutto il rimanente. Se poi il tempo d’estinzione del debito divenisse troppo lungo, dovrei rinunciare ad esigere il mio credito, non potendolo riversare sui miei figli che, in tal caso, diverrebbero le persone più odiate della comunità.

Avendo immaginato l’impossibile, e cioè di giungere indenne presso la banca dove scambiare le mie monete d’oro, dovrei ora ipotizzare di ritornare al paese con i miei soldi.

Io sono convinto che sarei rapinato un minuto dopo che gli agenti di sicurezza della banca mi avessero caricato le bestie coi sacchi dei soldi. Nella migliore delle ipotesi mi vedo morto; nella peggiore, il mio destino sarebbe quello di vagare povero e disperato per le vie della caotica capitale, affidando la mia sopravvivenza alla carità stitica ed umiliante di cittadini distratti, senza mai più vedere il mio borgo montano e gli amici e i parenti e i figli, e senza conforto di foglie di coca.

Credo poco ai miracoli, ma sono disposto ad accettare che qualcuno possa verificarsi, e tuttavia reputo del tutto irrealistico che ad un miracolo possa conseguirne una serie.

Ora, con la mente sbandata da una simile fantasia, procediamo con una ulteriore incredibile congettura: supponiamo che io sia riuscito ad uscire di città sano e salvo. A quel punto dovrei affrontare il viaggio di ritorno con i lama carichi di sacchi di soldi. Mi sembra del tutto evidente che, essendo certamente derubato del denaro, non riuscirei a tornare al mio paese vivo. Ma, se anche mi fosse stata risparmiata la vita, avrei perso tutto fra le impervie contrade andine e sarei diventato più povero di adesso e per di più disperato, cosa che adesso non sono.

Quindi, al di fuori delle fantasie, è certo che in ogni modo le mille ghinee non mi arricchiscono e, per diventare elemento reale di ricchezza, mi esporrebbero a numerosi e spaventevoli rischi, sin quando una sicura morte non mi sollevasse dall’ardire di un azzardo lungo e continuato. Vedi bene che non posso accettare il dono, per cui, riferisci al tuo padrone quanto ti ho detto, ammesso che tu riesca a giungere al mare e con un naviglio possa tornare alle terre del tuo signore, ora che hai rivelato il contenuto della borsa.

il secondo dono

Dopo essersi toccato per scaramanzia gli amuleti, per distrarsi dall’assurdo imprevisto di quel motivato e solenne rifiuto, il messo cercò salvezza nel conferimento effettivo degli altri doni al loro destinatario. Sam, tratto dal pacco il pullover, lo sciorinò di fronte a Checiuuà dicendo:

Voglia avere la compiacenza di toccare questo capo, e poi mi dica se ha mai sentito niente di più leggero, confortevole e raffinato! Sua Signoria ha voluto scegliere il migliore fra quelli della sua collezione di maglioni con i quali si ripara dal gelo invernale e dalle infernali correnti del suo studio al castello.

– Come è fatto?

E’ ottenuto dalle lane più pregiate delle capre che pascolano nel Kashmīr sulle pendici dell’Himalaya. Per tessere il prezioso vello si adoperano telai speciali che solo pochi selezionati artigiani conservano e sanno usare.

– Dove si trova il Kashmīr? Quanto è alto l’Himalaya? A che quota pascolano le capre? Che razza di animale è una capra?

L’inviato del Lord, non solo non aveva molto tempo prima che i passi d’alta montagna venissero bloccati dalla neve ma, profondamente irritato dal rifiuto del destinatario del primo dono, era già impegnato a torturarsi le meningi per architettare una scusante da riferire al padrone: una bugia compatibile con l’arroganza di un nobiluomo inglese, senza essere da lui degradato a pelare patate in cucina sino alla sopraggiunta vecchiaia.

Le ultime domande lo distraevano dall’invenzione di una fantastica menzogna e lo obbligavano a desistere dall’impegno gravoso d’immaginare il falso per giustificare il vero.

Allora s’arrabattò a mentire, cavandosela non male a rispondere alle domande poste, ma non appena ebbe finito il suo eloquio, il suo persecutore gli chiese:

– Che me ne faccio di questo detto pullover?

Come sarebbe a dire? E’ un indumento: si indossa!

– In che modo? E’ troppo stretto per indossarlo sopra la casacca ed ancor meno sopra il mantello o la mantellina quadrata.

E allora se lo metta sotto, come maglietta della salute, ma se lo prenda! Lo conservi da qualche parte, anche se lo dovessero divorare le tarme! Ne faccia quel che vuole. Se lo tenga per ricordo, ma lo ritiri dalle mie mani!

