venerdì, 30 ottobre 2020
l'editoriale di Luisa Montù

TROPPA GRAZIA, SANT’ANTONIO!

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Una trentina d’anni fa Modica era una cittadina che (come tante, per fortuna, in Italia) recava in ogni strada, in ogni piazza, in ogni palazzo, le tracce preziose di un passato d’arte e di cultura. A questa bellezza, così preziosa e mirabolante per i turisti, gli italiani sono abituati e quindi la trascurano, così anche Modica (come tante cittadine, purtroppo, in Italia) aveva un aspetto abbandonato. E’ quello che succede a chi vive nell’abbondanza di qualcosa: non l’apprezza e invidia l’abbondanza altrui. In Italia infatti (è il colmo!) sogniamo i grattacieli.

C’erano occasioni culturali di qualità, non tante, ma erano comunque appuntamenti che facevano bene all’anima e aiutavano a crescere. C’erano anche le feste popolari, certo, quelle tradizionali che una cittadina antica non vorrebbe mai abbandonare. La Madonna Vasa Vasa, la festa di S. Giorgio… Era stato dimenticato il carnevale, così particolare, così diverso in quella sua caratteristica di coinvolgere tutti con gli indovinelli, i motti, il parlare in rima. Appelli per ricrearlo c’erano stati, ma sempre erano caduti nel vuoto, forse Modica si rendeva conto di non essere più il centro culturale d’un tempo.

C’era stata poi l’esplosione della scherma, per la quale tutti noi non dovremmo mai smettere di ringraziare il maestro Scarso che ne è stato fautore e autore, e il nome di Modica era balzato alle cronache di tutto il mondo con dignità e orgoglio. Una pubblicità ben congegnata aveva anche fatto conoscere la nostra cioccolata, così particolare e diversa da quella universalmente conosciuta, in Italia e all’estero. Purtroppo oggi, troppo spesso, si parla di Modica come della città della cioccolata e si dimentica fino a che punto essa sia diventata anche la città della scherma. Ma in Italia, sia sa, specialmente al Sud, il cibo conta più dell’orgoglio…

C’era, c’è (e temiamo che ci sarà sempre) il problema del Corso Umberto. Le varie amministrazioni comunali lo volevano trasformare in isola pedonale, i commercianti si opponevano temendo di perdere i profitti, si facevano le prove per un po’ ma ben presto ci si rendeva conto che, impedendovi il traffico veicolare, la città veniva tagliata in due perché quella era l’unica strada che consentiva il collegamento diretto fra Modica Alta e Modica Bassa e l’accesso a quartieri ai quali il transito della automobili è impedito non da un’ordinanza comunale ma dalla conformazione degli stessi, sorti in epoche in cui la gente andava a piedi o al massimo a cavallo. Quando si riportava il Corso al traffico veicolare i commercianti, sempre esageratamente lenti nel recepire le novità, si opponevano temendo di perdere i profitti. C’era stato invero un assessore che aveva individuato una strada alternativa che potesse consentire la creazione dell’isola pedonale senza limitare i collegamenti cittadini, ma, stranamente, quell’assessore era durato poco e il suo piano era finito nel fondo di un cassetto… o di un cestino. La soluzione più economica e rapidamente realizzabile sarebbe quella di spostare l’isola pedonale alle viuzze adiacenti il Corso Umberto, splendide perché ancora mantengono intatto tutto il fascino del passato e potrebbero essere valorizzate con estrema facilità sol che i modicani lo volessero, ma è evidente che non lo vogliono, preferendo affollare disordinatamente quel Corso che, deturpato da interventi edilizi incontrollati, il solo fascino che conserva è quello dei negozi, che, in verità, diminuiscono di settimana in settimana per colpa della crisi imperante.

Negli ultimi anni si è cercato di rendere Modica più appetibile per il turismo, notoriamente l’unica risorsa pulita dell’era moderna. Ogni tanto ci si è riusciti, almeno per un po’, quasi sempre si è finito per esagerare, per la fretta, per la scarsità di preparazione di chi se ne doveva occupare, per la tendenza a volte ad esagerare, per un’infinità di motivi volta a volta diversi ma che hanno comunque impedito la proposizione di un piano serio ed efficace.

Per attirare i turisti (forse, ma forse solo i curiosi dai paesi vicini) oggi c’è l’esplosione delle feste popolari, soprattutto religiose, note, recuperate, inventate, questo non lo sappiamo. Al fine settimana il Corso diventa il centro di una fiera di paese, dove l’eleganza non è più nemmeno un ricordo e manca solo il passaggio delle mandrie condotte al mercato. Non è un po’ eccessivo? Forse diminuire le feste e migliorarne la qualità sarebbe opportuno.

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