– Se voi, che tanto v’inorgoglite della vostra superiorità culturale, vi prendeste la briga di conoscere le ragioni degli altri per provare a capirle, converreste che non solo a voi appartiene il diritto d’avere principi e tradizioni. Per fondamento morale e norma igienica, sin dalla creazione, ci è vietato sovrapporre alla nostra pelle viva di animali la pelle di animali morti o prodotti della lavorazione di parti morte di animali. Quindi, ciò che aderisce alla mia pelle non può che avere origine vegetale, sia esso cotone, lino, canapa, agave e simili. Dì al tuo padrone che ho rifiutato anche questo dono perché ho capito quanto esso sia prezioso, e caro a chi me lo ha mandato, ma che, non potendo coprire con esso la mia persona, non sono in grado di esaudire il desiderio di chi me lo ha regalato per vestirmene, siccome farei se lo custodissi, pur con ogni diligenza, senza indossarlo.

il terzo dono

La faccia di Sam passò rapidamente da un colore all’altro, partendo dal bianco, somma di tutti. Quando si fu stabilizzato sul viola acceso gli uscirono di bocca parole spezzate, ma alla fine disse:

Egregio villano montanaro, riferirò ognuna delle sue parole a Milord, e sono convinto che nessuna espressione dei vostri ragionamenti disgusterà Sua Signoria e tutte lo convinceranno che nel vostro rifiuto non c’è offesa, ma stima del dono e rispetto per il donante.

In quello che sto per mostrarvi c’è la prova probante che quanto dico è certo, dimostrabile, genuino e vero. Sono convinto che il terzo dono vi sarà così gradito da far dimenticare a voi il dispiacere di non aver goduto degli altri due ed a me la fatica ed il pericolo di doverli riportare indietro. Bene! Permettetemi di capacitarvi di cosa precisamente si tratta.

Sua Signoria, quale che sia il tempo, ma soprattutto d’inverno, ama sostituire il proverbiale the con dell’ottimo irish coffee. E’ inutile dire che Milady trova la cosa del tutto sconveniente, ma la casata di Milord è talmente antica e potente che nemmeno durante le merende con Sua Maestà il nostro Sovrano ha nulla da eccepire alle generose libagioni alcoliche dello zio, annegate nell’aroma dei semi tostati della Coffea arabica. Intanto mi provo a spiegarle cosa debba intendersi per autentico irish coffee. Esso è quella bevanda ottenuta aggiungendo vero whisky irlandese, maturato ed invecchiato in botti di rovere, a caffè ben caldo e zuccherato, completando il tutto con panna liquida. Naturalmente ciascuno dosa la quantità delle tre componenti a seconda dei suoi gusti e non è difficile intuire quali siano quelle preferite da Milord.

Del resto egli stesso ha spiegato, una volta per tutte, che l’irish coffee non è un semplice beveraggio, ma un simbolo denso di significati. In esso, il caffè rappresenta il corpo, la panna l’anima e il whisky lo spirito. Più spirito c’è in un uomo, più alti ed universali saranno i suoi interessi e magnanime le sue azioni.

Quindi, la componente più importante della bevanda è sicuramente il whisky. Esso viene prodotto in una enclave, sottratta al dominio di Dublino per un patto stipulato con il Fianna Fail e sottoscritto dallo stesso De Valera.

I suoi distillatori, nonché suoi tutori sino alla perfetta maturazione, sono di rozza parlata, ma di raffinatissime papille gustative e mucose pituitarie superiori a quelle di qualsiasi profumiere. E’ inutile sottolineare che, in un mondo deprivato di solidi valori, il valore del contenuto spirituale del profumato alcolico è così evidente che chi lo ama è portato a non odiare gli abominevoli irlandesi e tollera che siano di fede cattolica, spingendosi sino all’eresia di pensare che essi, benché papisti, siano benedetti da Dio per l’elisir che producono.

Ma non vorrei impelagarmi in questioni dalle quali mi tengo di proposito sempre lontano. Basti dire che non potrei mai aver fede nel Dio professato dai cattolici per il fatto noto e inconfutabile che non credo neanche in quello degli anglicani, che è il mio e l’unico vero Dio.

   Ciò detto slacciò i cordini di cuoio che chiudevano la cassetta e presentò al destinatario sei magnifiche bottiglie di whisky invecchiato.

   Sam ora era tranquillo. Sapeva d’essere pronto a rispondere ad ogni possibile domanda sull’argomento, anche per aver proditoriamente sgraffignato talvolta una bottiglia ed essersi goduto il prezioso liquore, puro, senza contaminazioni di aggiunte per travestirlo.

– Da cosa si ricava il whisky?

Dalla tradizione, dalla dedizione e dall’arte di coloro che lo fanno. Nel significato del suo nome sta tutta la sua intelligenza. I monaci medievali lo chiamarono aqua vitae, acqua di vita (acquavite). Gli irlandesi tradussero letteralmente quel latino nel gaelico uisge-beatha, deformato dagli inglesi in whisky. Il liquore irlandese, da non assimilare ad alcun altro che dalla Scozia al Canada ne porti abusivamente il nome, ha gradazione vicina ai 50 gradi alcolici e si ottiene dalla distillazione di mosti fermentati di orzo, frumento e avena. Questi tre, e non è un caso che siano nel numero del numero perfetto, sono i cereali canonici dalla cui mescolanza si ottiene il corpo dal quale si origina lo spirito. Questo è lo spirito di cui il mio padrone vi fa dono affinché, assumendolo nel corpo, la vostra anima ne venga ricreata.

   A seguito dell’elogio sperticato del contenuto delle sei bottiglie, l’apprensione mostrata dal contadino è più che comprensibile. Per lui non poteva che trattarsi, ancora una volta, di cosa molto apprezzata dal mandante, ma perfettamente inutile o pericolosa per il ricevente.

Spinto dalla compassione a non mettere il suo interlocutore nella condizione di dover riferire al Lord il suo terzo ed ultimo rifiuto, Checiuuà saggiò con estrema prudenza l’eventualità di accettare il dono senza danno e disse:

– Io conosco il mescal e il pulque, ambedue ricavati dal succo dell’agave. Questo whisky assomiglia all’uno o all’altro? Avendo tu parlato di spirito, tieni conto che il pulque è la pozione che la dea Mayahuel ha distillato di sua mano dalla pianta dell’agave e che, quindi, è bevanda sacra da libare durante le funzioni rituali. Se il whisky è una bevanda sacra, allora dimmi qual è il rito necessario per assumerlo e il dio in onore del quale berlo.

   Sam dovette prendere atto che tutte le volte che aveva provato a deviare l’attenzione dell’andino dal cuore dei problemi ne era uscito con le ossa rotte. Persino quel minimo di umorismo col quale provava a mitigare la sua situazione gli si ritorceva contro. In preda alla disperazione, ruppe la ceralacca della bottiglia che teneva in mano e la stappò con grande cura. Afferrata una mezza zucca che si usava come coppa da quelle parti, vi versò una porzione di whisky e lo centellinò ingollandolo fra rumorose annusate di compiacimento. Poi, con voce melliflua, disse:

Per il suo gusto, la consistenza, l’aroma, un whisky ben invecchiato è degno di prendere posto fra le bevande sacre. Ma non è sacro. La sua vera santità sta nell’essere includente: di nessuno chiede lo stato, la razza, la religione. Può berlo il Lord e l’accattone, la vergine e la baldracca, lo stupido e l’intelligente. Lo ingollano il boia e la sua vittima prima della decapitazione. Ne possono bere tutti, al solo costo d’avere soldi per comprarlo o ardire per fregarlo. Il rito cui si partecipa bevendo whisky è quello universale del puro diletto. Il suo rituale si apre odorandone l’aroma, degustandolo a fior di labbra, prosegue assaporandolo a piccoli sorsi, si consolida trincandolo a garganella e si conclude quando si è inebriati. Non c’è un dio da magnificare, ma un uomo da esaltare: il bevitore, che si glorifica del piacere d’aver, così, trovato in sé il suo vero se stesso.

   Cosa scattasse nella mente dell’andino a queste parole non si sa ma, presa una coppa, egli la riempì col decantato liquore, e bevve.

   Quel che fece Checiuuà dopo le libagioni d’irlandese “acqua di vita” si sa a sprazzi e si deduce dai resoconti di sedicenti testimoni, tutti segnati in quella sorta di giornale di bordo che divenne il diario personale di Sam dopo che lui e la sua scorta furono scacciati dagli abitanti del borgo andino.

   In quell’agenda vennero segnate le avventure occorse al messo inglese per tornare in patria nel lasso di tempo d’appena sei anni: periodo incredibilmente breve se commisurato a quello pronosticato a seguito della maledizione delle sei bottiglie di whisky.

   Al fine di non creare immotivati pregiudizi, va detto che Checiuuà era ritenuto l’uomo più mite e, in assoluto, il più buono dell’intero villaggio, come amorevoli erano i membri della sua famiglia e cordiali i suoi parenti. Per questo, quando, in preda ai fumi dell’alcool, presero a dar fuoco alle case, nessuno dubitò che volessero festeggiare l’ebbrezza con dei fuochi d’artificio.

Quando gli animali domestici furono dispersi per la montagna e il villaggio bruciato, i suoi abitanti s’armarono di mazze e forconi per cacciare il criminale che, col suo spirito, aveva avvelenato l’anima migliore del migliore di loro.

   A cagione della fuga precipitosa, Sam non vide Checiuuà ed ebbe la fortuna di non poterlo salutare.

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